“Blood
Story” è il remake americano dell’horror
danese del 2008 “Lasciami Entrare” (Låt
den rätte komma in), ambientato nel 1981 a Stoccolma,
che raccontava una tenera quanto crudele storia d’amore,
amicizia, vendetta e vampiri, tra Oskar e la coetanea Eli:
il primo timido ed introverso, la seconda minuta ed implacabile,
dai grandi occhi che non sopportano la luce e dalle letali
capacità. Con il tempo Oskar scoprirà che Eli
è una vampira immortale ed entrambi si prenderanno
cura l’uno dell’altro: Eli difenderà Oskar
da giovani bulli violenti ed Oskar la proteggerà dagli
adulti che scoprono la sua natura vampira. Tanto il film originale
quanto questa sua replica-fotocopia raccontano una storia
fantasy, adulta e cupa, sul dolore dell’infanzia, sulla
forza dell’amicizia in cui sangue, su violenza ed orrore
che si piegano alla voglia di vivere. Il remake americano
propone la stessa, identica storia, ma spostando l’ambientazione
alla Seattle del 1983, con i due ragazzini protagonisti che,
da Oskar ed Eli, diventano Owen ed Abby, venendo interpretati
dai giovanissimi Kodi Smit-McPhee (“The Road”)
e Chloe Moretz (“Kick-Ass”).
La
sceneggiatura originale è stata riadattata dal regista
Matt Reeves (“Cloverfield”), che ha diretto la
pellicola avendo come modello narrativo l’impianto del
film originale. Reeves si dimostra abbastanza abile sia a
replicare i toni e le dinamiche del racconto, sia ad illustrare
il rapporto innocente tra i due ragazzini, Owen ed Abby. Ci
sono qua e là diverse, buone, intuizioni registiche,
come la sequenza d’apertura o quella nell’auto
di una delle vittime o anche l’incidente automobilistico,
ma il livello qualitativo dell’intera operazione è
modesto. Il taglio della regia, la sceneggiatura e il suo
tema principale sarebbero davvero state degne di nota se fossero
totalmente originali, ma questo film non è solo una
fotocopia pura e semplice dell’intrigante “Lasciami
Entrare”, ma ne è anche una versione molto più
diluita e superficiale sul piano dei concetti e della caratterizzazione
dei personaggi.
Le
lacune del film sono tante, cominciando dalla superficialità
con cui sono trattati gli elementi-cardine della storia, quali
il dolore dell’infanzia e la forza dell’amicizia;
la sceneggiatura e la regia, poi, non approfondiscono minimamente
le personalità dei due piccoli protagonisti, così
come i meccanismi del loro rapporto sono raccontati in maniera
sommaria, senza troppa introspezione. Non c’è
molta attenzione neanche per l'ambientazione, per il contesto
sociale e scolastico né per il tema dell’amore
tra due pre-adolescenti; tutto scorre via in maniera blanda
e superficiale, smussando vari elementi “scomodi”
(per il cinema americano), come l’ambiguità sessuale
dei due ragazzini (con relativo colpo di scena) e sorvolando
per altri su altri, finendo per dare un senso di incompiuto
all’intera storia. Invasivi e poco realistici, infine,
si rivelano anche gli effetti speciali digitali, a causa di
una realizzazione artefatta e sgraziata, là dove invece
“Lasciami Entrare” di Tomas Alfredson risultava
molto più riuscito e convincente grazie a buone scelte
di regia e semplici trucchi scenici, senza ricorrere ad alcun
freddo apporto computerizzato.
Paolo
Pugliese