Dieci
anni dopo Gabriele Muccino riprende in mano le sorti dei personaggi
de L’ultimo Bacio.
Carlo e Giulia sono separati: lui, dopo anni di relazioni
occasionali, si illude di potersi legare definitivamente a
una ragazza che non ama, mentre Giulia vive con la figlia
Sveva, avuta da Carlo, e il nuovo convivente. Marco è
in crisi con la moglie da cui non riesce ad avere figli e
che lo tradisce con un ragazzo molto più giovane di
lei. Adriano ritorna dopo dieci anni –e la dura
esperienza del carcere alle spalle– e desidera
conoscere il figlio avuto dalla compagna Livia che aveva lasciato
e che ora frequenta Paolo, amico di Adriano e del resto della
comitiva, fortemente depresso e farmacodipendente. L’unico
che conduce la vita di sempre è Alberto, quotidianamente
impegnato con donne intercambiabili e corroso dal solito desiderio
mai realizzato di lasciare il paese.
Giunti
alla soglia dei quarant’anni, i protagonisti di Baciami
ancora sono sempre identici a loro stessi: sempre incerti,
spaventati, perdenti in preda alla nevrosi e alla tipica incertezza
adolescenziale della serie “cosa farò da
grande?”. Ma la fontana dei desideri, dove si radunavano
a fantasticare sul futuro, ora è secca, non c’è
più acqua: i personaggi di Muccino non riescono a raggiungere
i loro desideri non tanto perché non ci credono, ma
semplicemente perché non ne hanno. Sono vuoti contenitori
senza anima.
Cosa spinge un regista a fare un seguito? Certo la possibilità
di prolungare una storia di successo, evitando i grossi rischi
del totalmente originale. Ma c’è qualcosa di
molto più intimo che soggiace all’operazione
del sequel: il privilegio di poter ritrovare i personaggi
amati, di rivederli gioire, soffrire, maturare o inabissarsi
per sempre, ma, in ogni modo, vivere. Vedendo Baciami
ancora, pare che a Muccino questo piacere sia totalmente
estraneo. Perché se è vero che i personaggi
de L’ultimo Bacio ritornano, è altrettanto
vero che ritornano privi di anima, piatti fantocci le cui
differenze umane sono state annullate, che parlano con parole
nelle quali non credono, agiscono con gesti di cui non prevedono
l’esito e nella cui giustezza o opportunità,
di certo, non confidano.
Gli
attori sono piuttosto scialbi: Accorsi tratta qualsiasi sentimento
con la stessa espressività: che sia l’improvvisa
rinascita dell’amore per l’ex moglie, la sua tristezza
cronica o la sua ansiosa ipocondria; le lacrime della Puccini,
che dovrebbe essere una Giulia ferita e appassionata, sono
credibili solo se versate sotto una pioggia battente; la depressione
del personaggio totalmente inespressivo di Santamaria è
segnalata solo dalle pillole che prende in continuazione;
il passato del carcere e dei sensi di colpa che pesa su Pasotti
ci è restituito solo dalla sua capigliatura rada e
bruciacchiata, oltre a quell’immagine un po’ kitsch
della pesante croce di legno che issa faticosamente sul muro
di una chiesa.
Per sembrare “veri” gli attori di Muccino devono
passare per forza attraverso la caricatura e l’esagerazione:
come il Marco interpretato da Pierfrancesco Favino o l’isterica
Livia di Sabrina Impacciatore. Dei sentimenti e delle emozioni
non rimane nulla, solo gli involucri privi di vita, i cliché
già visti e sentiti.
E così a Muccino non resta che chiudere un film debole
e piatto, che arranca nell’eccessiva lunghezza senza
riuscire a bucare neanche per un attimo la superficie, con
il quadretto familiare più finto e banale possibile:
le coppie ritrovate sorridono davanti al video amatoriale
con i loro neobimbi. Che importanza ha se il figlio non è
il tuo, ma dell’amante, o se per ricucire una storia
d’amore del passato, tanti cuori del presente sono stati
spezzati senza la minima preoccupazione: solo ritornando alle
proprie radici, solo ricostituendo il nucleo familiare tradizionale,
si può sperare di sopravvivere.
Muccino
ritorna uguale a se stesso, solo con una macchina da presa
più statica del solito, e non riserva sorprese: Baciami
ancora è un film vuoto, dove trionfa lo stereotipo,
incapace di comunicare, di emozionare. Si fatica quasi a credere
che si tratti dello stesso regista di La ricerca della felicità
e Sette anime. Se Muccino a Hollywood sa lavorare meglio,
che Hollywood sia: a patto che la smetta una volta per tutte
col micro-mondo limitato e limitante delle giovani famiglie
medio-borghesi e dei noiosi e claustrofobici drammi minimalisti
che vi scorrono.
Ilaria
Colla