Gran
Bretagna, anni ‘70. Michael Gordon Peterson (Tom Hardy)
nasce e cresce nei quartieri operai delle città britanniche
dove negli anni cinquanta tutto sembra seguire un ordinato
e regolare piano di sviluppo. Ma il suo destino è ben
lontano dalla quieta routine della gente che lo circonda:
dopo prime malefatte adolescenziali, come l’aggressione
all’insegnante e ai compagni del liceo, Michael si prepara
a colpi più grossi e, costruitosi un fucile a canne
mozze, si presenta all’ufficio postale dove ruba 26.18
sterline. Per il furto Michael è condannato a sette
anni di carcere durante i quali manifesta la sua indole irrequieta
con ripetute aggressioni e provocazioni alle guardie carcerarie
che non gli lesinano repliche a tono. La natura del personaggio
non è affatto repressa dall’esperienza di reclusione
ed anzi esploderà in un crescendo di violenza che lo
pseudonimo Charles Bronson, affibbiatogli dall’impresario
dei suoi primi incontri di boxe, stigmatizza perfettamente:
dal 1987 Michael sarà conosciuto con il nome dell’attore
americano diventato archetipo del duro e famoso protagonista
di film western e d’azione degli anni ‘6’
e ‘70. La storia biografica di Peterson prosegue con
salti cronologici fino ai giorni nostri: Michael alias Bronson
è tutt’oggi - 2011 - in carcere, dove sconta
la condanna all’ergastolo e dunque il resto della sua
vita.
Con
un ritardo di due anni, sulla scia dei premi e delle critiche
lusinghiere ricevute in tutto il mondo, arriva anche in Italia
“Bronson”, il personalissimo apologo del regista
Nicolas Winding Refn sulla vita del detenuto più pericoloso
d’Inghilterra. Un uomo che fu rilasciato per un breve
periodo unicamente perché la regina d’Inghilterra
decise che era troppo costoso tenerlo in carcere, dopo una
lunga serie di danni a strutture e lesioni alle guardie. Il
film di Winding Refn non è un biopic come tanti altri,
né un’opera calligrafica di facile lettura: piuttosto
è un pugno nello stomaco contro la società civile
e il sistema carcerario inglese, raccontando la vita del protagonista
con un approccio non scontato né gradevole, contaminato
da sperimentazioni visive e narrative che contribuiscono a
dipingere un quadro umano ruvido ed al tempo stesso barocco.
In un mix di cronaca dei fatti, elementi di prison-movie ed
atmosfere oniriche, il regista mette in campo una narrazione
costituita da un linguaggio d’avanguardia, a metà
strada tra lo psichedelico ed il grottesco, che utilizza per
scavare nell’inconscio del personaggio, dandone un ritratto
originale e profondo. In una ricostruzione vivace ed introspettiva,
caratterizzata da un approccio visivo teatrale e volutamente
scarno nella sua impostazione vintage, il film cambia registro
narrativo più volte, passando da una cronaca serrata
e claustrofobica dei fatti a siparietti da commediante onirico,
nei quali il protagonista si rivolge allo stesso pubblico
in sala, svelando l’aspetto più egocentrico e
sardonico della sua personalità.
Il
ritratto di Bronson è quello di un uomo pericoloso
ed autodistruttivo; un essere umano in caduta libera, protagonista
di una parabola discendente nella quale viene trascinato da
una lucida follia, dettata da un proprio codice d’onore
e da un ancora più personale visione del mondo; una
sorta di gladiatore incapace di integrarsi nella società
moderna, a causa di una profonda inadeguatezza ed autostima
che si palesano sotto forma di rabbia egocentrica e nichilista,
autoalimentata in un circolo vizioso dettato da autocompiacimento
e culto del proprio ego. Le occasioni di rinascita non mancano,
come il breve periodo di libertà provvisoria che spreca
in combattimenti clandestini all’ultimo sangue e nella
compagnia di gente ambigua; oppure, grazie alla sensibilità
di un insegnante d’arte, nel reinventarsi brevemente
come disegnatore ed illustratore di grande talento, le cui
potenzialità saranno gettate all’ortica dalla
miopia e dalla mancanza di rispetto dell’autorità
carceraria, che innescheranno una reazione violenta, ed a
suo modo poetica, di Bronson, denunciando il fallimento del
sistema nel recupero dei detenuti.
Il giovane attore Tom Hardy ci dà una grande prova
interpretativa, alle prese con un ruolo duro e difficile che
ha affrontato con coraggio e talento, tanto da arrivare alla
corte di Guy Richie (in “Rockenrolla”) e del nuovo
Hitchcock, Christopher Nolan, che lo ha voluto sia in “Inception”,
sia nel suo prossimo “Dark Knight Rises”, capitolo
conclusivo della moderna trilogia di Batman.
Paolo
Pugliese