Primo
episodio di un film in due parti (sarà seguito
da “Guerrilla”), “Che - L’Argentino”
appare fin da subito come l’opera più convincente
e coraggiosa (prodotta con fondi privati ed ancora senza
un distributore in USA) di Steven Soderbergh, fin dai
tempi di “Traffic”.
Il regista ha effettuato un’asciutta ricostruzione storica
della vita di un personaggio cardine del XX° secolo come
Ernesto “Che” Guevara: il risultato è un
rigoroso esempio di docu-fiction nel quale il racconto si
attiene strettamente ai fatti, con flashback dove immagini
di repertorio e filmati da cine-giornale vengono replicati
in un vivido bianco e nero per dare maggiore fedeltà
al racconto.
Assistiamo dunque alla decisione di Ernesto Guevara di abbandonare
la carriera di medico e combattere per la libertà del
popolo latino americano, unendosi nel 1956 ai guerriglieri
di Fidel Castro, in viaggio verso l’isola di Cuba per
rovesciare il dittatore Fulgencio Batista. Un viaggio costellato
da privazioni e difficoltà attraverso le lande della
Sierra Maestra e scandito dalle azioni di guerriglia, fino
ad arrivare alla vittoriosa battaglia di Santa Clara.
“Che
– L’Argentino” racconta la storia della
rivoluzione cubana in maniera obiettiva e non retorica, frutto
di un lungo studio e di una pianificazione costellata di ostacoli
e ritardi; qua e là il peso di un’opera diligentemente
redatta si fa sentire, sia per la scansione narrativa degli
eventi sia per alcuni dialoghi fortemente esaustivi, ma ciò
non nuoce alla lettura complessiva di un ritratto d'epoca
tradizionale che potrà non entusiasmare molti spettatori,
però difficilmente sarà dimenticato.
Il ritmo del film è lento non certamente per esigenze
stilistiche, ma per dare il giusto spazio ad un’introspezione
dei personaggi in maniera non illustrativa, ma suggerita facendo
luce sulle motivazioni, l’idealismo, la fatica ed il
sacrificio del Comandante e dei suoi Guerillas
attraverso scelte, gesti, sguardi, parole.
Come
per il ritratto, profondamente umano e non iconico dei personaggi,
sono assolutamente encomiabili anche le interpretazioni di
Benicio Del Toro e dello sconosciuto Demián Bichir,
nei rispettivi ruoli di Guevara e Castro. I due attori hanno
interpretato i loro personaggi con efficacia ed attenzione,
persino nella riproduzione dei loro tic, senza però
scadere nell’elegiaco o nel macchiettismo.
Da ricordare anche l’ottima fotografia (sempre di
Soderbergh) che riproduce i colori della Cuba degli anni
’50, oltre ad alcune sequenze da antologia cinematografica
come la spettacolare e cruda guerriglia a Santa Clara.
Paolo
Pugliese