“Che
fine ha fatto Osama Bin Laden?” è un documentario
sui generis che tenta di spiegare in parole semplici
il legame tra terrorismo, tensioni geopolitiche, diversità
religiose e culturali tra l’America e il mondo islamico-orientale.
Tutto parte dalla domanda retorica che fa anche da titolo
al film: che fine ha fatto l’uomo più pericoloso
e ricercato del pianeta dopo gli eventi che il suo gruppo
terroristico ha scatenato? Perché, dopo l’11
settembre e l’invasione dell’Iraq da parte delle
forze americane, Bin Laden non è mai stato catturato?
Come è già successo per la sua acclamata precedente
opera, “Supersize Me” (dove svelava gli effetti
di certe devastanti logiche di mercato del colosso alimentare
MacDonald), il documentarista/cineasta Morgan Spurlock
ci mette la sua faccia ironica nel progetto, mescolando beffardamente
tematiche d’attualità con vicende personali:
il film inizia proprio dall’annuncio della sua simpatica
compagna Alexandra di essere incinta. Spurlock si domanda,
ora che ha la responsabilità di un figlio in arrivo,
come poter contribuire a rendere questo pianeta un posto più
sicuro e la risposta è andare a cercare il nemico pubblico
numero uno dell’America, ovvero, Osama Bin Laden.
Tra
elementi biografici, effetti speciali grafici, cartoni animati
e spunti satirici, Spurlock compie un viaggio in paesi nei
quali l’America non gode di molta simpatia come l’Egitto,
Marocco, Israele, Palestina, Arabia Saudita ed Afghanistan,
fino ad addentrarsi nelle regioni tribali del Pakistan, dove
Bin Laden si nasconderebbe. Durante le sue tappe, scandite
come i livelli di un videogioco “picchio duro”
ed alternate in montaggio ad immagini di vita privata (che
attestano l’avanzamento della gravidanza della sua compagna),
Spurlock intervista giornalisti, esperti e religiosi, chiacchierando
con uomini di strada ed incontrando persino imam ostili all’America
e giovani emiri con contatti con cellule terroristiche.
Testimone del lavoro di disinnesco di bombe da parte dell’esercito
israeliano, di raid dei militari americani in Afghanistan,
della vita nelle bidonville egiziane, o ancora del clima di
chiusura in Arabia Saudita e di violenta diffidenza in Israele,
senza alcuna retorica o dietrologia, Spurlock tenta di andare
oltre gli stereotipi razziali in maniera semplice e diretta,
mostrandoci scorci di vita e di pensiero di egiziani, arabi,
afghani e palestinesi che appaiono per quello che sono: gente
normale, con caratteristiche culturali e religiose differenti
da quelle occidentali, ma non per questo necessariamente tutti
terroristi o intolleranti.
Nonostante
alcune scelte di regia causino una certa artificiosità
al documentario, nuocendo inizialmente alla sua stessa credibilità,
man mano che il film va avanti si delinea chiaramente il proposito
di sviluppare una comprensione più profonda delle radici
dei conflitti tra occidente ed oriente che oggi turbano il
mondo. Spurlock lavora con uno stile documentarista assolutamente
non impostato che, senza prendersi troppo sul serio, ricorda
quello del suo ben più famoso collega Michael Moore.
Spurlock, però, risulta decisamente meno retorico e
più sincero nel comunicare e nel voler capire e far
capire, affrontando con una curiosità da semplice uomo
di strada argomenti come la differenza e le diffidenze culturali
tra popoli, spesso alimentate da reciproca ignoranza, ad uso
e consumo di complotti o equilibri geopolitici.
La realizzazione leggera ed ironica del film non sminuisce
il valore del suo lavoro (comunque basilare e non approfondito),
che, con un metodo originale di sintesi e racconto, può
aiutare soprattutto i giovani spettatori a iniziare a saperne
di più.
Marco
Valerio