Nella
piovosa periferia londinese, una bella ragazza di sedici anni
vive le sue monotone giornate tra college, studio e noiose
esibizioni al violoncello. Un giorno Jenny incontra per caso
David, un uomo affascinante e facoltoso, molto più
vecchio di lei. Lui inizia a corteggiarla e, a suon di cocktail,
battute brillanti e menzogne ben riuscite, riesce a farsi
accettare persino dalla famiglia di lei e in particolare dal
padre, perfetto esponente di quella società chiusa
e rigida, ancora inconsciamente depressa, capace di alimentarsi
soltanto dei propri pregiudizi; una società che da
lì a pochissimo sarebbe stata spazzata via dalla rivoluzione
sessuale e sociale dei ruggenti anni Sessanta e delle canzoni
dei Beatles.
David fa scoprire a Jenny un mondo eccitante e sofisticato,
fatto di prestigiosi concerti, locali eleganti, aste d’arte,
vestiti costosi e gente colta e divertente. Incantata da questo
nuovo modo di vivere, la ragazza abbandona gli studi che le
avrebbero permesso di passare gli esami ed entrare a Oxford
e accetta la proposta di matrimonio di David. Ma poco dopo
scopre che l’uomo è già sposato. Jenny
si trova costretta a rivedere le sue scelte e a riprendere
in mano la vita che prima aveva, con tanto fervore, rifiutato.
An
Education è una commedia impegnata molto godibile,
che sembra ricalcare un certo cinema francese. Del resto,
la Francia è più volte evocata nel film: dalla
lingua francese che Jenny studia e che ogni tanto irrompe
nei discorsi con gli altri, ai giradischi inquadrati con insistenza;
dalle canzoni francesi che Jenny ama tanto, alla Parigi che
finalmente ha l’occasione di raggiungere dopo averla
a lungo sognata e che la vede camminare con spigliata imprudenza
sul bordo della Senna a omaggiare una famosa scena del Jules
et Jim di Truffaut.
La Scherfig, regista danese pressoché sconosciuta al
grande pubblico, dirige il film con leggerezza e sobrietà,
prediligendo i dialoghi intimi e quotidiani ai grandi discorsi
esistenziali, le scene che si svolgono all’interno alle
ambientazioni esterne, i primi piani e i dettagli rispetto
alla visione d’insieme. Concede uno spazio pressoché
assoluto agli attori protagonisti, che risultano molto convincenti:
la giovane Carey Mulligan, che iconograficamente appare a
metà strada tra Audrey Hepburn (con gli abiti eleganti,
i voluminosi capelli raccolti e la sigaretta in bocca)
ed Audrey Tautou (per via del viso paffuto, i capelli
sciolti con la frangetta e l’ampio sorriso ingenuo,
ma intrigante), è carina e credibile nel ruolo
della promettente studentessa, desiderosa di conoscere un
mondo pieno di promesse che la vita sui libri sta rendendo
sempre più piatto e prevedibile; Peter Sarsgaard si
conferma un attore dotato seppur, in questo caso, un po’
sottotono, capace di regalare al suo personaggio la giusta
ambiguità e uno sguardo al contempo dolce ma scivoloso.
Se c’è un difetto nella regia della Scherfig
è forse quello di essere stata nel complesso troppo
fredda e distaccata, tanto che quella che doveva sembrare
una relazione in un certo modo scandalosa, agli occhi dello
spettatore risulta banalmente normale: l’essere antiretorico
è un pregio solo fino a quando non diventa un facile
pretesto per scaricare il peso di tematiche imbarazzanti e
di sentimenti vivi e contraddittori.
A
regalare al film i suoi pregi migliori è invece la
sceneggiatura di Nick Hornby, autore di famosi romanzi divenuti
poi apprezzate pellicole come Alta fedeltà
e About a Boy. A Hornby si deve la capacità,
ormai collaudata, di aver unito in modo del tutto naturale
dramma e commedia, ironia e risvolti più amari. E di
averci raccontato due storie nello stesso tempo. Una più
specifica e collocabile in modo preciso a livello storico-culturale:
la rivoluzione sessuale e l’esplodere della cultura
giovanile, che fermenta a inizio anni Sessanta, non solo svecchiano
la rigida divisione in classi sociali, ma soprattutto modificano
radicalmente il ruolo della donna.
D’altra parte An Education tratta di una storia
molto più attuale e generalizzabile: il difficile passaggio
di una ragazza dall’adolescenza all’età
adulta; la frustrazione del presente troppo pieno di impegni
scolastici; il desiderio non più procrastinabile che
la vita riservi qualche bella sorpresa; la difficoltà
di accettare i doveri dell’oggi delegando al domani
divertimento e soddisfazioni; la voglia di scoprire, di vivere,
anche a costo di bruciare le tappe, sono tutte situazioni
che qualsiasi adolescente in fondo ha sperimentato. È
la fretta di diventare “grande”, che Jenny esorcizza
fumando di nascosto le sigarette e ascoltando le canzoni francesi,
e che finalmente può mettere in atto quando incontra
un uomo maturo capace di farle vivere esperienze precluse
alla maggior parte delle ragazze della sua età. Ma
poi, i sogni cominciano pian piano a lasciare spazio alla
realtà, con i suoi piccoli compromessi, le sue bugie,
le disillusioni; a tal proposito è significativa la
scena del primo rapporto sessuale della ragazza, totalmente
privo di poesia e molto meno gratificante di come l’aveva
immaginato.
Nonostante
l’inizio accattivante, il film prosegue poi perdendo
lungo la strada ironia e dinamismo, fino alla chiusura forse
un po’ banale: Jenny riprende in mano i libri e ottiene
l’ammissione a Oxford. Ma proprio sul finale apparentemente
scontato si apre una delle riflessioni più interessanti
del film: Jenny giunge a comprendere l’importanza dello
studio e di una formazione culturale a sue spese; né
la famiglia (che crede che lo studio possa dare alla figlia
maggiori possibilità di elevarsi socialmente e di sposarsi
con un uomo ricco e importante), né l’insegnante,
né tantomeno la direttrice del college (un cameo
di Emma Thompson) riescono a darle delle risposte convincenti.
Così, quasi in contraddizione, “l’educazione”
del titolo non è quella acquisita sui banchi di scuola,
ma quella che, a volte a caro prezzo, regala il sempre problematico,
stimolante e dolceamaro banco dell’esistenza stessa.
Ilaria
Colla