Aspettavamo
Alice. Un capolavoro profetizzato, dove la cinepresa del genio
borderline di Tim Burton incontra la logica folle dello scrittore
e matematico Lewis Carroll. Ma Alice in Wonderland delude
gli estimatori di entrambi.
L’incipit è sorprendente: la piccola Alice ha
fatto un incubo e il padre la consola amorevolmente dicendole
che “tutti i migliori sono matti” e le
svela un segreto: “l’unica via per ottenere
l’impossibile è pensare che sia possibile”.
È la celebrazione della fantasia come risorsa necessaria
per migliorare noi stessi e il mondo in cui viviamo. Con un’inquadratura
a volo di rondine si apre un universo tipicamente burtoniano:
lune piene o falciate nel cielo cupo, alberi spettrali e paesaggi
tinti di fosco. Poi Alice non è più bambina,
ha già vent’anni e, lanciatasi all’inseguimento
di un coniglio bianco, scappa dal grande ricevimento in giardino
dove la buona società vittoriana la vuole vedere fidanzarsi
con un nobile rampollo. Da questo momento, però, il
film subisce un’involuzione totale e, col passare dei
minuti, quello che sembrava un fantastico invito a sognare
si trasforma in un prosaico imperativo ad agire.
La
rivisitazione del mito di Alice in chiave burtoniana perde
gran parte del carattere giocosamente caotico e pazzamente
strampalato che caratterizza i romanzi di Carroll, per subire
una sorta di “normalizzazione”: Alice, entrata
nel Sottomondo, deve compiere una missione ben precisa:
combattere la tirannia della Regina Rossa e sconfiggere il
mostro Ciciarampa per restituire il regno al governo della
sua giusta sovrana, l’evanescente Regina Bianca.
L’universo di nonsense, paradossi e assurdità
di Alice si trasforma in uno dei più canonici fantasy:
l’eroina predestinata affronta coraggiosamente il nemico
con spada e armatura per portare a compimento la profezia
che pesa su di lei. Burton tenta di dare ordine al disordine,
di semplificare ciò che è complesso. E, stranamente,
gioca poco con il vasto materiale a sua disposizione: il linguaggio
dei personaggi viene ridotto all’osso, depurato dei
mille giochi di parole, fraintendimenti e grattacapi logici
che contraddistinguono la lettura di Carroll; inoltre, alle
varie figure che Alice incontra, si è cercato di dare
una sorta di “senso”, di giustificazione alle
loro eccentricità.
Probabilmente
le intenzioni erano di rendere il classico racconto per l’infanzia
più “adulto” rispetto alle varie versioni
fin’ora fatte: è eloquente in tal senso il fatto
che Alice, da svagata bimba incapace di comprendere i personaggi
che incontra, si sia trasformata in una ragazza molto empatica,
in grado di vedere oltre le apparenze e di instaurare un’amicizia
profonda con il Cappellaio. Se nella storia tradizionale Alice
non vede l’ora di risvegliarsi e fuggire dal sogno bizzarro
che l’ha intrappolata, nella traduzione di Burton è
molto dispiaciuta di non poter rimanere nel Sottomondo. Del
resto, ci si chiede: perché dovrebbe restare? Non c’è
nulla di “meraviglioso” nel paesaggio ricostruito
da Burton, che almeno in questo è rimasto fedele a
se stesso e alle sue scenografie gotiche, cupe e decadenti.
Persino nel finale, quando la tirannia è stata sconfitta,
il paesaggio non subisce alcun mutamento, al “delirante”
mondo post-atomico non viene aggiunto alcuno smalto. Poco
male, se almeno intervenisse la tecnologia 3D ad esaltare
il mondo onirico: ma l’uso degli occhialini si rivela
sostanzialmente inutile (se non fosse per un paio di momenti,
del resto ben pubblicizzati dal trailer).
Insomma,
in Alice in Wonderland non ritroverete Carroll. Ma troverete
anche poco Burton. Il tipico personaggio alla Burton, l’outsider
malinconico e maldestro, confuso e antieroico, non si riconosce
certamente in Alice, che è un’eroina solo apparentemente
fragile, ma in realtà molto coraggiosa e sicura di
sé. Ne rimane solo l’ombra e il sapore nei personaggi
del Cappellaio Matto (Johnny Depp) e della Regina Rossa (Helena
Bonham Carter), non a caso la coppia feticcio di Burton, ma
nei quali questa volta egli non si identifica: entrambi in
qualche modo combattono contro la “normalità”,
quella stessa normalità che invece Alice è chiamata
a ripristinare.
Tim Burton propone la storia di Alice raccontata all’inverso:
il fine del suo viaggio non è perdersi, ma ritrovarsi.
Così, alla fine, Alice sarà maturata e capace
di fare delle scelte da adulta: “troverò il modo
di rendere utile la mia vita”, dichiara dopo aver abbandonato
il Sottomondo ed essere ripiombata nella vita reale.
Ne emerge un insegnamento, un’etica, una morale totalmente
diversi da quanto ci si sarebbe aspettato. Non che non abbiano
una loro legittimità, ma ci dispiace solo di una cosa:
che ciò che poteva essere il più straordinario
inno all’immaginazione e alla necessità del sogno,
si sia trasformato nella solita volontà di autoaffermazione
di sé attraverso l’azione.
Ilaria
Colla