Siamo
in Unione Sovietica alla fine degli anni ottanta. Mentre gli
aerei riportano in patria le salme dei giovani morti in Afghanistan,
il regime comincia ad avvisare le prime tracce del tracollo
che porterà alla Perestrojka. Il capitano di polizia
Zhurov è incaricato di indagare sulla scomparsa della
giovane figlia di un segretario distrettuale del Partito e
nel contempo su un omicidio avvenuto in un casolare. Quello
che nessuno sa è che il capitano è in possesso
di informazioni vitali su entrambi i casi.
Tratto
da una storia vera, “Cargo 200” non fa nessuno
sconto sull’effettiva portata dei contenuti che si prefigge
di mettere in scena. Il capitano Zhurov non è certo
estraneo ai due casi che gli sono stati affidati, ma quello
che lascia stupefatto lo spettatore fin da subito è
la sua imperturbabilità di fronte alle reali implicazioni
del suo coinvolgimento. Intanto bisogna dire che l’atmosfera
che regna è spiegabile solo a posteriori, chi conosce
la storia ricorderà certamente la concitazione e il
fermento di quegli anni. La Russia degli anni ottanta era
senz’altro una polveriera e i fatti raccontati, ma soprattutto
quello che resta sottinteso, lasciano intuire il quadro di
una ragionevole approssimazione dell’inferno.
Se la struttura sociale non ha nessuna consistenza, e se nelle
sperdute lande di periferia la gente sparisce senza lasciare
traccia, si può sicuramente parlare di caos, ma è
l’assoluta amoralità che lentamente emerge nel
racconto a lasciare basiti. Se all’inizio si può
aver pensato di esser di fronte all’ennesimo film con
persone sprovvedute a cui capita di tutto, a mano a mano che
si va avanti quello che emerge è che non solo ci siamo
sbagliati, ma che quello che vediamo è un racconto
senza veli sugli abusi di potere e sulla mancanza di valore
della vita umana, anche quella di chi è chiamato a
difendere l’onore di una bandiera di cui comincia ad
importare poco persino a chi la rappresenta.
Un
docente di ateismo scientifico annusa il marcio laddove si
dovrebbe sentirne almeno l’odore, ma è il solo
e, a testimonianza dello smarrimento che colpisce chi è
il primo a vedere le crepe di un futuro crollo, si rifugia
in una chiesa. Un omicidio non è certo un problema
per chi ritiene di essere al di sopra della legge, ma sequestri
di persona, stupri e dissacrazione di cadaveri forse cominciano
ad essere un pò troppo.
Quello che emerge al di sopra del rumore di fondo è
l’incredibile mancanza di riferimenti morali, se chi
detiene il potere e dovrebbe garantire l’ordine decide
di delinquere, sicuro del fatto di non essere mai ostacolato,
chi potrà mai fermarlo? Chi controlla il controllore?
Una donnina minuta che viaggia con un fucile in una valigia
può mai essere il supremo giudice di atti di tale folle
inutilità, da indurre lo spettatore a domandarsi quale
può mai essere la fonte di soddisfazione di un impotente
con troppo potere?
Ovvio
che raccontare le crepe di un crollo anni dopo che questo
è avvenuto almeno dà un senso al tutto, anche
se la rappresentazione via via più intricata e sempre
meno credibile lascia presagire un certo gusto nel raccontare
dopo che la bufera ha spazzato via i meandri corrotti di un
potere agli sgoccioli. Balabanov procede con mano sicura e
lo spettatore non può fare altro che seguirlo, dal
momento che quello che viene rappresentato ha bisogno di una
spiegazione, peccato che il regista si diverta a mostrare
per gradi e lasciare poi a chi guarda il duro compito di motivare
quello che ha visto.
Anna
Maria Pelella