CHE FINE HA FATTO OSAMA BIN LADEN?

Titolo Originale: Where in the World Is Osama Bin Laden?
Genere: Documentario, commedia
Regia: Morgan Spurlock
Sceneggiatura: Morgan Spurlock
Cast: Morgan Spurlock, Alexandra Jamieson
Produzione: Non Linear Films, Non-Linear Films, Warrior Poets, Wild Bunch
Paese d’origine: USA - 2009
Durata: 96 minuti
Data di uscita: 9 Luglio 2010

 

“Che fine ha fatto Osama Bin Laden?” è un documentario sui generis che tenta di spiegare in parole semplici il legame tra terrorismo, tensioni geopolitiche, diversità religiose e culturali tra l’America e il mondo islamico-orientale. Tutto parte dalla domanda retorica che fa anche da titolo al film: che fine ha fatto l’uomo più pericoloso e ricercato del pianeta dopo gli eventi che il suo gruppo terroristico ha scatenato? Perché, dopo l’11 settembre e l’invasione dell’Iraq da parte delle forze americane, Bin Laden non è mai stato catturato?
Come è già successo per la sua acclamata precedente opera, “Supersize Me” (dove svelava gli effetti di certe devastanti logiche di mercato del colosso alimentare MacDonald), il documentarista/cineasta Morgan Spurlock ci mette la sua faccia ironica nel progetto, mescolando beffardamente tematiche d’attualità con vicende personali: il film inizia proprio dall’annuncio della sua simpatica compagna Alexandra di essere incinta. Spurlock si domanda, ora che ha la responsabilità di un figlio in arrivo, come poter contribuire a rendere questo pianeta un posto più sicuro e la risposta è andare a cercare il nemico pubblico numero uno dell’America, ovvero, Osama Bin Laden.

Tra elementi biografici, effetti speciali grafici, cartoni animati e spunti satirici, Spurlock compie un viaggio in paesi nei quali l’America non gode di molta simpatia come l’Egitto, Marocco, Israele, Palestina, Arabia Saudita ed Afghanistan, fino ad addentrarsi nelle regioni tribali del Pakistan, dove Bin Laden si nasconderebbe. Durante le sue tappe, scandite come i livelli di un videogioco “picchio duro” ed alternate in montaggio ad immagini di vita privata (che attestano l’avanzamento della gravidanza della sua compagna), Spurlock intervista giornalisti, esperti e religiosi, chiacchierando con uomini di strada ed incontrando persino imam ostili all’America e giovani emiri con contatti con cellule terroristiche.
Testimone del lavoro di disinnesco di bombe da parte dell’esercito israeliano, di raid dei militari americani in Afghanistan, della vita nelle bidonville egiziane, o ancora del clima di chiusura in Arabia Saudita e di violenta diffidenza in Israele, senza alcuna retorica o dietrologia, Spurlock tenta di andare oltre gli stereotipi razziali in maniera semplice e diretta, mostrandoci scorci di vita e di pensiero di egiziani, arabi, afghani e palestinesi che appaiono per quello che sono: gente normale, con caratteristiche culturali e religiose differenti da quelle occidentali, ma non per questo necessariamente tutti terroristi o intolleranti.

Nonostante alcune scelte di regia causino una certa artificiosità al documentario, nuocendo inizialmente alla sua stessa credibilità, man mano che il film va avanti si delinea chiaramente il proposito di sviluppare una comprensione più profonda delle radici dei conflitti tra occidente ed oriente che oggi turbano il mondo. Spurlock lavora con uno stile documentarista assolutamente non impostato che, senza prendersi troppo sul serio, ricorda quello del suo ben più famoso collega Michael Moore. Spurlock, però, risulta decisamente meno retorico e più sincero nel comunicare e nel voler capire e far capire, affrontando con una curiosità da semplice uomo di strada argomenti come la differenza e le diffidenze culturali tra popoli, spesso alimentate da reciproca ignoranza, ad uso e consumo di complotti o equilibri geopolitici.
La realizzazione leggera ed ironica del film non sminuisce il valore del suo lavoro (comunque basilare e non approfondito), che, con un metodo originale di sintesi e racconto, può aiutare soprattutto i giovani spettatori a iniziare a saperne di più.

Marco Valerio