New
York, 22 Maggio 2007: Robert sta per partire per il Giappone
e gli amici organizzano una festa per salutarlo. Purtroppo
Jason, il fratello di Robert, affida al suo amico Hud una
telecamera, assegnandogli il compito di riprendere la festicciola.
Dopo qualche attimo in puro stile “MySpace”, in
cui ci vengono presentati gli altri personaggi, il palazzo
viene scosso da quello che sembra un terremoto. Naturalmente
si tratta di ben altro, nella fattispecie di un mostro alto
svariati piani e di pessimo umore, ed il gruppetto se ne accorgerà
quando vedrà nientemeno che la testa della Statua della
Libertà rotolare per strada.
“CLOVERFIELD” è un’operazione di
marketing, furbetta quanto inconsistente, in cui "The
Blair Witch Project" incontra “Godzilla”,
con grave danno per tutti e due. L’unica cosa riuscita
del film è infatti la campagna pubblicitaria via web
orchestrata dal prolifico J.J. Abrams, che ha generato un’attesa
del tutto sproporzionata ai modestissimi risultati raggiunti.
Il regista (si fa per dire) Matt Reeves tenta di rivitalizzare
il genere ormai obsoleto del “Monster Movie”
e di attirare al cinema gli utenti della rete in astinenza
da “YouTube”, ma il problema è che certe
operazioni bisogna saperle fare con un minimo di intelligenza
e di abilità registica, come hanno fatto Balaguerò
e Paco Plaza nel riuscitissimo “Rec”, e non basta
più la solita handycam simulata, traballante e fuori
fuoco, per far gridare al miracolo, a meno che il film non
sia destinato ad un pubblico di dodicenni col cervello in
pappa. Se a questo aggiungiamo una sceneggiatura inesistente
(di Drew Goddard, già autore di “Lost”
e “Alias”) ed una recitazione da filodrammatica,
la frittata è presto fatta: tra noiosissime scene di
panico e nella più totale mancanza di tensione, “CLOVERFIELD”
si avvia verso la prevedibile conclusione dopo 75 interminabili
minuti, che tendono più volte a sollecitare lo sbadiglio.
Certamente qualcuno blatererà di Ground Zero e di attacco
alieno sul sacro suolo americano, rammentando che, dopotutto,
i film dell’epoca d’oro del genere sono stati
realizzati in tempi di guerra fredda e di paura dell’Atomica,
e che i mostri affondavano i loro artigli ipertrofici nelle
paure collettive di una generazione. Discorso legittimo, se
non fosse che stavolta la solita noiosa solfa dell’inquietudine
americana dopo l’11 Settembre è del tutto strumentale
ed anche un po’ irritante e, come minimo, ci aspettiamo
come risarcimento simbolico un film iracheno dove un alieno
pluritentacolato rade al suolo Baghdad fischiettando “The
Star-Spangled Banner”. Altri parleranno a sproposito
di contaminazione dei nuovi linguaggi e di come le metastasi
digitali stiano fagocitando il cinema ma, nella fremente attesa
di goderci uno slasher girato con il telefonino (o esiste
già?), se volete un bel “Monster Movie”
fatto con tutti i crismi e con dei personaggi che non siano
di cartapesta, procuratevi il DVD di “The Host”
di Bong Joon-hoo e lasciate “Cloverfield” al suo
destino, ovvero quello di essere totalmente dimenticato fra
un paio di settimane.
Ironia a parte, l’assunto di fondo sottinteso a questo
genere di produzioni, ovvero che l’immagine video sia
di per sé sinonimo di “realtà”,
è del tutto fallace, come ben mostra De Palma nel suo
“Redacted” (quasi un saggio teorico sulla manipolazione)
e volercelo propinare per l’ennesima volta è
sinonimo di ingenuità o di malafede, anche se si tenderebbe
a protendere per la seconda ipotesi. Per la cronaca, sembra
che alcuni spettatori, oltre al sottoscritto, abbiano sofferto
di nausea durante la proiezione di “Cloverfield”,
cosa ingiustamente attribuita ai movimenti convulsi della
telecamera.
Nicola
Picchi