Manciuria,
anni '30. Chang-yi, un killer dandy chiamato Machurian Kid,
con un’acconciatura Emo ed un sogghigno ironico perennemente
stampato in faccia, viene assoldato per recuperare una mappa
in mano a un banchiere giapponese. Intanto, a sua insaputa,
l’infallibile cacciatore di taglie Do-won viene incaricato
della stessa missione dall’esercito indipendentista
coreano. La mappa però, dopo un’esplosiva rapina
ad un treno, è finita nelle mani di un ladro, Tae-gu,
convinto che essa conduca ai favolosi tesori della dinastia
Qing. Comincia una lotta serrata tra i tre, disposti a tutto
per recuperare la mappa, tra inseguimenti, sparatorie ed infine
l’immancabile duello finale.
Arrivato
in Italia con quasi tre anni di ritardo, “Il Buono il
Matto il Cattivo” è, fin dal titolo, un gigantesco
ed affettuoso omaggio al cinema del nostro Sergio Leone, al
genere dello Spaghetti-Western da lui inventato ed
al suo film più famoso, “Il Buono il Brutto il
Cattivo”. Diretto con energia ed humor da Kim Jee-woon,
poliedrico regista coreano in grado di passare in maniera
disinvolta dall’horror di “A Tale of two Sisters”
alla crime story “Bittersweet Life”, il film appartiene
al recente genere Sukiyaki Western, ovvero lo Spaghetti-Western
in salsa orientale; grazie a un budget estremamente alto per
i canoni asiatici, ammontante a ben 10 milioni di dollari,
il film si presenta con una confezione estremamente accurata
e lussuosa: sequenze altamente spettacolari e scenografie
realizzate nei minimi particolari e con larghezza di mezzi
sono i suoi punti di forza, tra corse in treni a vapore, centinaia
di comparse e villaggi a metà strada tra Oriente e
il Selvaggio West. La pellicola è infatti un melting
pot di più generi, sia narrativi che visivi, con il
Western che si fonde non solo con i Wuxiapian (storie
di cappa e spada, di banditi e Samurai), ma anche con la commedia
demenziale e la Crime Story anni ’30, mentre l’ambientazione
mescola sia elementi della frontiera americana con quelli
tipicamente orientali, sia il moderno con l’antico,
tra cavalli e motociclette, banditi e cacciatori di taglie,
pistole e spade, villaggi asiatici e locomotive.
“Il
Buono il Matto il Cattivo” è dunque un folle
e spigliato caleidoscopio di immagini, frutto di un esercizio
stilistico ben riuscito da parte del regista, molto abile
nelle sequenze d’azione e nel costruire un impianto
narrativo lineare e serrato, improntato su un timbro prettamente
demenziale. Quest’ultimo è costituito non solo
dall’ambientazione atemporale, ma anche dalle numerose
gags (in linea di massima, divertenti anche per i canoni occidentali)
e dalla caratterizzazione allegramente estrema di tutti i
personaggi, tesi all’eccesso ed all’esagerazione:
ed ecco che il cattivo del titolo è più cattivo
che non si può, abile e sicuro di sé a livelli
inumani e compiaciuto di ciò; il matto è invece
un pasticcione dotato di imprevedibili capacità, mentre
il buono è l’eroe silenzioso ed infallibile.
La caratterizzazione irreale dei personaggi, tutti dotati
di una sicurezza e di un atteggiamento spavaldo e cool
che risultano eccessivi e ridicoli ai nostri occhi, è
forse l’unica nota stonata del film, ma comunque facilmente
assimilabile se la si riconosce per quello che è, ovvero,
un elemento caratteristico del cinema asiatico d’intrattenimento.
Paolo
Pugliese