Protagonista
del film è la famiglia Yilmaz, emigrata in Germania
dalla Turchia negli anni ’60 e giunta oggi alla terza
generazione. Dopo una vita di sacrifici, il patriarca Hüseyin
ha finalmente realizzato il sogno di comprare una casa in
Turchia e ora vorrebbe farsi accompagnare fin lì da
figli e nipoti per risistemarla come residenza estiva. Malgrado
lo scetticismo iniziale, la famiglia al completo si mette
in viaggio e alle nuove avventure nella terra d’origine
si intrecciano i ricordi tragicomici dei primi anni in Germania
(Almanya in turco), quando la nuova patria sembrava un posto
assurdo in cui vivere. Lungo il tragitto, però, vengono
a galla molti segreti del passato e del presente e tutta la
famiglia si troverà ad affrontare la sfida più
ardua: quella di restare unita.
“Almanya”
è una chiara prova di come il cinema tedesco si sia
evoluto negli ultimi anni, sviluppando un felice filone di
commedie cinematografiche, caratterizzate da un impianto familiare-esistenzialista
che si presta a numerose variazioni, comprendendo anche riflessioni
storiche e sociali sul paese. Avendo ancora in mente il felice
esperimento comico/politico/nostalgico di “Goodbye Lenin”,
non possiamo che prendere atto di questo trend positivo, giudicando
ampiamente riuscita la commedia etnica-alemanna di “Almanya”.
Il film percorre la storia dell’emigrazione turca in
Germania nei primi anni ’60 (tracciando un inconsapevole
parallelismo con gli emigranti italiani, soprattutto siciliani
e calabresi), con un impianto visivo arricchito sia da filmati
d’epoca, sia da una meticolosa ricostruzione storico-visiva,
ravvisabile tanto nei costumi quanto nelle scenografie. Il
fulcro della storia sono i due coniugi Yilmaz, le cui vite
sono narrate sia nel presente che nel passato: la loro vita
da pensionati, ormai naturalizzati tedeschi, circondati da
figli e nipoti, viene alternata a quella del passato, quando
erano giovani negli anni ’60, grazie all’espediente
di ampi flashback sul filo dei ricordi che vengono narrati
al piccolo nipote, ultimo arrivato della famiglia. Il timbro
narrativo è lieve e gradevole, allineandosi ad eventi
realmente accaduti e ricostruendo le difficoltà iniziali
di ambientazione dei giovani emigranti.
Sicuramente
le sequenze ambientate nel passato costituiscono la parte
più divertente del film, che ha il pregio di contenere
numerose invenzioni visivo-narrative, come le difficoltà
a farsi comprendere della giovane madre oppure la sequenza,
sardonicamente blasfema, dell’incubo di uno dei figli
della coppia: un bambino terrorizzato dalla figura di un Gesù
Cristo zombie, credendo che la religione cristiana consista
nel cannibalismo del proprio Dio, a causa dell’eucarestia
(“Questo è il mio corpo, questo è il mio
sangue”). Il film cambia quasi totalmente registro nella
seconda parte, assumendo una connotazione meno leggera e più
introspettiva e drammatica; il finale cede un po’ ad
un lirismo familiare ed elegiaco che, pur essendo in antitesi
con le premesse iniziali del film, costituisce un indubbio
valore simbolico grazie alla sua ultima sequenza, fortemente
allegorica, che vede insieme tutti i membri della famiglia
–vivi e defunti- con le rispettive controparti giovanili
e adulte, sancendo l’importanza della famiglia e il
valore della continuità della vita, dei ricordi, delle
proprie radici, attraverso le generazioni.
Paolo
Pugliese