“The
Bourne Ultimatum” è il terzo capitolo delle avventure
di Jason Bourne, ex-killer con la memoria perduta, in fuga
dai servizi segreti, nonché personaggio letterario
creato dallo scrittore Robert Ludlum.
Il film svela una parte delle sue origini, facendogli scoprire
come è divenuto ciò che è, al termine
di una nuova corsa al gatto e al topo con i suoi ex-capi della
CIA. All’origine della storia c’è un’operazione
ombra dei Servizi Segreti, collegata a Jason Bourne, che viene
scoperta da un giornalista inglese poi contattato dallo stesso
Bourne il quale è alla ricerca della sua vera identità
perché non gli rimane ormai nient’altro.
Questo nuovo episodio segue direttamente gli eventi del precedente
“The Bourne Supremacy”, dove il protagonista ha
perso la propria compagna e la possibilità di una vita
normale; alcuni flashback aiutano a ricordare quanto successo
e comprendere meglio le azioni di Jason: ovvero avere un futuro
cercando di recuperare il proprio passato.
Alla
cabina di regia c’è ancora Paul Greengrass (“United
93”), già autore del precedente “The Bourne
Supremacy” nel 2004, così come Matt Damon ritorna
nel ruolo del protagonista, accompagnato nuovamente da Julia
Stiles e l’algida Joan Allen, alle quali si aggiungono
ottimi interpreti (un pò sacrificati in verità)
quali David Strathairn, Scott Glenn ed Albert Finney.
Damon qui sembra più a suo agio nel ruolo di maggior
successo della sua carriera, interpretando con maggior sicurezza
una macchina da guerra umana apparentemente lucida e fredda
che, come nei precedenti capitoli, sa perfettamente cosa fare
ed è sempre un passo avanti rispetto agli inseguitori.
La cosa è naturalmente improbabile (il protagonista
è solo e senza appoggi), ma ormai la accettiamo
come marchio di fabbrica della saga, insieme ad altri elementi
che ritornano ciclicamente, quali gli ottimi e forsennati
inseguimenti in auto (qui anche in moto) ed i combattimenti
corpo a corpo ultra-compressi da un montaggio adrenalinico
e spezzettato.
Da un punto di vista qualitativo, per quanto ci sforziamo,
non troviamo nessuna grave pecca in questo film che, nonostante
abbia idee di genere certo non nuove, si rivela un ottimo
prodotto d’intrattenimento: intrigante, ritmato e senza
momenti morti.
I
fattori positivi di questo film sono almeno tre: 1) la sceneggiatura
del bravo Tony Gilroy (regista-sceneggiatore di “Michael
Clayton”) è un meccanismo ad orologeria
semplicissimo eppur perfetto, con una storia giocata a più
livelli ma perfettamente comprensibile, veloce senza però
essere superficiale; 2) la regia di Greengrass è sicura
ed impeccabile, migliore rispetto al precedente film, con
un timbro registico realistico e convincente nella sua messa
a punto; 3) le sequenze d’azione sono state realizzate
con grande forza visiva (ad esempio la fuga sui tetti
a Tangeri), tecnicamente molto complesse (vedi l’inseguimento
nella stazione della metropolitana), ma costruite comunque
senza risultare confusionarie e senza eccessi fracassoni,
come invece accade nel film “Die Hard – Vivere
o morire”, attualmente sugli schermi, dove tutto è
assolutamente esagerato e gratuito.
Sebbene
lo spazio dedicato all’approfondimento psicologico del
protagonista sia poco, esso è comunque perfettamente
integrato negli sviluppi della trama, mentre i vari binari
narrativi del film (le tecniche d’indagine della
task force della CIA, la ricerca di Bourne, il mistero della
sua identità e l’ennesima congiura) vengono
illustrati senza sovrapporsi tra loro, procedendo ben amalgamati
nell’intreccio semplice e funzionale, fino ad arrivare
all’epilogo piacevolmente ambiguo ed aperto ad una nuova
puntata...
Paolo
Pugliese