“Arrietty
- il mondo segreto sotto il pavimento” è l’ultima
fatica del pluripremiato Studio Ghibli, che annovera tra le
sue fila l’ancor più famoso Hayao Miyazaki, vincitore
di un Oscar e di un Leone d’oro.
Il binomio Ghibli-Miyazaki è ormai talmente inscindibile
che è dato per scontato che ogni film dello studio
rechi la firma del regista. Invece esso è un’entità
indipendente dal suo artista principale e produce spesso opere
svincolate dall’abbraccio e dalla direzione, invero
un po’ soffocanti, di Miyazaki. La notizia che il film
sia stato affidato ad Hiromasa Yonebayashi, una persona alla
sua prima esperienza di regia, ha fatto preoccupare molti,
memori dell’esordio non proprio felice di Goro Miyazaki
ne “I racconti di Terramare”. Il regista non è
tuttavia né un novellino né uno sprovveduto.
Avendo lavorato come supervisore e poi direttore dell’animazione
in diverse opere dello studio, ha acquisito l’esperienza
necessaria per affrontare una prova così ardua, potendo
comunque contare sui consigli di Miyazaki, che per questo
film si è ritagliato il ruolo di sceneggiatore.
Inoltre,
Miyazaki è anche coautore, assieme ad Isao Takahata,
dell’adattamento del libro di Mary Norton, “The
borrowers” (I Rubacchiotti), che costituisce il punto
di partenza della storia. Miyazaki non è nuovo all’utilizzo
di opere della letteratura occidentale per ragazzi nei suoi
film, come già era avvenuto con “Il Castello
Errante di Howl”; qui, come in Howl, il libro non è
adattato fedelmente, ma serve solo come spunto per consentire
a Miyazaki stesso di proporre una sua storia, in cui presentare
i temi a lui cari. La differenza più evidente tra il
libro e la sua trasposizione cinematografica è nell’ambientazione,
trasferita dall’Inghilterra degli anni ’50 al
Giappone contemporaneo. Il racconto parte con un ragazzo che
si reca in campagna per trascorrere un periodo di relax a
casa di due arzille vecchiette, prima di sottoporsi ad un
delicato intervento chirurgico al cuore. Qui, nella pace della
campagna giapponese, scoprirà che la casa in cui abita
ha anche altri inquilini, solo un po’ più piccoli,
che vivono dignitosamente prendendo “in prestito”
piccoli oggetti o ridottissime porzioni di cibo delle persone
a grandezza naturale.
Più
che nel rapporto tra gli umani e queste piccole creature,
peraltro espresso nel tipico stile delicato dello studio Ghibli,
Miyazaki vuole mostrare allo spettatore come si possa vivere
felicemente anche con poco, senza cedere a quelle che lui
considera le tentazioni del consumo di massa. La famiglia
formato mini non è rappresentata come folletti dai
misteriosi poteri magici, ma come una famiglia in tutto e
per tutto normale, salvo che per le dimensioni dei suoi componenti.
La normalità per Miyazaki è quella espressa
dalla famiglia tradizionale giapponese, che crede in valori
che il regista sente ormai lontani dalla percezione della
popolazione: uno stile di vita modesto ma non per questo meno
felice e sereno che, nelle sue intenzioni, offre speranza
a coloro che vivono momenti difficili causati dalla crisi
economica attuale. Questa normalità è espressa
con un’animazione, come sempre, ad altissimi livelli,
con il colore verde che la fa da padrone. Il tocco di classe,
però rimane sempre la capacità degli animatori
di rendere al meglio le espressioni, i sentimenti e i turbamenti
dell’animo dei protagonisti.
La
regia è attenta a non cadere nel sentimentalismo e
il film sarebbe veramente impeccabile se fosse accompagnato
da un doppiaggio all’altezza. Il problema non è
nella scelta delle voci, ma nel tipo di interpretazione che
i doppiatori sono stati chiamati a dare: il tono è
molto basso, spesso quasi privo di scatti, di intensità,
che diano l’idea di un’emozione in chi parla.
In alcuni momenti i doppiatori utilizzano un tono tale che
sembra quasi che leggano. Va inoltre segnalato come l’adattamento
privilegi espressioni che nella nostra lingua non si usano
comunemente o sono cadute in desuetudine, per la precisa scelta
di presentare non espressioni in italiano corrente, ma in
giapponese tradotto in italiano, come già accaduto
in “Il mio vicino Totoro” e in “Ponyo sulla
Scogliera”.
Giulio
Pesce