Verso
la fine della Seconda Guerra mondiale, nelle Ardenne del 1944,
un manipolo di soldati americani di origine ebrea formano
una squadra chiamata I Bastardi, agli ordini dello
scafato tenente Aldo Raine (Brad Pitt). Il gruppo
opera nella Francia occupata dai tedeschi ed ha come unica
missione uccidere quanti più soldati possibile del
terzo Reich, portando via loro lo scalpo e diffondendo il
terrore tra le truppe teutoniche. Operando al di là
delle linee nemiche, vengono raggiunti dall’ordine di
mettere in atto l’operazione Kino, consistente nell’assassinare
il braccio destro di Hitler, Goebble, facendo esplodere con
una bomba il cinema dove presenzierà alla proiezione
di un film di propaganda sul Terzo Reich. Grazie all’aiuto
dell’affascinante Bridget Von Hammersmark, famosa attrice
tedesca in realtà spia per gli Alleati, Aldo Raine
riesce a penetrare con i suoi nella sala cinematografica gremita
da grossi esponenti del Reich, ma il piano sarà destinato
a complicarsi sia a causa dell’arguzia del colonnello
Hans Landa, responsabile della sicurezza, sia per l’intromissione
della giovane proprietaria del teatro, Shosanna: una ragazza
ebrea scampata qualche anno prima all’esecuzione di
tutta la sua famiglia e decisa ad incendiare l’intera
sala con tutti i suoi occupanti.
Collaborando nuovamente con Harvey Weinstein,
il produttore di “Kill Bill” e “A Prova
di Morte”, Quentin Tarantino si misura per la prima
volta con il cinema di guerra e naturalmente lo fa a suo modo,
realizzando un baldanzoso fumettone fantabellico ispirato
alla pellicola italiana “Quel Maledetto Treno Blindato”
(diretta nel 1977 da Enzo G. Castellari) e con il
quale riscrive eventi storici ad uso e consumo del pubblico.
Non c’è nessuna verosimiglianza storica in questa
pellicola, questo è bene precisarlo, perché
Tarantino ha preferito realizzare non solo un’operazione
nostalgica verso un classico genere cinematografico come quello
bellico (vedi “La Caduta delle Aquile”, “Ardenne
’44: un Inferno”) ma anche ludica, rielaborandone
gli elementi principali ed arricchendoli con quelli tipici
del suo stile caleidoscopico e policontaminato.
Le dinamiche storico-belliche sono quindi passate al setaccio,
amalgamandone le caratteristiche primarie con altri incipit
narrativi che fanno sì che Bastardi senza Gloria
sia un mix equilibrato di generi perfettamente bilanciati
tra loro, passando in maniera disinvolta dalla commedia nera
al drammatico, dalla spy-story alla satira storica (vedi
l’Hitler nevrastenico che si atteggia come Charlie Chaplin
ne “Il Grande Dittatore”), condita da effettacci
splatter (lo scalpo ai nemici, ad esempio) e numerose
citazioni cinematografiche.
Tutto è piacevolmente sopra le righe: dalla caratterizzazione
dei personaggi alle loro interazioni reciproche, dai dialoghi
alle interpretazioni stesse degli attori, mettendo in scena
diversi protagonisti in un ventaglio di snodi narrativi che
confluiscono nell’intreccio, i cui sviluppi (soprattutto
in merito ai personaggi) sono secchi, quasi brutali;
il regista dribbla le convenzioni narrative tipicamente hollywoodiane
e si diverte a tradire le aspettative del pubblico, ma al
tempo stesso limita i toni distopico-grotteschi del suo cinema
che qui sono meno ridondanti, anche nei dialoghi, ben costruiti
e più coincisi ed essenziali rispetto a quelli verbosi
della precedente opera “A Prova di Morte”.
Il
film è diviso in cinque capitoli, replicando la scansione
narrativa di “Kill Bill”, di cui Tarantino riprende
altre trovate come la matrice fumettistica di alcuni personaggi
(ad esempio, il sergente con la mazza da baseball Donny
Donowitz oppure l’ufficiale tedesco Stiglitz assassino
di SS), introdotti con tanto di titoli cinematografici
(o semplici freccine) e flashback fulminanti.
La regia di Tarantino è tecnicamente ineccepibile,
asciutta ed attenta ai particolari, ispirandosi al cinema
di Sergio Leone e Brian De Palma dei quali replica gli insegnamenti
fondamentali costruendo intensi primi piani allargati oppure
sequenze particolarmente affollate nelle quali la cinepresa
si muove focalizzando l’attenzione dello spettatore
su personaggi e sviluppi vari, che avvengono in scena: esemplari
sono in questo caso la lunga sequenza di dialogo ambientata
nella locanda oppure, nel secondo tempo, la complessa costruzione
narrativa all’interno del teatro.
Soddisfacenti le performance del cast: Brad Pitt recita efficacemente
sopra le righe, permettendosi il lusso di fare il verso sia
all’amico George Clooney, sia a divi del passato come
Clark Gable e Marlon Brando; lo sconosciuto Christoph Waltz,
invece, è il titolare della migliore interpretazione
del film nei panni dell’infido colonnello Landa; una
bella sorpresa, infine, sono le prove dell’emergente
Melanie Laurent (Shosanna), di Til Schweiger (il
granitico Hugo Stiglitz) ed infine di Eli Roth (Donny
Donowitz), quest’ultimo regista di film come “Cabin
Fever” ed “Hostel” che per l’amico
Tarantino esordisce come attore, con una faccia che buca lo
schermo.
Paolo
Pugliese