CENTOCHIODI

Titolo originale: Id.
Genere: Drammatico
Regia: Ermanno Olmi
Sceneggiatura: Ermanno Olmi
Cast: Raz Degan, Luna Bendandi, Amina Syed, Michele Zattara
Colonna Sonora: Fabio Vacchi
Produzione: Cinema11undici, Rai Cinema
Paese d'origine: Italia - 2006
Durata: 92 minuti

 

Cento chiodi impalano i portatori sani del sapere. I libri. Cento chiodi provocano il senso comune di un occidente culturalmente chiuso e stagnato tra i dettami di testi scritti. Cento lunghi e robusti chiodi si rivoltano contro la sclerotizzazione delle coscienze smarrite tra mille parole, la cui unica funzione è quella di scappare da una realtà che si è giunti al punto di temere.
Centochiodi è il canto del cigno di un regista dalle idee precise. E forti. E' il film-manifesto di un dissenso profondo e radicato, il monito di chi vuole stimolare e alimentare nuove e irriverenti riflessioni seguendo la regola del fine che giustifica i mezzi. Ermanno Olmi ci parla di crisi interiori, spirituali e ancora di più intellettuali. Parla e fa parlare di sè, attraverso cento chiodi che rievocano la crocifissione di Cristo. Questa e mille altri similitudini di natura messianica hanno scatenato reazioni dai ranghi ecclesiastici. Perchè i cento chiodi hanno iniziato la loro crociata contro i dogmi della fede, e contro le convenzioni più consolidate della stessa cultura.
La componente dissacrante del film tocca in maniera decisa le corde della religiosità, ma arriva con ancora più vigore a spezzare quelle dell'intellettualità. Sin dalla locandina si tenta di comunicare l'idea secondo cui le religioni non abbiano mai salvato il mondo. Anzi, un convintissimo Raz Degan arriva quasi a bestemmiare, a infamare Dio e a puntare il dito contre le conseguenze del credere in esso. Si esagera con le parole, pungenti quanto spine. Quanto chiodi. Si avverte il desiderio interiore di un artista del cinema che vorrebbe rifondare la spiritualità a partire dal basso, dalla materialità del vivere, dalla semplice immediatezza dell'esperire. Dal prendere il caffè con un amico, piuttosto che dal leggere un libro.
Ed ecco la critica ai modus operandi di una cultura giunta ormai troppo lontana dai lidi dell'animo umano. Degan interpreta un professore di filosofia che abbandona tutto per rifondare un'esistenza lontana da testi scritti e uomini di chiesa troppo chiusi in se stessi per vedere il mondo con occhi veri. Si trasforma in cast away di paese, in un Cristo apocrifo che incarna "divinamente" questa smania genuina di ricostruire e di ricostruirsi.
I presupposti non sono certamente originali. Il clichè dell'uomo di città che decide di mollare il certo per l'incerto è ormai usato e abusato. Ma Olmi è riuscito a raccontare il tutto con stile e, in un certo senso, aggiungendo qualcosa d'innovativo. Centochiodi inizia come una sorta di giallo a sfondo religioso, niente più che un artificio narrativo atto a introdurre la "fuga bella" del protagonista. Il ritmo rallenta inesorabilmente, sembra quasi fermarsi. Poi una vaga sensazione di monotonia, smorzata magnificamente dalla genuinità degli attori-non-attori che circonderanno il buon Degan, personaggi che quasi si fanno padroni della scena. Perchè Centochiodi non è che un inno alla spontaneità, tanto nel vivere la religione quanto nel vivere in sè e per sè. Senza intermediari: siano essi libri, siano essi sacerdoti, siano essi profeti.

Simone Celli