Lauren
Fredericks (Jennifer Lopez), giornalista del Chicago Sentinel,
viene inviata dal suo direttore in una cittadina di frontiera
tra Messico e Stati Uniti, St. Juarez, per indagare e scrivere
un articolo su centinaia di giovani donne, stuprate ed uccise.
Lauren chiede l’aiuto di Diaz (Antonio Banderas), coraggioso
direttore del quotidiano locale schierato contro il potere
economico e la collusione di forze politiche in Messico e
negli Stati Uniti. Le indagini condotte li porteranno a scoprire
oscuri legami tra affari economici e le morti di centinaia
di donne, molte di queste impiegate come forza-lavoro nelle
"maquilladoras", ovvero fabbriche a ciclo continuo
presenti in tutto il territorio messicano dove le condizioni
di lavoro sono difficili e organizzate male tanto da favorire
lo sfruttamento e la violenza sessuale. Una di queste, un’operaia
minorenne, viene aggredita ma riesce miracolosamente a sopravvivere
alla violenza ed, avendo visto da vicino gli aggressori, è
in grado di riconoscerli e vuole giustizia. La ragazza, per
questo motivo, è in pericolo perché la sua testimonianza
metterebbe in imbarazzo le autorità alla vigilia di
un’ importante transazione politico-commerciale, ma
troverà in Lauren un’alleata caparbia e risoluta,
con un altissimo rischio per entrambe.
Anche se la pellicola diretta da Gregory Nava affronta un
tema forte di denuncia ed aspetti di attualità e cronaca
che spesso e volentieri scivolano nel dimenticatoio (e, sotto
questo aspetto, non è da criticare), manca quello che
dovrebbe essere il cuore del film, cioè la focalizzazione
dell’argomento che si sta raccontando.
Infatti, la cosa strana di questo BORDERTOWN è che
non ha un’identità stilistica precisa: non si
riesce infatti a capire se sia un film di denuncia, o un poliziesco
o un thriller, oppure un pò di tutto...
Le ambizioni narrative inerenti l’argomento (vero) delle
violenze e delle scomparse di donne in Messico sono degne
di plauso, ma scompaiono ben presto man mano che il film progredisce,
rivelando una messa in opera povera e convenzionale, con un
altissimo numero di pecche. BORDERTOWN è un film a
dir poco sbagliato, dall’inizio alla fine: la trama
è costituita da tre intrecci che non vengono mai completamente
focalizzati né amalgamati tra loro, nonostante finiscano
per affluire in un unico nodo narrativo. Quello della ragazzina
sopravvissuta alla violenza sessuale ed inseguita dal suo
stupratore procede quasi separata dalle trame dei due giornalisti
che vogliono aiutarla e che comunque sono messe in secondo
piano. La nota stonata è che l’odissea della
ragazza viene narrata quasi come la favola di Cappuccetto
Rosso ed il Lupo Cattivo in chiave horror, descrivendo il
suo stupratore come una figura oscura, quasi sovrannaturale
ed onnipresente.
I personaggi dei due giornalisti interpretati da Jennifer
Lopez ed Antonio Banderas, rispettivamente una rampante cronista
di città e l’altro un giornalista idealista e
coraggioso, non sono mai minimamente centrati nel film e sono
caratterizzati così sommariamente da sembrare che siano
lì per caso...
La loro presenza, infatti, non è mai completamente
giustificata e ci sono diversi passaggi narrativi con loro
protagonisti che appaiono francamente forzati, in una progressione
narrativa traballante e raffazzonata che presenta anche scene
a dir poco gratuite, messe lì quasi per allungare il
brodo, come -ad esempio- l’inseguimento della ragazza
terrorizzata da parte del personaggio della Lopez che la ritrova
dopo un giro panoramico tra bar malfamati e locali di Lap
Dance. Una sequenza che non ha nessun peso nella storia e
che è solo fine a se stessa, apparendo quasi folkloristica.
Scontata appare poi la trovata del parallelismo tra la ragazzina
e la giornalista, la quale nasconde il solito trauma infantile
irrisolto e ritrova sé stessa aiutando la giovane e
facendo i conti sia con il proprio passato sia con le proprie
origini ispano-americane.
Per quanto riguarda la regia, Nava vorrebbe dare al film un
approccio visivo ruvido e realistico, senza fronzoli e virtuosismi,
prediligendo così la storia più che le immagini
come se assistessimo ad un documentario, ma nonostante le
buone intenzioni il suo lavoro si rivela piatto e convenzionale,
con sequenze dilatate (specie quelle a carattere intimistico)
che rallentano di molto l’andamento del film, costruite
sempre o da campi lunghi oppure da primi piani, senza la minima
creatività per angolazioni ed inquadrature di cinepresa.
BORDERTOWN non riesce a salvarsi neanche nel montaggio (spesso
l’ultima speranza di un film girato male), dove alcune
sequenze eccessivamente lunghe non vengono sforbiciate, altre
sono invece troppo brevi ed approssimative, ma soprattutto
c’è un bassissimo livello di coesione logico-narrativa
tra le varie scene, che procedono quasi separate tra loro
suscitando scarsa credibilità nello spettatore.
Il finale ed il contro-finale del film sono quanto di più
banale e prevedibile ci possa essere: c’è il
classico scontro risolutivo tra lo stupratore, la vittima
e la giornalista che si confrontano letteralmente nel fuoco,
rispettando sia esigenze di “thrilling” narrativo
sia assicurando la giusta punizione del cattivo nelle fiamme
purificatrici, come già visto in tanti film americani.
Poi c’è la solita lezioncina morale sulla libertà
d’informazione ed il dovere di cronaca che viene prima
anticipata a metà film da uno scontro dialettico rapido
ed indolore tra la Lopez ed un bravo Martin Sheen, nel ruolo
del direttore di giornale piegato dai compromessi; la morale
viene poi conclusa nel finale con la protagonista che getta
stoicamente al vento la sua carriera per rimanere in Messico
e fare opera di volontariato al giornale locale dell’amico.
Completano il quadro, francamente desolante, i dialoghi effimeri
e le performance interpretative della Lopez e Banderas ai
minimi storici.
Paolo
Pugliese
Valeria Marinaccio