Che
cosa succederebbe se un “cucciolo” di Alien scegliesse
come ospite il corpo di un Predator?
“Alien vs Predator: Requiem” vede il debutto di
una nuova creatura, partorita dalla fertile mente dello sceneggiatore
Shane Salerno: una Regina che è un ibrido tra le due
razze, ovvero un Predalien, un Alien con la mascella da Predator
ed i dreadlock da Rasta.
L’inizio del film si ricollega al finale del primo “Alien
vs Predator”, dove l’astronave dei Predator recuperava
il corpo del loro compagno, già infettato da una larva
di Alien. Il Predalien ed un manipolo di “facehugger”
(i ragni salterini) sterminano tutti i Predator presenti
sull’astronave, la quale precipita sulla terra, nei
boschi del Colorado. L’ultimo Predator, ormai morente,
invece di autodistruggersi come la tradizione vorrebbe, invia
un messaggio di avvertimento al suo pianeta di origine, per
avvisare del disastro. Mentre i graziosi xenomorfi si riproducono
a spron battuto alle spese degli sfortunati abitanti della
cittadina di Gunnison, arriva sul posto un Predator “che
risolve problemi”, con il compito di eliminarli e, nel
tempo libero, procurarsi anche qualche trofeo umano. In mezzo
al fuoco incrociato si trovano alcuni tra i personaggi più
stereotipati visti sullo schermo negli ultimi anni: uno sceriffo
che brilla per ottusità, un giovane appena uscito di
prigione per motivi imprecisati e persino una soldatessa di
ritorno dall’Iraq, che nelle pie intenzioni dello sceneggiatore
dovrebbe omaggiare Sigourney Weaver, ma che non è neanche
degna di allacciarle le scarpe.
E’
risaputo che i sequel sono in genere inferiori all’originale
e, considerato che il capostipite dello sciagurato crossover
non era esattamente indimenticabile, si rischia di ritrovarsi
per le mani questo “Alien vs Predator: Requiem”,
ispirato, come il precedente, all’omonima miniserie
a fumetti della Dark Horse del 1989-90. Almeno il predecessore
poteva vantare una sceneggiatura appena decente di Paul W.
S. Anderson, mentre in questo caso, a parte la discutibile
idea del Predalien, del tutto ininfluente ai fini del plot,
si annaspa nel vuoto più totale.
Un gruppo di attori televisivi dall’aspetto assolutamente
anonimo, con delle battute che suonerebbero risibili già
in un B-Movie di vent’anni fa, deambulano spaesati cercando
di sopravvivere sia alla mattanza generale che agli inesistenti
snodi narrativi, che saltano con più frequenza delle
casse toraciche squarciate dai “chestbuster” (i
feti degli Alien). Da un momento all’altro la cittadina,
fino ad un attimo prima apparentemente normale, viene evacuata
e si trasforma in una città fantasma, riempiendosi
di carcasse di auto in fiamme. Dopo qualche minuto è
invasa dalla Guardia Nazionale, dando l’impressione
di assistere ad una versione di “Planet Terror”
(nella scena in cui manca un rullo di pellicola)
molto meno divertente e molto più soporifera, data
anche l’assoluta ed imbarazzante mancanza di suspence.
I
registi Colin e Greg Strause, ribattezzati per ovvi motivi
di marketing The Brothers Strause, non saranno mai i Wachowski,
ma neanche gli Hughes Brothers (quelli di “From
Hell”). La coppia vanta una lunga esperienza nel
campo degli effetti speciali (“300”, “X-Men
3”, “I Fantastici Quattro”) ma non ha la
più pallida idea di come si diriga un film, e sembra
del tutto incapace di donare all’insieme un minimo di
coerenza, ammorbandoci con il solito montaggio frenetico ai
limiti della comprensibilità e con le soggettive da
FPS del Predator, uscite direttamente da un videogioco degli
anni ’80. L’unica cosa che funziona nel match
intergalattico sono gli effetti speciali, che offrono qualche
riuscito momento gore, pur sempre canonico e nei limiti della
norma, tanto che il divieto ai minori di 18 anni sembra francamente
ridicolo, oltre a destare qualche preoccupazione per l’anacronistica
ondata di neopuritanesimo di ritorno.
In conclusione, uno spreco del franchise per un prodotto che
meglio sarebbe figurato nel purgatorio degli “straight
to video”.
Nicola
Picchi