ALMANYA - LA MIA FAMIGLIA VA IN GERMANIA
 
Titolo Originale: Almanya - Willkommen in Deutschland
Genere: Commedia
Regia: Yasemin Samdereli
Sceneggiatura: Nesrin Samdereli, Yasemin Samdereli
Cast: Fahri Yardim, Arnd Schimkat, Aykut Kayacik, Petra Schmidt-Schaller, Denis Moschitto, Aylin Tezel, Manfred-Anton Algrang, Lilay Huser, Siir Eloglu, Kaan Aydogdu
Colonna Sonora: Gerd Baumann
Produzione: Roxy Film
Paese d’origine: Germania 2011
Durata:
97 minuti
Data di uscita: 7 Dicembre 2011

 

Protagonista del film è la famiglia Yilmaz, emigrata in Germania dalla Turchia negli anni ’60 e giunta oggi alla terza generazione. Dopo una vita di sacrifici, il patriarca Hüseyin ha finalmente realizzato il sogno di comprare una casa in Turchia e ora vorrebbe farsi accompagnare fin lì da figli e nipoti per risistemarla come residenza estiva. Malgrado lo scetticismo iniziale, la famiglia al completo si mette in viaggio e alle nuove avventure nella terra d’origine si intrecciano i ricordi tragicomici dei primi anni in Germania (Almanya in turco), quando la nuova patria sembrava un posto assurdo in cui vivere. Lungo il tragitto, però, vengono a galla molti segreti del passato e del presente e tutta la famiglia si troverà ad affrontare la sfida più ardua: quella di restare unita.

“Almanya” è una chiara prova di come il cinema tedesco si sia evoluto negli ultimi anni, sviluppando un felice filone di commedie cinematografiche, caratterizzate da un impianto familiare-esistenzialista che si presta a numerose variazioni, comprendendo anche riflessioni storiche e sociali sul paese. Avendo ancora in mente il felice esperimento comico/politico/nostalgico di “Goodbye Lenin”, non possiamo che prendere atto di questo trend positivo, giudicando ampiamente riuscita la commedia etnica-alemanna di “Almanya”. Il film percorre la storia dell’emigrazione turca in Germania nei primi anni ’60 (tracciando un inconsapevole parallelismo con gli emigranti italiani, soprattutto siciliani e calabresi), con un impianto visivo arricchito sia da filmati d’epoca, sia da una meticolosa ricostruzione storico-visiva, ravvisabile tanto nei costumi quanto nelle scenografie. Il fulcro della storia sono i due coniugi Yilmaz, le cui vite sono narrate sia nel presente che nel passato: la loro vita da pensionati, ormai naturalizzati tedeschi, circondati da figli e nipoti, viene alternata a quella del passato, quando erano giovani negli anni ’60, grazie all’espediente di ampi flashback sul filo dei ricordi che vengono narrati al piccolo nipote, ultimo arrivato della famiglia. Il timbro narrativo è lieve e gradevole, allineandosi ad eventi realmente accaduti e ricostruendo le difficoltà iniziali di ambientazione dei giovani emigranti.

Sicuramente le sequenze ambientate nel passato costituiscono la parte più divertente del film, che ha il pregio di contenere numerose invenzioni visivo-narrative, come le difficoltà a farsi comprendere della giovane madre oppure la sequenza, sardonicamente blasfema, dell’incubo di uno dei figli della coppia: un bambino terrorizzato dalla figura di un Gesù Cristo zombie, credendo che la religione cristiana consista nel cannibalismo del proprio Dio, a causa dell’eucarestia (“Questo è il mio corpo, questo è il mio sangue”). Il film cambia quasi totalmente registro nella seconda parte, assumendo una connotazione meno leggera e più introspettiva e drammatica; il finale cede un po’ ad un lirismo familiare ed elegiaco che, pur essendo in antitesi con le premesse iniziali del film, costituisce un indubbio valore simbolico grazie alla sua ultima sequenza, fortemente allegorica, che vede insieme tutti i membri della famiglia –vivi e defunti- con le rispettive controparti giovanili e adulte, sancendo l’importanza della famiglia e il valore della continuità della vita, dei ricordi, delle proprie radici, attraverso le generazioni.

 

Paolo Pugliese