A
San Francisco, Will Rodman (James Franco) è un giovane
e brillante scienziato che lavora in una grande società
farmaceutica, la Gen-Sys, dove svolge ricerche genetiche per
sviluppare un virus benigno in grado di ricostituire i tessuti
cerebrali danneggiati. L'uomo vuole individuare una cura per
l'Alzheimer, malattia da cui è affetto il padre Charles
(John Lithgow). Poco prima che la Gen-Sys dia inizio alla
sperimentazione umana di un nuovo farmaco promettente e potenzialmente
molto redditizio, l'ALZ-112, le scimmie sulle quali Will sta
effettuando i test mostrano all'improvviso un comportamento
insolitamente aggressivo. Viene così decretato l'esito
negativo della ricerca e Will deve interrompere il programma.
Nella confusione che segue l'improvvisa interruzione dello
studio, Will si trova a dover accudire un neonato di scimpanzé,
un maschio, figlio orfano del primate più promettente
di quelli sottoposti alla sperimentazione del farmaco. Lo
scimpanzé viene chiamato Caesar ed allevato in segreto
a casa, mentre Will si occupa del padre malato. Essendo stato
esposto all'ALZ-112 quando si trovava nell'utero materno,
Caesar dimostra un'intelligenza e alcuni comportamenti insoliti
per una scimmia. Ispirato dall'osservazione delle doti inaspettate
di Caesar, Will porta avanti a casa la sua ricerca, usando
il padre e Caesar come soggetti di sperimentazione. Nel tempo,
come il giovane scienziato capisce rapidamente, i traguardi
raggiunti sono destinati a far precipitare lui e l'intera
razza umana verso il disastro, con la nascita di una nuova
razza di scimmie evolute.
Penalizzato
da un clima di sfiducia generale, causata dalla sua natura
di prequel di un remake (“Planet of Apes” di Tim
Burton) che non ha sfondato i botteghini, “L’Alba
del Pianeta delle Scimmie” sorprende invece positivamente
il pubblico per una propria, solida, identità filmica,
questo grazie ad una storia ricca di spunti e sviluppi interessanti.
La sceneggiatura parte da un incipit concreto e credibile
(la ricerca di un farmaco che stimoli l’autoriparazione
organica dei tessuti cerebrali), con un intreccio narrativo
agile e lineare ,contenente una progressiva evoluzione dei
personaggi principali, insieme ad una denuncia sotto traccia
contro la sperimentazione scientifica sugli animali. Nonostante
la storia mostri un paio di grossi buchi logici, la conseguente
caduta narrativa passa in secondo piano davanti ad un cast
di buon livello e soprattutto un’ottima regia, con una
distribuzione omogenea ed equilibrata della narrazione e della
suspense.
Per essere quindi un film sulla carta senza troppe pretese,
“L’Alba del Pianeta delle Scimmie” è
un prodotto tecnicamente ben scritto e ben realizzato, avvalendosi
anche di buoni effetti speciali che hanno il loro zenit verso
il finale, con l’attesa rivolta dei primati contro gli
uomini, visivamente spettacolare, ma un po’ troppo sensazionalistica
ed affrettata per risultare coinvolgente e realistica.
Spendiamo
infine una parola in più sulla metafora di denuncia
sociale che il film contiene, stimolante e condivisibile non
solo nella sua riflessione sui maltrattamenti verso gli animali,
ma anche nell’esprimere concetti come il razzismo, la
lotta per libertà e la schiavitù. In un periodo
(gli ultimi 10/15 anni) in cui i film non devono avere assolutamente
alcun contenuto di tipo eversivo, è bello vedere una
pellicola che, attraverso la cronaca di un branco di scimmie
che lotta per la propria libertà, cita apertamente
la segregazione razziale nella storia degli Stati Uniti, fornendo
spunti di riflessione a cui il cinema americano ci aveva disabituati
(o aveva tentato di farlo).
Paolo
Pugliese
Enrico Peduzzi