Taddeo
è un 18enne che ha come mito personale il Bar Margherita
davanti casa sua, un luogo d’incontro di politici e
di svariati personaggi nella Bologna del 1954. Il ragazzo
sogna di diventarne un frequentatore, iniziando a lavorare
come autista di Al, carismatico boss del quartiere, interpretato
da Diego Abatantuono. Grazie al suo lavoro per Al, Taddeo
sarà testimone di numerosi eventi sullo sfondo del
Bar Margherita, con protagonisti gente sopra le righe come
l’ingenuo aspirante cantante Gian (Fabio de Luigi) che
sarà vittima di uno scherzo beffardo ed impietoso,
oppure del campione di ballo Sarti (Gianni Ippoliti), del
cattivissimo inventore Zanchi (Claudio Botosso), del cleptomane/erotomane
Manuelo (Luigi Lo Cascio), del sentimentale e complessato
Bep (Neri Marcorè) innamorato della prostituta Marcella
(Laura Chiatti), ma anche di eventi all’interno della
stessa famiglia del ragazzo: con sua madre (Katia Ricciarelli)
concupita dal medico di famiglia, mentre suo nonno (Gianni
Cavina) si innamora di una seducente maestra di pianoforte
(Luisa Ranieri).
“Gli
Amici del Bar Margherita” è una pellicola dai
toni alquanto leggeri e scanzonati rispetto alle ultime opere
di Pupi Avati (“Il Papà di Giovanna” e
“Il Nascondiglio”), che però contiene quegli
elementi tipici del suo cinema, ovvero il carattere evocativo
nella trama e personaggi, nonché l’ambientazione
storica dell’Italietta provinciale degli anni ‘40/’50,
molto cara al regista. Eppure, nonostante il nome di Avati
e la presenza di molti buoni attori (tra cui spiccano
Lo Cascio e due vecchie conoscenze del regista come Cavina
e la Ricciarelli), il giudizio su questo film non è
positivo: si ha la sensazione di incompletezza, di un’opera
non pienamente riuscita sia negli intenti che nei contenuti.
La
sceneggiatura non ha un’unicità organica, presentando
invece una struttura episodica ruotante intorno al Bar i cui
spunti umani e folcloristici non sono approfonditi, ma raccontati
quasi fossero delle barzellette legate tra loro da un esilissimo
filo narrativo. E, infatti, l’intreccio appare inconsistente
e prolisso mentre la galleria dei personaggi è troppo
sopra le righe, con una caratterizzazione stereotipata ed
una recitazione spesso enfatizzata.
Di bello nel film c’è quell’atmosfera nostalgica
dei bei tempi andati che riporta alla memoria film come “I
Vitelloni” o “Amarcord” di Fellini, anche
se il paragone è leggermente improprio, sia per l’affresco
corale troppo effimero, sia per la chiave nostalgica dell’operazione
che non riesce a trovare un equilibrio convincente tra il
commovente, il ridicolo e l’evocativo.
Certamente “Gli Amici del Bar Margherita” è
un film gradevole e ben confezionato, ma che comunque delude
chi ama il cinema di Avati.
Valeria
Marinaccio