Lady
Sarah Ashley (Nicole Kidman) è una nobildonna inglese
che eredita un ranch nell’entroterra australiano, con
un appezzamento di terreno enorme, grande quasi quanto un
piccolo Stato. Quando alcuni “baroni” del commercio
di bestiame tentano di impadronirsi della sua terra facendo
leva sui debiti della proprietà, la donna non ha altra
scelta che vendere la sua mandria sul mercato della costa
per reperire il denaro sufficiente onde riscattare definitivamente
la fattoria. Con riluttanza, ma anche con coraggio, unisce
le sue forze con un mandriano (Hugh Jackman) per portare 2000
capi di bestiame per centinaia e centinaia di miglia attraverso
lande deserte ed inospitali. Affrontando fatiche ed ogni genere
di difficoltà, i due riusciranno ad arrivare a destinazione,
solo per trovarsi davanti al bombardamento della città
di Darwin da parte delle forze aeree giapponesi, che solo
qualche mese prima avevano attaccato la base americana di
Pearl Harbor. E’ l’inizio della Seconda Guerra
Mondiale.
Avventura,
guerra, amore, coraggio e spazi sconfinati sono gli elementi
caratterizzanti di “Australia”, nuovo film di
Baz Luhrmann, il pindarico regista di film come “Moulin
Rouge” e “Romeo+Juliet”, il quale si ispira
ampiamente ad un classico del cinema come “Via col Vento”.
L’operazione portata a termine da Luhrmann è
evidente: realizzare uno di quei film che non si vedono da
anni al cinema, ovvero un robusto melodramma-cartolina che
unisce il genere tradizionale con quello post moderno.
Il film è visivamente grandioso ed intrigante, tecnicamente
ineccepibile, con paesaggi spettacolari, eppure non convince
fino in fondo, portando sul grande schermo pregi e difetti
di un certo tipo di cinema del passato: l’ampio uso
di stereotipi cinematografici, caratterizzazioni banali, convenzioni
narrative ed una certa prevedibilità di sviluppi rendono
questo film un lussuoso polpettone patinato la cui selvaggia
ambientazione australiana è l’elemento più
affascinante.
Il regista è bravo, realizzando non poche inquadrature
decisamente spettacolari, ma non può certo fare miracoli
da solo, come ad esempio rendere credibile un film basato
su una sceneggiatura mediocre e superficiale, con una rigida
e schematica impostazione dei personaggi: da un lato i buoni,
dall’altro i cattivi. Eventuali elementi di spessore
narrativo, come la denuncia del ruvido sfruttamento inglese
di terre e risorse australiane oppure i vergognosi orfanotrofi
per bambini aborigeni, sono poco approfonditi ed affossati
da un eccessivo buonismo antirazzista.
“Australia” è un kolossal scontato e superficiale,
eccessivamente lungo e dispersivo che dopo il primo tempo
finisce per annoiare, nonostante la presenza di due star del
cinema americano qui belli ed affascinanti, ma non proprio
al massimo della loro arte.
Marco
Valerio