"Apocalypto"
è il titolo del nuovo film come regista di Mel Gibson,
dopo i due “Passion of Christ” e “Braveheart”,
il quale dirige una nuova e scioccante opera di ricostruzione
storica, stavolta inerente il declino dell’antica civiltà
dei Maya. Il film, attraverso la figura di alcuni personaggi,
illustra la civiltà dei Maya come un popolo caratterizzato
da una grande evoluzione nelle opere e nell’agricoltura
a cui si accompagnavano però anche atroci e barbare
tradizioni tribali quali sacrifici, cannibalismo e mutilazioni
rituali secondo un proprio calendario religioso. Assistiamo
quindi alla drammatica epopea di Zampa di Giaguaro, un giovane
uomo che, riuscendo a mettere in salvo la propria moglie,
viene preso prigioniero di violenti invasori ed inizia con
pochi altri un lungo viaggio verso una città Maya dove
saranno sacrificati agli Dei per far terminare una terribile
carestia. Zampa di Giaguaro maturerà la decisione di
cambiare il proprio destino e, spinto dall’amore per
la propria donna, deciderà di tornare nella terra dove
era nato fuggendo con i compagni attraverso terre dominate
da paura, ferocia ed oppressione della legge di chi è
più potente. Il film, diretto e prodotto da Gibson,
è stato ancor prima della sua uscita oggetto di violente
accuse di razzismo e critiche di strumentalizzazione della
violenza, visto i contenuti “forti” del film che
illustra senza censure le sanguinarie pratiche religiose dei
Maya. Interessante sottolineare anche il carattere di realismo
ultraortodosso del film, i cui dialoghi (come anche per “The
Passion”) sono in lingua originale, ovvero l’antico
dialetto Maya Yucateca.
Il problema principale di questo film è che Gibson
regista, in un percorso (non sappiamo quanto limpido) di ricostruzione
storica, mostra quasi una certa compiacenza nell’illustrare
sequenze di cruda ed efferata violenza, inerenti i massacri
ed i rituali sacrificali: l’estrazione di un cuore umano
da una persona viva si era vista già nel 1984 in un
popcorn-movie come “Indiana Jones ed il Tempio Maledetto”,
ma qui l’effetto è ben più marcato, ispirando
repulsione ed angoscia nel pubblico. Gibson avrebbe potuto
raccontare in mille altri modi certi elementi e certe pratiche,
ma sceglie spesso il modo più esplicito ed effettistico
di farlo, sbattendolo in faccia allo spettatore che sembra
andare al cinema aspettandosi una fiera di atrocità.
Si insiste molto, forse troppo, sul carattere di violenza
tribale del popolo Maya, dando l’idea che non facessero
altro che massacrarsi a vicenda e stancando anche lo spettatore
esposto a 139 minuti di massacri, lacrime e sangue. Tra l’altro,
in Messico, i discendenti dei Maya hanno protestato contro
il film dichiarandosi offesi per come i loro antenati sono
stati ritratti da Gibson, praticamente un popolo crudele e
sanguinario a senso unico e pare strano che il regista non
abbia cercato o voluto illustrare altri aspetti di quella
civiltà, che sicuramente c’erano.
Inoltre, ad un analisi più approfondita, il film appare
anche pieno zeppo di errori e falsi storici: ad esempio, la
tesi catastrofista di Gibson secondo la quale i Maya si massacrarono
a vicenda per l’incremento demografico non più
sostenuto dalle risorse alimentari non ha basi storiche precise
né conclamate; i dialoghi del film sono in lingua Maya
yucateca, ma non quella antica bensì quella moderna;
nel film si vedono arrivare addirittura gli Spagnoli quando
in realtà la civiltà dei Maya scomparve sei
secoli prima del loro arrivo.
Insomma, non tutte le ciambelle riescono con il buco ed il
film di Gibson si rivela come un’avventura horror adrenalinica
travestita da biopic storico-documentaristico: un prodotto
manicheo che più che illustrare la fine di una civiltà
racconta una caccia all'uomo veloce, lineare ed elementare
da un punto di vista narrativo, simile per questo a tanti
videogiochi “survival”. Pregevole per alcuni aspetti
tecnici (belle alcune riprese e panoramiche, oltre ad una
splendida fotografia) ed inquietante per la cruda visione
narrativa di Gibson, il film è visivamente intrigante,
con un ritmo agile e diversi colpi di scena per mantenere
alta la tensione (vedi l’inseguimento nella foresta
o l’arrivo alla Piramide dei sacrifici umani e la conseguente
fuga), anche se poi finisce per mescolare con un pò
di incongruenza troppe cose: epopea storica, avventura esotica,
simbologia elementare, azione, horror, suggestioni ecologiste,
videogiochi.
Paolo
Pugliese