“Boris”
è l’adattamento cinematografico dell’omonimo
serial comico italiano, in onda sul canale Fox Italia di Sky.
Conclusosi con la terza stagione, “Boris” (che
è il nome del pesciolino di uno dei protagonisti) prende
di mira il mondo della televisione italiana, delle fiction
e delle amministrazioni interne dei network televisivi, raccontando
cosa succede sul set di una scalcagnata serie televisiva,
“Gli Occhi del Cuore”, con le vicende di Renè
Ferretti (Francesco Pannofino): un regista alle prese con
sceneggiatori nullafacenti, attori dal talento inversamente
proporzionale alla loro boria ed attricette inette quanto
raccomandate, produttori truffaldini, stagisti malpagati,
incidenti sul set, compromessi, ipocrisie e meschinità
varie...
Il film mantiene lo stesso cast della serie televisiva ed
ha una storia inerente il mondo del cinema: René è
intento nel realizzare il suo sogno di passare dalla tv al
cinema, dirigendo un film d'autore dopo tanti anni di fiction
pessime. Ma l’industria cinematografica si rivelerà
anche peggiore di quella televisiva, con il fenomeno dei “Cinepanettoni”,
i finanziamenti ministeriali inesistenti, addetti ai lavori
snob e produttori canaglie.
Nel
panorama cinematografico italiano, “Boris” è
un caso più unico che raro di passaggio dal piccolo
al grande schermo di una serie televisiva, che approda al
cinema sotto forma di commedia al vetriolo pienamente riuscita
nei suoi intenti satirici, un po’ meno invece sul fronte
narrativo. La regia, affidata agli stessi autori del serial,
tradisce un impianto di stampo televisivo, costituito da una
certa immobilità della cinepresa ed una predilezione
per inquadrature statiche, la cui progressione narrativa è
comunque resa fluida grazie ad un montaggio rapido e conciso.
Modus operandi che cambia quando, citando il classico “Effetto
Notte” di Francois Truffault, alla narrazione principale
si aggiunge anche quella del film nel film, ovvero la pellicola
girata dal protagonista Renè, con un impianto visivo
che rincorre beffardo quella scuola fatta di lunghi e lenti
piani sequenza, tipica di un certo nostro cinema d’autore.
E “Boris” ne ha per tutti, ironizzando sul fenomeno
popolare di Cinepanettoni e dei comici sboccati, ma anche
sulla spocchia ed un certo immobilismo sia degli sceneggiatori
intellettuali che delle maestranze tecniche e perfezioniste,
per non parlare del modo di porsi di certi attori ed attrici
impegnati, oppure – alzando il tiro – del cinema
elitario prodotto dalla Rai o della mancanza di una sostanziale
offerta alternativa in Italia in campo televisivo e cinematografico,
che diviene metafora di una schiavitù sociale, economica
e mediatica che il popolo italiano stenta ancora a riconoscere.
Un declino regimentale che, con una certa amarezza, viene
sottolineato nel paradossale finale, con un primo piano del
protagonista Renè, scuro in volto, seduto al cinema.
Sul
fronte degli interpreti, il film ruota intorno al bravissimo
Francesco Pannofino che, nel ruolo di Renè, interpreta
in maniera brillante un regista un po’ cialtrone ed
un po’ artista, avvezzo ai compromessi, ma anche in
possesso di un forte orgoglio artistico, che sorregge buona
parte del peso del film; accanto a lui c’è un
bravo Antonio Catania nel ruolo di un imbonitore quanto bugiardo
responsabile di rete, una capace Carolina Crescentini in quello
della pessima attrice Corinna ed anche un ottimo caratterista
come Alberto di Stasio che interpreta Sergio, produttore maneggione
e cafone. Peccato che non tutti i personaggi del cast abbiano
lo stesso spazio ed alcuni dei quali sono anche piuttosto
sacrificati, come il bravo Pietro Sermonti nel ruolo dell’insopportabile
Stanis, oppure Caterina Guzzanti in quello dell’algida
Arianna o Ninni Bruschetta come tecnico della fotografia ciarlatano
e cocainomane.
Se però il giudizio è positivo sia sul fronte
dei contenuti satirici, sia su quello delle performance degli
attori, discorso diverso invece per lo sviluppo narrativo:
il film ha una storia lineare, che riprende quanto visto nella
serie televisiva e si presta a vari intenti comici, ma la
cui fruibilità è rivolta soprattutto a chi ha
già visto la serie, risultando frammentario invece
a chi non la conosce. Questo aspetto diventa palpabile soprattutto
quando nel film appaiono quasi tutti i personaggi visti in
tre anni, che vengono presentati nudi e crudi, cioè
senza una reale costruzione/giustificazione perché
già espressa in Tv; chi però la serie non l’ha
seguita e non ne conosce gli antefatti, stenta a capire certe
dinamiche (vedi lo stagista-schiavo Alessandro ed il suo rapporto
con l’aiuto-regista Arianna), oppure certe uscite dei
protagonisti (ad esempio la Figlia di Mazinga o l’odio
di Renè per Corinna, attrice “cagna maledetta”),
finendo per bollare il film come (apparentemente) senza senso.
Da questo punto di vista, nonostante l’impegno ed una
certa creatività, la trasposizione del background di
fatti e personaggi da Tv a cinema non è perfettamente
riuscita.
Paolo
Pugliese