Tratto
dal romanzo “Black Dahlia” di James Ellroy (autore
anche di “L.A. Confidential”), il nuovo film di
Brian De Palma è ambientato nella Los Angeles degli
anni Quaranta ed ha come protagonisti Lee Blanchard-Mister
Fire (Aaron Eckhart) e Bucky Bleichert-Mister Ice (Josh Hartnett):
due poliziotti ed ex pugili che, dopo aver disputato un incontro
promozionale di boxe, vengono inseriti nel nuovo reparto di
polizia dei Mandati. Nell’assolvimento delle proprie
funzioni si imbattono nell’efferata uccisione di un’aspirante
attrice, il cui cadavere viene ritrovato in un campo, nudo,
tranciato in due parti e con il volto sfregiato. I due poliziotti,
diventati anche amici nella vita, cominciano ad indagare e
mentre Lee diventa sempre più ossessionato dal caso
entrando in crisi con la sua bellissima compagna Kay (Scarlett
Johansson), Bucky si ritrova sentimentalmente coinvolto con
la giovane donna ed, al tempo stesso, cade nel gioco di seduzione
dell’accattivante ed aristocratica Madeleine Linscott
(Hilary Swank), personaggio ambiguo e maliardo che sembra
essere legato alla vittima da un rapporto molto particolare
e morboso…
Questo film si presenta molto ricco dal punto di vista narrativo:
accanto alla caratterizzazione dei personaggi principali,
ognuno di quali con lati oscuri e segreti, c’è
il ritratto di un’epoca con splendori e miserie degli
ambienti “altolocati” e c’è un mistero
da risolvere che porta alla luce torbidi segreti legati ad
ambienti lesbo, filmini porno clandestini e prostituzione.
Il lato pregevole di “Black Dahlia” è l’atmosfera
evocativa e tetra da noir dove nessuno, neanche i due poliziotti
protagonisti, è realmente innocente, con una bella
ricostruzione storica dell’anno 1947 che conferisce
un fascino visivo “retrò” alla pellicola.
Il tocco da maestro di Brian De Palma arricchisce la storia
con l’uso di alcuni suoi tipici strumenti narrativi
come il rallenty, i piani sequenza e la de-costruzione narrativa
tramite flashback, portando lo spettatore in una determinata
direzione per poi ribaltare le apparenze, cambiando l’angolo
di prospettiva di alcune sequenze-cardine in maniera che assumano
un significato totalmente diverso da quello iniziale, con
un paio di colpi di scena ben piazzati, anche se leggermente
prevedibili.
La narrazione del film è quindi molto cinematografica,
con De Palma che riesce magistralmente con i suoi lunghi e
descrittivi piani-sequenza a far scoprire i più piccoli
particolari e dettagli della storia e ad accompagnarla passo
dopo passo, fotogramma dopo fotogramma.
Al di là dell’aspetto visivo, "The Black
Dahlia" non risulta però essere decisamente uno
dei film migliori di De Palma, forse perché la sceneggiatura
ha dei buchi narrativi molto grossi rispetto al libro, a causa
dei dovuti tagli fatti all’opera scritta da Ellroy o
forse anche a causa del cast che, sebbene annoveri i nomi
di nuovi cavalli di razza di Hollywood, non sono forse all’altezza
di una storia estremamente greve e complessa: se Josh Hartnett
non risulta totalmente credibile sia per la giovane età
che per il volto poco da “duro” per il ruolo che
interpreta, il pur bravo Aaron Eckhart caratterizza eccessivamente
il suo personaggio rendendolo privo di sfumature. Le interpretazioni
invece da “femme fatale” tanto della Johansson
(estremamente algida) che della Swank (artefatta, ma in alcuni
brevi passaggi anche intensa) sono totalmente sopra le righe
e risultano davvero molto impostate e poco naturali.
Dal punto di vista narrativo, nonostante il bellissimo omaggio
al genere “noir” da parte del regista che mescola
sapientemente una storia tutta “americana” con
una fotografia ed un montaggio degni di lode, la trama risulta
troppo macchinosa e difficile da seguire, aggrovigliandosi
ogni tanto su se stessa e rendendo difficile la comprensione
degli eventi, sia per il loro accavallarsi sia per il gran
numero di personaggi presenti, i cui nomi si affastellano
nella mente dello spettatore. Molto deludente, inoltre, lo
sviluppo finale del film, con la ricostruzione dell’omicidio
della attrice-Dalia Nera che, nonostante sia il nucleo della
pellicola intorno al quale si snodano tutte le vicende dei
personaggi, risulta alla fine troppo sintetizzato e sminuito.
Molto bella la colonna sonora e di grande effetto, infine,
alcune sequenze come quella dell’incontro di boxe, della
sparatoria con una ripresa ad ampio respiro che anticipa tanto
lo scontro a fuoco quanto il ritrovamento del cadavere ed,
infine, la sequenza della corsa per le scalinate ripresa e
narrata da più prospettive (una costante nel cinema
di De Palma), che riporta alla memoria altri bei film del
regista come “Gli Intoccabili” e “Carlito’s
Way”.
Valeria
Marinaccio