APOCALYPTO

Titolo Originale: Id.
Genere: Avventura/Storico/Drammatico
Regia: Mel Gibson
Sceneggiatura: Mel Gibson e Farhad Safinia
Cast: Rudy Youngblood, Dalia Hernandez, Morris Birdyellowhead, Jonathan Brewer, Mayra Serbulo
Colonna Sonora: James Horner
Produzione: Icon Production & Eagle Pictures
Paese d’origine: USA/Messico - 2006
Durata: 139 minuti

 

"Apocalypto" è il titolo del nuovo film come regista di Mel Gibson, dopo i due “Passion of Christ” e “Braveheart”, il quale dirige una nuova e scioccante opera di ricostruzione storica, stavolta inerente il declino dell’antica civiltà dei Maya. Il film, attraverso la figura di alcuni personaggi, illustra la civiltà dei Maya come un popolo caratterizzato da una grande evoluzione nelle opere e nell’agricoltura a cui si accompagnavano però anche atroci e barbare tradizioni tribali quali sacrifici, cannibalismo e mutilazioni rituali secondo un proprio calendario religioso. Assistiamo quindi alla drammatica epopea di Zampa di Giaguaro, un giovane uomo che, riuscendo a mettere in salvo la propria moglie, viene preso prigioniero di violenti invasori ed inizia con pochi altri un lungo viaggio verso una città Maya dove saranno sacrificati agli Dei per far terminare una terribile carestia. Zampa di Giaguaro maturerà la decisione di cambiare il proprio destino e, spinto dall’amore per la propria donna, deciderà di tornare nella terra dove era nato fuggendo con i compagni attraverso terre dominate da paura, ferocia ed oppressione della legge di chi è più potente. Il film, diretto e prodotto da Gibson, è stato ancor prima della sua uscita oggetto di violente accuse di razzismo e critiche di strumentalizzazione della violenza, visto i contenuti “forti” del film che illustra senza censure le sanguinarie pratiche religiose dei Maya. Interessante sottolineare anche il carattere di realismo ultraortodosso del film, i cui dialoghi (come anche per “The Passion”) sono in lingua originale, ovvero l’antico dialetto Maya Yucateca.
Il problema principale di questo film è che Gibson regista, in un percorso (non sappiamo quanto limpido) di ricostruzione storica, mostra quasi una certa compiacenza nell’illustrare sequenze di cruda ed efferata violenza, inerenti i massacri ed i rituali sacrificali: l’estrazione di un cuore umano da una persona viva si era vista già nel 1984 in un popcorn-movie come “Indiana Jones ed il Tempio Maledetto”, ma qui l’effetto è ben più marcato, ispirando repulsione ed angoscia nel pubblico. Gibson avrebbe potuto raccontare in mille altri modi certi elementi e certe pratiche, ma sceglie spesso il modo più esplicito ed effettistico di farlo, sbattendolo in faccia allo spettatore che sembra andare al cinema aspettandosi una fiera di atrocità.
Si insiste molto, forse troppo, sul carattere di violenza tribale del popolo Maya, dando l’idea che non facessero altro che massacrarsi a vicenda e stancando anche lo spettatore esposto a 139 minuti di massacri, lacrime e sangue. Tra l’altro, in Messico, i discendenti dei Maya hanno protestato contro il film dichiarandosi offesi per come i loro antenati sono stati ritratti da Gibson, praticamente un popolo crudele e sanguinario a senso unico e pare strano che il regista non abbia cercato o voluto illustrare altri aspetti di quella civiltà, che sicuramente c’erano.
Inoltre, ad un analisi più approfondita, il film appare anche pieno zeppo di errori e falsi storici: ad esempio, la tesi catastrofista di Gibson secondo la quale i Maya si massacrarono a vicenda per l’incremento demografico non più sostenuto dalle risorse alimentari non ha basi storiche precise né conclamate; i dialoghi del film sono in lingua Maya yucateca, ma non quella antica bensì quella moderna; nel film si vedono arrivare addirittura gli Spagnoli quando in realtà la civiltà dei Maya scomparve sei secoli prima del loro arrivo.
Insomma, non tutte le ciambelle riescono con il buco ed il film di Gibson si rivela come un’avventura horror adrenalinica travestita da biopic storico-documentaristico: un prodotto manicheo che più che illustrare la fine di una civiltà racconta una caccia all'uomo veloce, lineare ed elementare da un punto di vista narrativo, simile per questo a tanti videogiochi “survival”. Pregevole per alcuni aspetti tecnici (belle alcune riprese e panoramiche, oltre ad una splendida fotografia) ed inquietante per la cruda visione narrativa di Gibson, il film è visivamente intrigante, con un ritmo agile e diversi colpi di scena per mantenere alta la tensione (vedi l’inseguimento nella foresta o l’arrivo alla Piramide dei sacrifici umani e la conseguente fuga), anche se poi finisce per mescolare con un pò di incongruenza troppe cose: epopea storica, avventura esotica, simbologia elementare, azione, horror, suggestioni ecologiste, videogiochi.

Paolo Pugliese