Borat
è uno sdrucito reporter di una rete televisva del Kazakistan
(una delle molte, minuscole e poco popolate ex repubbliche
sovietiche), con grassa e gelosa moglie a carico, che non
disdegna i rapporti incestuosi e con animali. Un giorno, l’allampanato
giornalista con baffetti scuri e ricci folti viene inviato,
assieme al suo degno produttore, a studiare usi e costumi
dei civilizzati Stati Uniti d’America per farne tesoro
e far progredire la nazione kazaka. In realtà Borat
è così rozzo e pasticcione che attraverserà
l’America seminando guai e figuracce e spendendo prima
del tempo tutti i soldi messi a dispozione del Ministero kazako
pur di raggiungere la California e sposare niente di meno
che Pamela Anderson, della quale si è innamorato vedendola
in tv.
Vincitore del Golden Globe e candidato all’Oscar, “Borat”
si presenta come un falso documentario kazako a scopo derisorio
della presunta civiltà USA. Borat viene a contatto
con insegnanti di buone maniere, con rappers delle periferie,
con organizzatori di rodei, venditori di macchine e altra
varia umanità americana, teoricamente allo scopo d’intervistarli.
L’unica cosa in cui riesce è alla fine solo metterli
in imbarazzo. In realtà per molti versi pare sia un
vero documentario, dato che molte delle situazioni proposte
non sono ricostruite, ma riprese con delle telecamere nascoste.
L’America naturalmente viene messa alla berlina, ne
vengono esaltate la fondamentale xenophobia, l’antisemitismo,
il razzismo che ancora persiste, il militarismo forsennato.
Eppure Borat è così terribilmente sporcaccione
e sopra le righe che, passando da un eccesso all’altro,
a nostro avviso, non ne esce poi migliore degli statunitensi.
Non ci sentiremmo di dire, nonostante tutto il nostro dissenso,
che Bush dovrebbe prendere esempio dal governo del Kazakistan
né che gli americani sarebbero migliori se fossero
tutti dei Borat in miniatura. Una candidatura all’Oscar
e un Golden Globe ci sembrano sopra le righe almeno quanto
questo filmetto farsesco e sgangherato.
Bruno
Di Marcello