IL BAMBINO CON IL PIGIAMA A RIGHE

Titolo Originale: The Boy in the Striped Pyjamas
Genere: Drammatico
Regia: Mark Herman
Sceneggiatura: John Boyne & Mark Herman
Cast: David Thewlis, Vera Farmiga, Rupert Friend, Iván Verebély, Richard Johnson, Sheila Hancock, Jim Norton, David Heyman, Asa Butterfield
Colonna Sonora: James Horner
Produzione: BBC Films, Heyday Films, Miramax Films
Paese d’origine: GB/USA - 2008
Durata: 100 minuti
Data di uscita: 19 Dicembre 2008

 

Bruno (Asa Butterfield) è un bambino tedesco di otto anni che insieme alla sua famiglia si trasferisce da Berlino in una zona isolata di campagna. Senza nessuno con cui giocare, il ragazzino comincia ad esplorare i dintorni della villa, arrivando presso una fattoria vicino alla sua casa, circondata da filo spinato. Lì incontra Shmuel (Jack Scanlon), un ragazzino della sua età che indossa sempre un pigiama a righe e vive dall’altra parte del filo spinato. L’amicizia con Shmuel, che comincerà ad incontrare ogni giorno, avrà delle pesanti conseguenze, portando Bruno su un drammatico sentiero di consapevolezza del mondo degli adulti, più crudele di quanto si immaginasse. Shmuel è un ebreo, “nemico” del popolo tedesco, mentre Bruno è figlio di un ufficiale tedesco del Terzo Reich (David Thewlis) che dirige il campo di detenzione dove Shmuel e la sua famiglia sono stati rinchiusi.
I due cominciano a giocare e, nonostante l’orrore della situazione, riescono a rendere meno dura e più spensierata la realtà del campo di sterminio e delle persecuzioni naziste, come solo i bambini sono capaci di fare.

“Il Bambino con il Pigiama a Righe”, tratto dall'omonimo romanzo dello scrittore irlandese John Boyne, è una favola amara, un lavoro notevole e non banale di cronaca raccontata attraverso la storia delicata di un amicizia tra due bambini, sul drammatico sfondo della persecuzione ebrea.
Un film che tenta di ribadire in maniera tutt’altro che allegra quanto un valore come l’amicizia possa unire ciò che le barriere dividono.
“Il Bambino con il Pigiama a Righe” è una pellicola ben costruita, girata ed interpretata, che commuove nel crescendo di realtà che si aprono davanti agli occhi puri ed ingenui del piccolo Bruno e di sua madre (Vera Farmiga) e nel crudo epilogo, triste e senza speranze, che fa sentire forte quel senso di impotenza di fronte alla follia collettiva dell’Olocausto.

Una scelta molto coraggiosa ed insolita quella della Disney di far uscire a Natale un film tutt’altro che spensierato e consolatorio.
Bravissimo il regista-sceneggiatore Mark Herman che, pur davanti a circostanze tragiche come quelle della Shoah, ha l´accortezza di non rendere patetica la pellicola. E, sebbene il film sia articolato in un progressivo emergere di crude realtà che la famiglia vuole celare al piccolo protagonista, l’ingenuità e l’innocenza di Bruno non appaiono mai eccessive o assurde.
I personaggi adulti risultano un po’ troppo schematici rispetto alle due “piccole” figure principali del film; più numerosi sono quelli maschili (il giovane ufficiale, il padre e il nonno di Bruno), tutti fanaticamente nazisti, minori quelli femminili, tra cui degni di menzione sono la nonna antinazista e la madre di Bruno, che prima accetta ma poi capisce la vera entità dello sterminio.
Gli "sguardi" più importanti restano comunque quelli di Shmuel e di Bruno, che portano a far identificare il giovane minorenne nei due protagonisti.

Il film è assolutamente consigliato ai bambini, anche se la visione di temi e circostanze così forti dovrebbero essere necessariamente accompagnate dall’adeguato e giusto commento dei genitori.
Intense le musiche del premio Oscar James Horner ("Titanic") e molto curata la fotografia del francese Benoît Delhomme, che contribuisce ad arricchire di ombre i volti dei lodevoli componenti del cast.
L’opera di Herman colpisce il cuore degli spettatori, che sono portati a riflettere sulle barbarie dell’Olocausto, sugli effetti del pregiudizio e sulla violenza nei confronti degli innocenti da parte di quelli che dovrebbero essere i maturi adulti intelligenti, e dimostra ancora una volta come la guerra porti all’inevitabile annientamento culturale dell’umanità.

Valeria Marinaccio