ALICE IN WONDERLAND

Titolo Originale: id.
Genere: Fantastico, Avventura, Animazione
Regia: Tim Burton
Sceneggiatura: Linda Woolverton (dai romanzi di Lewis Carroll, "Alice's Adventures in Wonderland" e "Through the Looking Glass")
Cast: Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Anne Hathaway, Crispin Glover
Colonna Sonora: Danny Elfman
Produzione: Roth Films, Team Todd, Tim Burton Productions, Walt Disney Pictures, The Zanuck Company
Paese d’origine: U.S.A.
Durata: 110 minuti
Data di uscita: 3 Marzo 2010

 

Aspettavamo Alice. Un capolavoro profetizzato, dove la cinepresa del genio borderline di Tim Burton incontra la logica folle dello scrittore e matematico Lewis Carroll. Ma Alice in Wonderland delude gli estimatori di entrambi.
L’incipit è sorprendente: la piccola Alice ha fatto un incubo e il padre la consola amorevolmente dicendole che “tutti i migliori sono matti” e le svela un segreto: “l’unica via per ottenere l’impossibile è pensare che sia possibile”. È la celebrazione della fantasia come risorsa necessaria per migliorare noi stessi e il mondo in cui viviamo. Con un’inquadratura a volo di rondine si apre un universo tipicamente burtoniano: lune piene o falciate nel cielo cupo, alberi spettrali e paesaggi tinti di fosco. Poi Alice non è più bambina, ha già vent’anni e, lanciatasi all’inseguimento di un coniglio bianco, scappa dal grande ricevimento in giardino dove la buona società vittoriana la vuole vedere fidanzarsi con un nobile rampollo. Da questo momento, però, il film subisce un’involuzione totale e, col passare dei minuti, quello che sembrava un fantastico invito a sognare si trasforma in un prosaico imperativo ad agire.

La rivisitazione del mito di Alice in chiave burtoniana perde gran parte del carattere giocosamente caotico e pazzamente strampalato che caratterizza i romanzi di Carroll, per subire una sorta di “normalizzazione”: Alice, entrata nel Sottomondo, deve compiere una missione ben precisa: combattere la tirannia della Regina Rossa e sconfiggere il mostro Ciciarampa per restituire il regno al governo della sua giusta sovrana, l’evanescente Regina Bianca.
L’universo di nonsense, paradossi e assurdità di Alice si trasforma in uno dei più canonici fantasy: l’eroina predestinata affronta coraggiosamente il nemico con spada e armatura per portare a compimento la profezia che pesa su di lei. Burton tenta di dare ordine al disordine, di semplificare ciò che è complesso. E, stranamente, gioca poco con il vasto materiale a sua disposizione: il linguaggio dei personaggi viene ridotto all’osso, depurato dei mille giochi di parole, fraintendimenti e grattacapi logici che contraddistinguono la lettura di Carroll; inoltre, alle varie figure che Alice incontra, si è cercato di dare una sorta di “senso”, di giustificazione alle loro eccentricità.

Probabilmente le intenzioni erano di rendere il classico racconto per l’infanzia più “adulto” rispetto alle varie versioni fin’ora fatte: è eloquente in tal senso il fatto che Alice, da svagata bimba incapace di comprendere i personaggi che incontra, si sia trasformata in una ragazza molto empatica, in grado di vedere oltre le apparenze e di instaurare un’amicizia profonda con il Cappellaio. Se nella storia tradizionale Alice non vede l’ora di risvegliarsi e fuggire dal sogno bizzarro che l’ha intrappolata, nella traduzione di Burton è molto dispiaciuta di non poter rimanere nel Sottomondo. Del resto, ci si chiede: perché dovrebbe restare? Non c’è nulla di “meraviglioso” nel paesaggio ricostruito da Burton, che almeno in questo è rimasto fedele a se stesso e alle sue scenografie gotiche, cupe e decadenti. Persino nel finale, quando la tirannia è stata sconfitta, il paesaggio non subisce alcun mutamento, al “delirante” mondo post-atomico non viene aggiunto alcuno smalto. Poco male, se almeno intervenisse la tecnologia 3D ad esaltare il mondo onirico: ma l’uso degli occhialini si rivela sostanzialmente inutile (se non fosse per un paio di momenti, del resto ben pubblicizzati dal trailer).

Insomma, in Alice in Wonderland non ritroverete Carroll. Ma troverete anche poco Burton. Il tipico personaggio alla Burton, l’outsider malinconico e maldestro, confuso e antieroico, non si riconosce certamente in Alice, che è un’eroina solo apparentemente fragile, ma in realtà molto coraggiosa e sicura di sé. Ne rimane solo l’ombra e il sapore nei personaggi del Cappellaio Matto (Johnny Depp) e della Regina Rossa (Helena Bonham Carter), non a caso la coppia feticcio di Burton, ma nei quali questa volta egli non si identifica: entrambi in qualche modo combattono contro la “normalità”, quella stessa normalità che invece Alice è chiamata a ripristinare.
Tim Burton propone la storia di Alice raccontata all’inverso: il fine del suo viaggio non è perdersi, ma ritrovarsi. Così, alla fine, Alice sarà maturata e capace di fare delle scelte da adulta: “troverò il modo di rendere utile la mia vita”, dichiara dopo aver abbandonato il Sottomondo ed essere ripiombata nella vita reale.
Ne emerge un insegnamento, un’etica, una morale totalmente diversi da quanto ci si sarebbe aspettato. Non che non abbiano una loro legittimità, ma ci dispiace solo di una cosa: che ciò che poteva essere il più straordinario inno all’immaginazione e alla necessità del sogno, si sia trasformato nella solita volontà di autoaffermazione di sé attraverso l’azione.

Ilaria Colla