Quattro
storie, ai quattro angoli del globo, che sembrano completamente
slegate mentre sono intrecciate a doppio filo, imprescindibili
l’una dall’altra.
In Medio Oriente un pastore porta un fucile ad un amico per
contrastare i lupi, ma i ragazzini che pascolano il gregge
si lasciano andare al tiro al bersaglio ai danni di un pullman
di passaggio, ferendo gravemente una turista americana. Subito
i giornali di tutto il mondo parlano di agguato terroristico.
In Giappone una ragazzina adolescente cerca disperatamente,
e per le vie peggiori, qualcuno che la svergini: ha un pessimo
rapporto col padre e soprattutto non ha ancora digerito la
prematura morte della madre. Una tata messicana che lavora
negli USA, pur di partecipare al matrimonio della figlia in
patria, decide di portare con sé i due bambini che
le sono stati affidati. Il ritorno notturno non sarà
semplice…
È un pungo nello stomaco il nuovo film di Inarritu,
la cui cifra stilistica e i cui interessi erano già
chiari nel precedente “21 grammi”. Lo stile è
asciutto, quasi documentaristico, con massiccio uso della
macchina a mano e luce naturale; gli interpreti sono più
che convincenti nella loro recitazione naturalistica; i particolari,
anche raccapriccianti, non ci vengono risparmiati, il buonismo
è bandito da ogni descrizione ambientale e personale.
Inarritu racconta quattro mondi, tutti in maniera convincente,
anche se le sorprendenti concatenazioni tra le quattro storie
(che non sveliamo per ovvi motivi) ci mostrano che il Mondo,
sempre di più, in realtà è uno solo,
politicamente e culturalmente parlando.
In tutto ciò è quasi inutile specificare che
la politica imperialistica degli Stati Uniti ne esce piuttosto
malconcia. Anche nei confronti dei suoi stessi cittadini:
Brad Pitt e Cate Blanchette, vittime dell’”attentato”
da parte dei due pastorelli, non trovano né nei loro
compagni di viaggio (tutti occidentali), né nella loro
stessa ambasciata il sostegno medico ed umano di cui hanno
bisogno. La più bistrattata (e meglio raccontata, essendo
Inarritu suo connazionale) è sicuramente la vecchia
tata messicana, che, al termine di una lunga e straziante
notte, per aver commesso un errore, seppur grave, viene estromessa
senza pietà dal territorio statunitense dove ormai
da anni aveva costruito la sua vita e le sue relazioni. L’episodio
psicologicamente più complesso e in molti modi a sé
stante rispetto al resto, rimane comunque quello giapponese,
che però a nostro avviso avrebbe avuto bisogno di uno
sviluppo maggiore vista la complessità del tema e quindi
resta un po’ un oggetto strano e per alcuni versi gratuito
nell’economia del film.
Bruno
di Marcello