Opera
prima del regista Roberto Dordit, questo APNEA arriva nelle
sale con ben tre anni di ritardo (ma pare abbia rischiato
di non uscire affatto), nonostante fosse stato dichiarato
film di interesse culturale e nazionale dal Ministero dei
Beni Culturali.
Un piccolo film indipendente, mandato un pò allo sbaraglio
nelle sale senza sostegno pubblicitario, che si rivela un
giallo di discreta fattura (ma non piacerà a tutti),
con molti elementi intriganti: un realistico ritratto della
provincia italiana, un’atmosfera cupa ed ambigua, i
personaggi caratterizzati in maniera molto cinematografica,
ma al tempo stesso introspettiva.
Lo spaccato sociale narrato nel film è il ricca ma
sulfurea provincia del Nordest italiano, tra villette di gente
benestante, concerie, campagne e nebbia. Un uomo sta per annegare,
e nei secondi interminabili che lo separano dalla fine, racconta
la sua ultima indagine. Paolo è un trentenne che lavora
come giornalista sportivo in un piccolo giornale. Alle sue
spalle, un passato sportivo di campione di scherma, che si
riaffaccia nella sua vita quando Franz, un suo amico nonché
anche lui ex-schermidore divenuto poi imprenditore, muore
d’infarto. Paolo si accorge che tanto la morte quanto
la vita dell’amico scomparso ha molti punti oscuri,
molti segreti sui quali il giornalista comincia ad indagare,
svelando certe pratiche ciniche e spietate della moderna imprenditoria,
ma infilandosi in un pericoloso vicolo cieco.
APNEA è quindi un noir di provincia che parte in quarta,
con un inizio sfasato temporalmente dove il protagonista che
annega nell’acqua racconta la sua storia, esposta al
pubblico con una narrazione lenta e cupa che conferisce anche
maggiore realismo.
L’impostazione narrativa iniziale è introspettiva,
basata sulla vita del protagonista: un ordinario antieroe,
ex-schermidore ed indagatore in bilico tra le mille cose che
si fanno ma non si dicono nella ricca provincia industriale,
tra benessere e sfruttamento della manodopera, incidenti ed
industrialotti cinici e senza scrupoli; un personaggio ben
portato sullo schermo dall’ormai più che emergente
Claudio Santamaria (“Romanzo Criminale”, “007-Casino
Royale”, “L’Ultimo Bacio”), dallo
sguardo inquieto e sovrapensiero. Il film gira tutto intorno
a lui e ne segue le mosse diventando progressivamente un noir
che poi, attraverso l’indagine iniziata quasi per caso,
assume i toni di denuncia sociale a riguardo del settore dello
sfruttamento dei lavoratori e degli incidenti sul luogo di
lavoro.
L’esordiente Dordit è un regista molto attento
alla composizione delle immagini e, come sceneggiatore, sviluppa
bene alcule sue intenzioni narrative piazzando anche qualche
buona metafora (a cominciare dal titolo). Purtroppo, però,
la sua regia si rivela anche piuttosto algida e di non semplicissima
lettura, con un impianto narrativo in vari punti farraginoso
che denuncia anche i difetti di una sceneggiatura debole e
sommaria, dall’evoluzione troppo breve e con alcuni
buchi narrativi, tra i quali una storia d’amore abbastanza
gratuita.
Il film rimane comunque un buon esempio di fare cinema d’impegno
senza incedere in futili pistolotti morali e di denuncia,
ma assumendo i toni di film di “genere” risultando
un thriller abbastanza coinvolgente, nonostante i difetti
che possono essere anche giustificabili dal fatto di essere
un’opera prima.
Marco
Valerio