La
famiglia di origini italo-americane Rizzo, residente nel quartiere
isolare di City Island, vicino al Bronx, vive apparentemente
una vita normale e tranquilla. In realtà l’equilibrio
familiare è fortemente in bilico, minato dal fatto
che i membri del nucleo familiare sono incapaci di dirsi la
verità gli uni con gli altri: e così il capo
famiglia Vince (Andy Garcia) nasconde al resto della famiglia
le sue velleità artistiche, frequentando un corso per
attori dicendo che invece va a giocare a poker con gli amici;
la moglie Joyce (Julianna Margulies) maschera con un’acidità
ruvida ed indisponente la sua vulnerabilità, il suo
sentirsi trascurata dal marito e la paura di essere tradita,
mentre la figlia maggiore anziché frequentare il college
lavora in uno strip club come ballerina di Lap Dance. Il figlio
minore, invece, sotto l’aria di adolescente asociale
e strafottente nasconde un’ ipersensibilità orientata
su gusti erotici molto particolari. Gli equilibri precari
della famigliola saranno destinati ad infrangersi quando Vince,
che lavora come guardia carceraria in un penitenziario, porterà
a casa Tony, un galeotto sotto la sua responsabilità
che sta scontando una pena per furto d’auto. Il motivo
della decisione, che nessuno sa (tranne Vince), è che
Tony è il figlio che lui aveva abbandonato da piccolo.
Nonostante
la trama, “City Island” è una commedia
dai toni familiari ed intimisti, che sorprende lo spettatore
giocando in maniera leggera con elementi propri del melodramma
domestico ribaltandoli con un timbro lievemente scanzonato.
Le premesse sono promettenti, ma il gioco non riesce bene
al regista-sceneggiatore Raymond De Felitta che pecca di qualunquismo
ed eccessiva ambizione nel voler confezionare un film che
sia intimista e al tempo stesso “carino” a tutti
i costi, scimmiottando i caratteri e le sfumature della commedia
agrodolce di stampo europeo senza riuscire a dare il necessario
spessore ad eventi e personaggi perché non risultino
macchiette o caricature di una famiglia distopica; cosa invece
che succede man mano che il film va avanti, con i toni tragicomici
che ben presto si sfaldano, perdendo credibilità sotto
il peso di una descrizione superficiale e troppo sopra le
righe di personalità, azioni e dinamiche familiari.
I personaggi sono raccontati senza una direzione narrativa
chiara, penalizzati da un ritratto bozzettistico e soffocati
da un marcato perbenismo che ha il suo picco verso la conclusione
del film, durante un confronto familiare semi-parodistico
che porta ad un poco credibile perdono collettivo ed un banale
volemose bene, dove ogni membro della famiglia è
messo di fronte alla verità grazie alla presenza di
Tony, rivelando i segreti che non aveva il coraggio di dire
né di affrontarne le conseguenze.
Lascia
l’amaro in bocca lo spreco di intuizioni e materiale
umano che, trattati in maniera più concreta e meno
facilona, avrebbero potuto rendere questa commedia molto più
realistica e convincente: alcuni esempi sono i ritratti divertenti
ed originali, per quanto trattati entrambi superficialmente,
sia dell’ educazione erotico-sentimentale del giovane
figlio, orientato sessualmente verso donne obese, sia del
cammino segreto come attore sui-generis del protagonista Vince;
il primo è trattato in maniera semi-marginale ed incompleta
nel film, mentre il secondo è appesantito da dialoghi
ridondanti con una patner del corso di recitazione, che sulla
carta aveva il ruolo di confronto e conforto psicologico del
protagonista, ma che invece rallenta eccessivamente la narrazione.
Intrigante ma puramente scenografica la bella ambientazione
marinara di City Island, che avrebbe potuto dare maggiore
sostanza alla storia, così come rimane appena abbozzato
il rapporto tra Vince e Tony e poco esplorata l’interrelazione
tra il ragazzo e il resto della famiglia.
Il film, insomma, vorrebbe raccontare più di quanto
faccia, illustrando e suggerendo molteplici -forse troppi-
aspetti di una vita in rapporto alla famiglia ed alle proprie
aspirazioni, senza però focalizzarne neanche uno.
Paolo
Pugliese