Cento
chiodi impalano i portatori sani del sapere. I libri. Cento
chiodi provocano il senso comune di un occidente culturalmente
chiuso e stagnato tra i dettami di testi scritti. Cento lunghi
e robusti chiodi si rivoltano contro la sclerotizzazione delle
coscienze smarrite tra mille parole, la cui unica funzione
è quella di scappare da una realtà che si è
giunti al punto di temere.
Centochiodi è il canto del cigno di un regista dalle
idee precise. E forti. E' il film-manifesto di un dissenso
profondo e radicato, il monito di chi vuole stimolare e alimentare
nuove e irriverenti riflessioni seguendo la regola del fine
che giustifica i mezzi. Ermanno Olmi ci parla di crisi interiori,
spirituali e ancora di più intellettuali. Parla e fa
parlare di sè, attraverso cento chiodi che rievocano
la crocifissione di Cristo. Questa e mille altri similitudini
di natura messianica hanno scatenato reazioni dai ranghi ecclesiastici.
Perchè i cento chiodi hanno iniziato la loro crociata
contro i dogmi della fede, e contro le convenzioni più
consolidate della stessa cultura.
La componente dissacrante del film tocca in maniera decisa
le corde della religiosità, ma arriva con ancora più
vigore a spezzare quelle dell'intellettualità. Sin
dalla locandina si tenta di comunicare l'idea secondo cui
le religioni non abbiano mai salvato il mondo. Anzi, un convintissimo
Raz Degan arriva quasi a bestemmiare, a infamare Dio e a puntare
il dito contre le conseguenze del credere in esso. Si esagera
con le parole, pungenti quanto spine. Quanto chiodi. Si avverte
il desiderio interiore di un artista del cinema che vorrebbe
rifondare la spiritualità a partire dal basso, dalla
materialità del vivere, dalla semplice immediatezza
dell'esperire. Dal prendere il caffè con un amico,
piuttosto che dal leggere un libro.
Ed ecco la critica ai modus operandi di una cultura giunta
ormai troppo lontana dai lidi dell'animo umano. Degan interpreta
un professore di filosofia che abbandona tutto per rifondare
un'esistenza lontana da testi scritti e uomini di chiesa troppo
chiusi in se stessi per vedere il mondo con occhi veri. Si
trasforma in cast away di paese, in un Cristo apocrifo che
incarna "divinamente" questa smania genuina di ricostruire
e di ricostruirsi.
I presupposti non sono certamente originali. Il clichè
dell'uomo di città che decide di mollare il certo per
l'incerto è ormai usato e abusato. Ma Olmi è
riuscito a raccontare il tutto con stile e, in un certo senso,
aggiungendo qualcosa d'innovativo. Centochiodi inizia come
una sorta di giallo a sfondo religioso, niente più
che un artificio narrativo atto a introdurre la "fuga
bella" del protagonista. Il ritmo rallenta inesorabilmente,
sembra quasi fermarsi. Poi una vaga sensazione di monotonia,
smorzata magnificamente dalla genuinità degli attori-non-attori
che circonderanno il buon Degan, personaggi che quasi si fanno
padroni della scena. Perchè Centochiodi non è
che un inno alla spontaneità, tanto nel vivere la religione
quanto nel vivere in sè e per sè. Senza intermediari:
siano essi libri, siano essi sacerdoti, siano essi profeti.
Simone
Celli