Per
disintossicarsi dai cine-panettoni del Natale, vale la pena
di vedere questo “Caramel”, un film che viene
dal Libano e che parla, attraverso alcune storie che vi si
intrecciano, della capitale Beirut, divisa tra spinte alla
modernizzazione e voglia di restare nella tradizione, tra
islam e cristianesimo. Si tratta per lo più di storie
personali, di amori che iniziano e finiscono, tutto sommato
senza grossi scossoni ma portando con sé, nonostante
i problemi e le sofferenze, la gioia di vivere, l’ironia
e la voglia di crescere e cambiare, sia che a vivere queste
storie siano dei giovani sia che siano, come nel caso delle
due sorelle sarte, vecchi.
Le
storie di “Caramel” ruotano attorno ad un salone
di parrucchiere nel quale operano tre ragazze che condividono
oltre al lavoro anche una lunga amicizia. La proprietaria
vive una tormentata storia d’amore con un uomo sposato
che la fa soffrire e manca agli appuntamenti. In strada del
resto c’è un poliziotto che le fa ogni giorno
la multa e non perde occasione di farle dei controlli ai documenti
solo per riuscire ad avere un contatto con lei: ne è
innamorato. Un’altra socia del negozio ha un “problema
di forma”: sta per arrivare al matrimonio senza essere
vergine mentre il futuro marito, musulmano molto ligio, è
convinto del contrario. La terza socia è lesbica e
vive una platonica e delicata storia d’amore con una
cliente. Intanto la zia, una sarta, si innamora e accetta
la corte di un vecchio militare americano in pensione, osteggiata
dalla sorella mezza matta ma a suo modo saggia.
“Caramel”,
scritto, diretto ed anche interpretato dalla vitale Nadine
Labaki, si fa seguire volentieri, con il suo stile piano e
la simpatia dei personaggi. E anche se magari non lascia tracce
nella storia del cinema, è un sincero omaggio alla
piccola umanità che non vuole diventare famosa o avere
molti soldi ma solo gustarsi la vita al meglio che può
finché c’è vita.
Bruno
Di Marcello