Una
fotomodella famosa (Elisha Cuthbert) viene misteriosamente
rapita e segregata in una cella completamente sigillata, osservata
costantemente dal suo carceriere mascherato che la sottopone
a raccapriccianti e sadiche punizioni qualora lei si ribelli.
Completamente isolata, la ragazza scopre che un’altra
persona è tenuta prigioniera in una cella adiacente
alla sua: un giovane con cui finisce per stringere un legame
di solidarietà, ma tutto questo fa parte di un piano
programmato dal carceriere, anzi, dai carcerieri...
Sarò breve: siamo di fronte ad un film totalmente inutile
e la causa di questo giudizio è una trama desolante
e gratuita che scimmiotta maldestramente altri film ed affonda
miseramente nel vuoto spinto di contenuti ed idee.
Già il concetto di base non era per nulla originale
e questo avrebbe dovuto stimolare gli autori ad inventarsi
qualcosa di nuovo o almeno di credibile, ma invece tutto viene
mal sviluppato con idee deboli e poco coerenti (il piano dei
carcerieri ad esempio), limitandosi a replicare maldestramente
l’estetica del disgusto, della tortura e della segregazione
già ampiamente sviscerata da film come “Saw”
ed “Hostel”.
Ed infatti, la storia appare già vista altrove e va
avanti senza sapere dove andare a parare, diventando prevedibile
senza riuscire neanche a salvarsi in corner con un colpo di
scena plausibile (anzi, tutt’altro), fino alla conclusione
con la solita mattanza finale.
Proprio non riesco a capacitarmi come un regista “serio”
come Roland Joffé (autore di film corposi come “Urla
nel Silenzio”, “Mission” e “Vatel”)
abbia accettato di dirigere un thriller così miserrimo
e banale come questo “Captivity”; un film dove
non c’è nulla che vada per il verso giusto, a
parte un inizio inquietante con un’atmosfera malsana
che faceva ben sperare, ma che poi lascia il posto ad una
serie di sviluppi stiracchiati e convenzioni narrative da
cinema horror di ultima generazione che finiscono per far
scivolare la trama nell’assurdo involontario e nella
noia.
Paolo
Pugliese