ARRIETTY - IL MONDO SEGRETO SOTTO IL PAVIMENTO
 
Titolo Originale: Kari-gurashi no Arietti
Genere: Animazione, Fantasy
Regia: Hiromasa Yonebayashi
Sceneggiatura: Hayao Miyazaki, Keiko Niwa
Colonna Sonora: Cécile Corbel
Produzione: Studio Ghibli, Buena Vista Home Entertainment, Dentsu
Paese d’origine: Giappone - 2010
Durata: 90 minuti
Data di uscita: 14 ottobre 2011

 

“Arrietty - il mondo segreto sotto il pavimento” è l’ultima fatica del pluripremiato Studio Ghibli, che annovera tra le sue fila l’ancor più famoso Hayao Miyazaki, vincitore di un Oscar e di un Leone d’oro.
Il binomio Ghibli-Miyazaki è ormai talmente inscindibile che è dato per scontato che ogni film dello studio rechi la firma del regista. Invece esso è un’entità indipendente dal suo artista principale e produce spesso opere svincolate dall’abbraccio e dalla direzione, invero un po’ soffocanti, di Miyazaki. La notizia che il film sia stato affidato ad Hiromasa Yonebayashi, una persona alla sua prima esperienza di regia, ha fatto preoccupare molti, memori dell’esordio non proprio felice di Goro Miyazaki ne “I racconti di Terramare”. Il regista non è tuttavia né un novellino né uno sprovveduto. Avendo lavorato come supervisore e poi direttore dell’animazione in diverse opere dello studio, ha acquisito l’esperienza necessaria per affrontare una prova così ardua, potendo comunque contare sui consigli di Miyazaki, che per questo film si è ritagliato il ruolo di sceneggiatore.

Inoltre, Miyazaki è anche coautore, assieme ad Isao Takahata, dell’adattamento del libro di Mary Norton, “The borrowers” (I Rubacchiotti), che costituisce il punto di partenza della storia. Miyazaki non è nuovo all’utilizzo di opere della letteratura occidentale per ragazzi nei suoi film, come già era avvenuto con “Il Castello Errante di Howl”; qui, come in Howl, il libro non è adattato fedelmente, ma serve solo come spunto per consentire a Miyazaki stesso di proporre una sua storia, in cui presentare i temi a lui cari. La differenza più evidente tra il libro e la sua trasposizione cinematografica è nell’ambientazione, trasferita dall’Inghilterra degli anni ’50 al Giappone contemporaneo. Il racconto parte con un ragazzo che si reca in campagna per trascorrere un periodo di relax a casa di due arzille vecchiette, prima di sottoporsi ad un delicato intervento chirurgico al cuore. Qui, nella pace della campagna giapponese, scoprirà che la casa in cui abita ha anche altri inquilini, solo un po’ più piccoli, che vivono dignitosamente prendendo “in prestito” piccoli oggetti o ridottissime porzioni di cibo delle persone a grandezza naturale.

Più che nel rapporto tra gli umani e queste piccole creature, peraltro espresso nel tipico stile delicato dello studio Ghibli, Miyazaki vuole mostrare allo spettatore come si possa vivere felicemente anche con poco, senza cedere a quelle che lui considera le tentazioni del consumo di massa. La famiglia formato mini non è rappresentata come folletti dai misteriosi poteri magici, ma come una famiglia in tutto e per tutto normale, salvo che per le dimensioni dei suoi componenti. La normalità per Miyazaki è quella espressa dalla famiglia tradizionale giapponese, che crede in valori che il regista sente ormai lontani dalla percezione della popolazione: uno stile di vita modesto ma non per questo meno felice e sereno che, nelle sue intenzioni, offre speranza a coloro che vivono momenti difficili causati dalla crisi economica attuale. Questa normalità è espressa con un’animazione, come sempre, ad altissimi livelli, con il colore verde che la fa da padrone. Il tocco di classe, però rimane sempre la capacità degli animatori di rendere al meglio le espressioni, i sentimenti e i turbamenti dell’animo dei protagonisti.

La regia è attenta a non cadere nel sentimentalismo e il film sarebbe veramente impeccabile se fosse accompagnato da un doppiaggio all’altezza. Il problema non è nella scelta delle voci, ma nel tipo di interpretazione che i doppiatori sono stati chiamati a dare: il tono è molto basso, spesso quasi privo di scatti, di intensità, che diano l’idea di un’emozione in chi parla. In alcuni momenti i doppiatori utilizzano un tono tale che sembra quasi che leggano. Va inoltre segnalato come l’adattamento privilegi espressioni che nella nostra lingua non si usano comunemente o sono cadute in desuetudine, per la precisa scelta di presentare non espressioni in italiano corrente, ma in giapponese tradotto in italiano, come già accaduto in “Il mio vicino Totoro” e in “Ponyo sulla Scogliera”.

Giulio Pesce