Tratto
da una storia a fumetti di un cartoonist americano molto bravo
come John Wagner, questo film parte nel più classico dei
modi con la descrizione di una famiglia americana, solare e fin
troppo perfetta (almeno in superficie…), la cui vita subirà
un progressivo, profondo e drammatico mutamento a causa di un
fatto da cronaca nera: due criminali armati irrompono nella tavola
calda gestita dal capofamiglia Tom (Viggo Mortensen, il prode
Aragorn de “Il Signore degli Anelli”) che reagisce
con insospettabile violenza e determinazione uccidendoli entrambi.
Celebrato in paese ed in televisione come un eroe borghese, Tom
affronterà una pesante transizione a causa dell’arrivo
di minacciosi stranieri (agenti segreti?) che sembrano conoscerlo
bene, costringendolo ad affrontare un passato nascosto e non proprio
immacolato nonché la sua natura di puro assassino. Affrontando
la situazione, tutti i membri della famiglia cambieranno, portando
alla luce un’insospettabile vena di violenza insita in loro
ed in letargo che interesserà tutti i loro ambiti di interrelazione
umana (scolastica, sociale e perfino sessuale).
A prima vista, A HISTORY OF VIOLENCE potrebbe sembrare uno di
quei film appartenenti al classico genere “reazionario”
dove c’è il buono che, dopo aver subito offese ed
ingiustizie, rialza la testa e reagisce vendicandosi dei cattivi.
In realtà il tessuto ed i contenuti narrativi del nuovo
film di Cronenberg sono molto più profondi ed il regista
mette in scena una vera e propria parabola, estremamente pessimista,
sulla natura violenta dell’uomo, ancestrale e scevra da
qualsiasi grado di civiltà. Ed infatti, nonostante il nostro
grado di civilizzazione, abbiamo tutti un istinto “animale”
aggressivo e di conservazione: questa sembra la tesi di Cronenberg
che dirige un film duro, lucido e scontornato da qualsiasi elemento
di giustificazione morale; un film che analizza quasi clinicamente
gli elementi di una violenza umana le cui origini il regista sembra
voler suggerire allo spettatore possano essere di natura genetica
ed inoppugnabile.
Man mano che la storia prosegue, non ci sono sconti allo spettatore
che rimane in balia dei dilemmi morali di un Cronenberg che dirige
il film in maniera molto asciutta ma senza rinunciare a sottili
punte di humor nero. Per i concetti contenuti a proposito della
natura della violenza e del peso di un passato che ritorna, A
HISTORY OF VIOLENCE potrebbe essere visto quasi come una sorta
di western urbano, un noir psicologico e familiare che si discosta
molto dal genere di film che Cronenberg ha diretto fino ad ora,
anche dal punto di vista tecnico: infatti è un’opera
psicologica più minimalista che “carnale” ed
anche molto essenziale nella messa a punto delle riprese. Un film,
insomma, “diverso” per i fan del regista di opere
come “La Mosca” o “Il Pasto Nudo” ma convincente
sia nella storia, sia nell’approccio narrativo, sia infine
nell’interpretazione degli attori del cast: da un Viggo
Mortensen che, da marito dolce e sensibile si rivela una spietata
macchina da guerra, a Maria Bello che interpreta sua moglie, attonita
ma che resta al suo fianco finendo “contagiata” anche
lei dalla sua violenza (i loro rapporti sessuali, prima timidi
e scherzosi, diventano estremamente impetuosi e violenti) così
come anche il loro figlio, prima vessato dai soliti bulli della
scuola e poi spietato vendicatore. Concludendo, A HISTORY OF VIOLENCE
è un film che illustra senza sconti o giustificazioni la
violenza repressa dell'America moderna, qualcosa di profondo ed
ineluttabile che si nasconde sotto una patina di superficie a
prima vista rassicurante e tranquilla. In pratica, una metafora
su come sia cambiato il classico “sogno americano”,
trasformato in un lucido incubo di provincia.
Paolo
Pugliese