Come
al solito quando si annuncia un film di James Cameron ci si
porta inevitabilmente dietro un seguito di grandi cifre: anche
stavolta il regista di “Aliens”, “Terminator”
e “Titanic” ha infranto il tetto, più volte
superato da se stesso, del film più costoso della storia
del cinema: stavolta le spese ammontano a ben 237 milioni
di dollari solo per la realizzazione, ai quali si aggiungono
le gigantesche operazioni di lancio del prodotto, arrivando
a superare i 400 milioni…
Ma anche quello dei più alti incassi: “Avatar”
ha raggiunto la cifra record di un miliardo di dollari in
poche settimane, battendo “Il Signore degli Anelli:
il Ritorno del Re”, candidandosi a vincere il finora
imbattuto record di "Titanic".
Diciamolo
subito: il film ha una storia che ci è piaciuta, ma
che sa un po’ di già visto: una specie di “Balla
coi Lupi” spaziale frammisto a “Pocahontas”
versione aliena. In breve, il marine paraplegico Jake Sully
(Sam Worthington) deve infiltrarsi tra gli abitanti del fantastico
pianeta Pandora alla ricerca di informazioni su un materiale
del quale i terrestri sono alla disperata ricerca, l’unobtanium.
Il problema è che gli abitanti sono tutt’altro
che disposti ad andarsene dalla loro terra, visto che il giacimento
del preziosissimo minerale si trova proprio sotto i loro più
sacri insediamenti. Inoltre l’atmosfera di Pandora è
irrespirabile per gli umani. Non resta dunque che usare degli
“avatar”, ovvero corpi in tutto e per tutto simili
ai nativi Na’vi ottenuti da materiale genetico misto
umano-alieno e “guidati” a distanza dal cervello
umano. In cambio delle informazioni raccolte, Jake otterrebbe
una costosa operazione per riavere l’uso delle gambe:
l’unico problema è che egli non aveva considerato
la possibilità di innamorarsi della bella Neytiri (Zoe
Saldana), né dello stile di vita meraviglioso del popolo
Na’vi…
Come
detto prima, la trama non è delle più originali,
ma la vera novità è l’esperienza visiva
straordinaria e mai vista prima che viene offerta allo spettatore,
e che fa di questo film un ammaliante spettacolo per gli occhi.
Non si pensi con questo solo ad un vuota pellicola piena zeppa
di effetti speciali: è vero che il 3D al cinema esiste
dagli anni ‘50, ma mai prima era stato usato in maniera
tanto spettacolare e accurata.
Ciò che c’è davvero di nuovo in “Avatar”
è la capacità di aver integrato il 3D in ogni
piano del movimento e della scena: la cura per i particolari
è qualcosa di mai visto prima e lo scopo del regista,
più che puntare al facile effetto, è di superare
il ristretto confine dello schermo; oltrepassare la finestra
e catapultare lo spettatore per la prima volta in un mondo
alieno fantastico che, allo stesso tempo, è credibile
e pulsante di vita.
Grandiosa ed impressionante la ricchezza dell’esperienza
visuale che ci si spalanca davanti: dagli schermi tridimensionali
dei tecnici di laboratorio alle grandiose scene a volo d’uccello
a cavallo di fantastiche creature alate tra paesaggi da sogno
(paesaggi che tra l’altro vengono impreziositi e
non mortificati dall’uso sapiente della tecnologia a
tre dimensioni, facendoli risaltare in tutta la loro chiarezza
e bellezza); ma quello che più colpisce e stupisce
la fantasia è la rappresentazione della vita pulsante
del pianeta, dei suoi animali fantastici e persino delle piante,
ciascun elemento con un moto e un’anima propri e con
letteralmente ogni angolo dello schermo che prende vita: l’idea
è di rappresentare tutto un ecosistema mai visto, una
lussureggiante foresta tropicale di un altro mondo con tutti
i suoi elementi (indimenticabili a tal proposito le scene
notturne nella foresta fosforescente del pianeta, un vero
e proprio documentario fictionale su una ipotetica biologia
aliena). E anche i personaggi umanoidi –cosa rara
e molto difficile nel cinema– sono resi con un realismo
e una fluidità che mai si erano visti prima, sicché
lo spettatore quasi si stupisce di ritrovarsi ad ammirare
i sensuali corpi blu degli avatar Na’vi, i quali quasi
paradossalmente si ritrovano ad essere persino più
belli ed espressivi dei loro equivalenti nel mondo reale.
Tra
i personaggi di maggiore interesse c’è il marine
Sully, interpretato dall’emergente Worthington, già
visto nell’ultimo “Terminator” (il quale
però, come abbiamo detto, è meno interessante
del suo equivalente digitale…), ma risalta anche
la “tosta” ed ecologista dottoressa Grace Augustine,
alias la grandissima Sigourney Weaver, che a suo tempo già
lavorò con Cameron nel secondo capitolo di Alien (ecologista
ma anche accanita fumatrice, cosa che non ha mancato di provocare
parecchie polemiche negli USA e persino un “polmoncino
nero” da parte dell’agguerritissimo sito web scenesmoking.org).
E a proposito di polemiche, grande scalpore ha creato in rete
un post intitolato “La depressione causata dal sogno
di Pandora”. Il suo autore, Mike, si dichiara depresso
dopo aver visto il film, al punto che “Guardando
il favoloso mondo di Pandora, ho realizzato che vorrei vivere
in un posto così. Ho pensato di uccidermi, magari rinascerò
in un luogo simile a quello del film, dove tutto è
come in Avatar”…
Altri rispondono che dopo essersi svegliati “la
mattina dopo essere stato al cinema, il mondo mi è
apparso grigio. Il mio lavoro, la mia vita, tutto ha perso
ogni valore. E' tutto così insignificante, è
un mondo di morte” (fonte: la stampa.it).
Da qui l’ennesima polemica-leggenda metropolitana (è
il caso di dirlo), che meglio sarebbe evitare di vedere
"Avatar" perché “istigherebbe al
suicidio”…
Esagerazioni a parte, questa è davvero la prova che
James Cameron non ha girato solo un film, ma creato dal nulla
un nuovo mondo.
Stefano
Damato