Tratto
dall’omonimo best seller di Mark Jacobson, “American
Ganster” è il nuovo ed atteso film del regista
di “Alien” e ”Blade Runner”, Ridley
Scott, alle prese con la storia vera di Frank Lucas: il più
grande importatore e trafficante di droga di Harlem durante
gli anni ’70 che, in seguito al suo arresto, divenne
collaboratore della polizia denunciando per corruzione tre
quarti dei poliziotti della sezione narcotici di New York.
Il film si presenta con una ricostruzione dettagliata e fedele
delle atmosfere dell’epoca, narrando le fasi della “carriera”
di Lucas che dal niente, in una visione distorta del classico
sogno americano, riuscì a costruire un vero e proprio
impero a conduzione familiare di importazione, raffinazione
e smercio al dettaglio di droga purissima. Un caso senza precedenti
nella storia del narcotraffico, che vide Lucas acquistare
la droga in Vietnam, cioè direttamente alla fonte e
senza intermediari, corrompendo alcuni ufficiali dell’esercito
americano ed utilizzando gli aerei militari per importare
la merce negli USA. Parallelamente alla sua storia, si raccontano
anche le attività e le indagini della task force della
polizia guidata dal detective Richie Roberts, l’uomo
che riuscì alla fine ad arrestare Lucas.
Nei
panni dei rispettivi antagonisti Lucas e Roberts ci sono le
star Denzel Washington e Russel Crowe (alla sua terza collaborazione
con Scott, dopo “Il Gladiatore” ed “Un’Ottima
Annata”), che sul grande schermo si alternano senza
incontrarsi quasi mai. Il confronto è però impari:
Washington è magnifico, calamitando l’attenzione
dello spettatore con un’interpretazione asciutta e senza
enfasi che dona spessore e carisma al suo ruolo; molto sotto
tono, invece, l’interpretazione di Crowe che caratterizza
senza troppa convinzione né spunti il proprio personaggio
-il classico poliziotto solitario, onesto e tenace- rimanendo
in secondo piano rispetto al collega per tutta la durata del
film.
Tecnicamente impeccabile (regia e montaggio sono perfetti),
“American Gangster”, a dispetto di due ore e mezzo
di durata, ha una narrazione scorrevole che appassiona il
pubblico a dispetto di numerose lacune, con la storia parallela
dei due personaggi le cui vite si avvicinano progressivamente
durante la scalata al potere di Lucas e l’indagine di
Roberts, fino ad incontrarsi negli ultimi minuti del film.
A
posteriori, però, il film si rivela una sorta di Romanzo
Criminale americano estremamente patinato, con una trasposizione
superficiale degli eventi e molti buchi narrativi. Lo sceneggiatore
Steve Zaillian, tra l’altro premio Oscar per “Schindler's
List”, si accontenta di illustrare sommariamente personaggi
ed eventi senza mai scavare in profondità; oltre ad
un ritratto stereotipato dei due ruoli principali di gangster
(freddo, sicuro, razionale) e poliziotto (stanco, tenace,
dalla vita alla deriva), nel film le tappe dell’ascesa
criminale di Lucas sono appena accennate, con la sceneggiatura
che si sofferma eccessivamente nel descrivere la dimensione
familiare-patriarcale del narcotrafficante e dei suoi fratelli;
viene dedicato poi troppo tempo a situazioni sociali esterne
che, se da un lato regalano un’efficace ambientazione
Vintage, dall’altro tolgono spazio a molti elementi
che meritavano di essere focalizzati, con un meccanismo narrativo
che appare in alcuni punti anche ripetitivo.
Seppur molto convincente per costumi, oggetti d’epoca
e scenografie, la Harlem di “American Gangster”
non viene mai realmente raccontata e rimane sempre un semplice
sfondo al viavai dei personaggi, così come lo stesso
mondo criminale di Lucas non viene mai descritto in maniera
approfondita, liquidando con brevi sequenze le lotte per il
narcotraffico, i rapporti con altri boss di colore e la coesistenza
con i clan di Italiani e Marsigliesi.
La risoluzione del film, specie se arriva dopo due ore e mezzo,
è quantomai frettolosa e didascalica, affidandosi ad
alcune righe di spiegazione per chiudere la vicenda. Prima
dei titoli di coda, però, c’è un’ultima
sequenza muta con Denzel Washington davvero bella e crepuscolare,
che salva in parte il finale sotto tono di questo film che,
tra alti e bassi, tiene comunque lo spettatore incollato alla
potrona.
Paolo
Pugliese