CARS 2
 
Titolo Originale: Id.
Genere: Animazione
Regia: Brad Lewis, John Lasseter
Sceneggiatura: Ben Queen, John Lasseter
Cast doppiatori: Massimiliano Manfredi, Marco Messeri, Paola Cortellesi, Alessandro Siani, Franco Nero, Vanessa Redgrave, Sabrina Ferilli, Sofia Loren, Alex Zanardi, Marco Della Noce, Tiberio Timperi, Marco Franzelli, Lewis Hamilton, Ivan Capelli
Colonna Sonora: Michael Giacchino
Produzione: Pixar Animation Studio, Walt Disney Pictures
Paese d’origine: USA - 2011
Durata: 120 minuti
Data di uscita: 22 Giugno 2011

 

La Pixar è tornata sul luogo del delitto, ma sulla qualità del lavoro stavolta è lecito più di un dubbio. Conscia del pericolo che ogni nuovo film di una saga possa essere colpito dalla sindrome del sequel, che presenta i sintomi di uno scadimento generale della storia, condito dalla perdita inevitabile dell’elemento novità, ha saggiamente evitato di focalizzare “Cars 2” ancora sul protagonista del primo film, Saetta McQueen. Il film presenta due storie che scorrono parallele: mentre la storia di McQueen segue a grandi linee quella raccontata nel primo film, con Saetta impegnato a correre gare su gare (è in fondo un’auto da corsa), partecipando ad un Grand Prix Mondiale, l’altra ha come protagonista Cricchetto. L’amico e spalla di Saetta, una sorta di Pippo su quattro ruote, sarà suo malgrado al centro di una cospirazione dietro il gran premio, collaborando con alcuni agenti segreti come Finn e Holley, due superaccessoriate Aston Martin e Porsche.

Quindi, anche se ad una prima occhiata Saetta può sembrare ancora una volta il protagonista, i riflettori sono puntati soprattutto sull’ingenuo Cricchetto ed è la sua parte della storia che può essere considerata a tutti gli effetti come la trama principale, la quale rimanda apertamente alle atmosfere dei film di 007. La scelta di mettere Saetta a far parte del contorno si rivela quanto mai inaspettata ed azzeccata: l’universo di Cars presenta una moltitudine di personaggi e sarebbe stato veramente un crimine utilizzare sempre gli stessi, facendogli seguire ogni volta un identico copione. Per fortuna alla Pixar hanno capito che, se utilizzati in coerenza con la personalità di ognuno, i vari personaggi hanno enormi potenzialità: consentono di creare storie sempre diverse ed originali e, cosa più importante, di mantenere in vita l’universo di Cars e i guadagni che ne derivano.

Eppure non è tutt’oro quel che luccica e nonostante gli sforzi per proporre una trama effettivamente nuova, divertente, con sequenze spettacolari e colpi di scena che farebbero felici sia i fan di James Bond che quelli di Sherlock Holmes, il film non riesce a staccarsi dal difetto più grande di quasi tutte le pellicole americane, quando devono trattare persone, luoghi e culture diverse dalla loro: lo stereotipo.
La storia porta i protagonisti in giro per il mondo e quindi anche in Italia, terra di corse e motori come poche al mondo. Saetta va nel paese natale di Luigi, il suo meccanico di fiducia e cosa trova? Un paesino che sembra uscito dalla più trita e scadente iconografia dell’Italia, il classico paesino meridionale, meglio se campano, con gente, pardon macchine, che non fa altro che ballare e cantare e mangiare, al ritmo di brani simil-tarantella. E che dire poi dell’avversario più pericoloso di Saetta? Si tratta di una macchina di formula 1, con il tricolore sulla carrozzeria, omaggio alla Ferrari che la Pixar dice di stimare. Va bene che gli americani in geografia sono sempre stati scarsini, ma allora perché dare alla macchina in questione una voce campana e pure fastidiosa, se la Ferrari è di Maranello? E perché presentare Francesco come un soggetto vanaglorioso, strafottente e pure maleducato? Spiace poi che una grandissima attrice del calibro di Sophia Loren si sia prestata a dare la voce ad una di queste macchiettistiche e stereotipate macchinette, accogliendo al suono del dialetto partenopeo i protagonisti.

Ma spiace ancora di più che gli americani continuino colpevolmente a non sforzarsi nemmeno di guardare che l’Italia che loro rappresentano non esiste in quasi tutto il nostro paese, tranne qualche zona su cui è il caso di calare il classico velo pietoso. È difficile dire se questo dipenda da come gli italoamericani percepiscano se stessi ed il loro paese d’origine o se invece dipenda da come le altre etnie vedano gli italoamericani, ma il risultato non cambia ed è francamente disarmante.
Il film è ovviamente consigliato non solo ai bambini nell’animo, ma anche ai bambini veri, sperando che i genitori che li accompagnino siano così coscienziosi da spiegare loro che noi italiani siamo diversi e migliori di come ci rappresentano.

Giulio Pesce