La
Pixar è tornata sul luogo del delitto, ma sulla qualità
del lavoro stavolta è lecito più di un dubbio.
Conscia del pericolo che ogni nuovo film di una saga possa
essere colpito dalla sindrome del sequel, che presenta i sintomi
di uno scadimento generale della storia, condito dalla perdita
inevitabile dell’elemento novità, ha saggiamente
evitato di focalizzare “Cars 2” ancora sul protagonista
del primo film, Saetta McQueen. Il film presenta due storie
che scorrono parallele: mentre la storia di McQueen segue
a grandi linee quella raccontata nel primo film, con Saetta
impegnato a correre gare su gare (è in fondo un’auto
da corsa), partecipando ad un Grand Prix Mondiale, l’altra
ha come protagonista Cricchetto. L’amico e spalla di
Saetta, una sorta di Pippo su quattro ruote, sarà suo
malgrado al centro di una cospirazione dietro il gran premio,
collaborando con alcuni agenti segreti come Finn e Holley,
due superaccessoriate Aston Martin e Porsche.
Quindi,
anche se ad una prima occhiata Saetta può sembrare
ancora una volta il protagonista, i riflettori sono puntati
soprattutto sull’ingenuo Cricchetto ed è la sua
parte della storia che può essere considerata a tutti
gli effetti come la trama principale, la quale rimanda apertamente
alle atmosfere dei film di 007. La scelta di mettere Saetta
a far parte del contorno si rivela quanto mai inaspettata
ed azzeccata: l’universo di Cars presenta una moltitudine
di personaggi e sarebbe stato veramente un crimine utilizzare
sempre gli stessi, facendogli seguire ogni volta un identico
copione. Per fortuna alla Pixar hanno capito che, se utilizzati
in coerenza con la personalità di ognuno, i vari personaggi
hanno enormi potenzialità: consentono di creare storie
sempre diverse ed originali e, cosa più importante,
di mantenere in vita l’universo di Cars e i guadagni
che ne derivano.
Eppure
non è tutt’oro quel che luccica e nonostante
gli sforzi per proporre una trama effettivamente nuova, divertente,
con sequenze spettacolari e colpi di scena che farebbero felici
sia i fan di James Bond che quelli di Sherlock Holmes, il
film non riesce a staccarsi dal difetto più grande
di quasi tutte le pellicole americane, quando devono trattare
persone, luoghi e culture diverse dalla loro: lo stereotipo.
La storia porta i protagonisti in giro per il mondo e quindi
anche in Italia, terra di corse e motori come poche al mondo.
Saetta va nel paese natale di Luigi, il suo meccanico di fiducia
e cosa trova? Un paesino che sembra uscito dalla più
trita e scadente iconografia dell’Italia, il classico
paesino meridionale, meglio se campano, con gente, pardon
macchine, che non fa altro che ballare e cantare e mangiare,
al ritmo di brani simil-tarantella. E che dire poi dell’avversario
più pericoloso di Saetta? Si tratta di una macchina
di formula 1, con il tricolore sulla carrozzeria, omaggio
alla Ferrari che la Pixar dice di stimare. Va bene che gli
americani in geografia sono sempre stati scarsini, ma allora
perché dare alla macchina in questione una voce campana
e pure fastidiosa, se la Ferrari è di Maranello? E
perché presentare Francesco come un soggetto vanaglorioso,
strafottente e pure maleducato? Spiace poi che una grandissima
attrice del calibro di Sophia Loren si sia prestata a dare
la voce ad una di queste macchiettistiche e stereotipate macchinette,
accogliendo al suono del dialetto partenopeo i protagonisti.
Ma
spiace ancora di più che gli americani continuino colpevolmente
a non sforzarsi nemmeno di guardare che l’Italia che
loro rappresentano non esiste in quasi tutto il nostro paese,
tranne qualche zona su cui è il caso di calare il classico
velo pietoso. È difficile dire se questo dipenda da
come gli italoamericani percepiscano se stessi ed il loro
paese d’origine o se invece dipenda da come le altre
etnie vedano gli italoamericani, ma il risultato non cambia
ed è francamente disarmante.
Il film è ovviamente consigliato non solo ai bambini
nell’animo, ma anche ai bambini veri, sperando che i
genitori che li accompagnino siano così coscienziosi
da spiegare loro che noi italiani siamo diversi e migliori
di come ci rappresentano.
Giulio
Pesce