Mateo
Blanco è un regista e sceneggiatore cinematografico
la cui vita si spezza a causa di un incidente automobilistico
nell’isola di Lanzarote, dove perde la vita la sua amante
Lena, protagonista del film “Ragazze e Valigie”
che stavano girando insieme. Diventato cieco ed incapace di
accettare la morte della donna della sua vita, Mateo sopravvive
decidendo di scindere la sua identità in due persone
differenti, adottando per sempre il suo pseudonimo letterario,
Harry Caine, con l'idea che Mateo Blanco sia invece morto
accanto alla sua amata Lena.
14 anni dopo, Harry Caine ha ormai cancellato qualsiasi traccia
dell’identità di Matteo vivendo grazie alle sceneggiature
ed i lavori letterari che scrive, aiutato da Diego, il suo
segretario, dattilografo ed aiutante, nonché figlio
della sua fedele direttrice di produzione Judit Garcia.
Una notte Diego ha un incidente ed Harry si prende cura di
lui in assenza della madre Judit. Nelle notti che seguiranno,
lo scrittore sarà al capezzale del ragazzo e Diego
gli chiederà per la prima volta di raccontargli il
suo passato, quando era Mateo Blanco.
Pedro
Almodovar dirige un film affollato ed eterogeneo che fonde
il melodramma, la commedia e il cinema noir in una storia
sviluppata su tre piani narrativi: da un lato il passato,
con il racconto dell'amore clandestino tra Mateo e Lena, amante
dell’anziano industriale Ernesto che, scoperta la cosa,
decide di distruggere la carriera di Mateo; dall’altro
il presente, con la vita di Harry/Matteo e il dramma del figlio
omosessuale di Ernesto, da lui vessato in passato; in mezzo,
il film nel film, "Ragazze e valigie", commedia
al femminile interpretata da Lena e diretta da Mateo, mentre
il figlio di Ernesto gira in video il making of del film,
facendo da spia al padre (finanziatore della pellicola)
sui comportamenti dei due amanti.
Un
film non facile, questo “Gli Abbracci Spezzati”,
dalla struttura complessa, costruita come un mosaico narrativo
composto da molteplici rimandi tra presente e passato che
rischiano di renderne ostica la visione e, soprattutto, la
lettura dei suoi più intimi significati. Nonostante
un impianto narrativo eccessivamente complicato ed un finale
ingarbugliato che lascia il pubblico perplesso, non si può
fare a meno comunque di apprezzare questo film, elegante e
dal ritmo sincopato con la consueta rappresentazione da parte
di Almodovar di un fallace ed umano mondo interiore, popolato
da sentimenti forti che danno via a drammi e tragedie.
Il regista non disegna alcuna morale della favola, illustrando
una storia normale che fa da sfondo agli aspetti che contribuiscono
a renderci umani, vitali e imperfetti: da un lato la gelosia,
il tradimento, l'abuso di potere, il dramma della fatalità
ed il conseguente complesso di colpa; dall’altro il
sapore delle emozioni, la forza del desiderio, la ricchezza
della memoria e la voglia di vivere nonostante il dolore della
perdita e le delusioni.
Almodovar
ha stemperato col tempo il gusto per l’eccesso e l’ironia
sarcastica e grottesca delle sue prime opere in favore di
una maturità narrativa che ha dalla sua l’intensità
adulta e mai banale della rappresentazione dell’animo
umano nonché il racconto di storie di vita e sentimenti
vissuti, ben interpretati da ottimi attori come Penelope Cruz,
Lluís Homar e Blanca Portillo.
La pellicola non convince però mai pienamente e nonostante
un suo indubbio valore artistico, superiore alla media generale
dei cosiddetti film d’autore (termine di cui si
abusa fin troppo), rimane comunque inferiore agli standard
a cui Almodovar ci ha abituato con pellicole come Volver,
Tutto su mia madre e Parla con Lei. La responsabilità
di questo è da imputare ad una sceneggiatura che si
dimostra didascalica ed in diversi punti anche enfatica, in
parte bilanciata da una messa in scena impeccabile, ma in
parte debitrice anche di una certa crisi di idee del Maestro.
Marco
Valerio