“30
GIORNI DI BUIO”, ultima produzione della Ghost House
Pictures di Sam Raimi, è tratto dalla graphic novel
in tre volumi di Steve Niles e Ben Templesmith, che ha generato
anche alcuni seguiti e spin-off. Tra i ghiacci dell’Alaska,
viene rinvenuta una nave abbandonata; è l’ultimo
giorno prima del lungo mese di notte artica e, mentre la maggior
parte dei residenti parte verso lidi più ospitali,
nella sperduta cittadina di Barrow cominciano ad accadere
strane cose. Lo sceriffo Eben Oleson trova nella neve dei
cellulari dati alle fiamme, l’unico elicottero viene
irreparabilmente danneggiato e qualcuno comincia ad uccidere
i cani da slitta. Subito dopo vengono tagliate le linee telefoniche
e poi quelle elettriche. In poche ore la città si trova
completamente isolata, ma il peggio deve ancora venire: Barrow
sta per essere invasa da un’orda di ferocissimi vampiri
ed i pochi abitanti rimasti dovranno lottare con tutte le
loro forze per riuscire a sopravvivere.
Negli ultimi anni le rivisitazioni del mito del vampiro, al
cinema, si contano sulle dita di una mano: senza considerare
gli innumerevoli prodotti per il mercato DVD, quasi tutti
dilettanteschi e spesso inguardabili, abbiamo i sequel apocrifi
del “Vampires” di Carpenter e di “Dal tramonto
all’alba”, i due “Underworld”, vampiri
post-Matrix ai limiti del plagio con il “World of Darkness”
della White Wolf e la trilogia di “Blade”, partita
bene ed annegata nel ridicolo.
Adesso Sam Raimi, dopo anni di film dimenticabili e di osceni
remake di classici del J-horror, cerca di iniettare nuova
linfa nel genere producendo questo “Trenta giorni di
buio” e l’imminente “Rise: Blood Hunter”,
che vede Lucy Liu nelle vesti di una vampira sterminatrice
dei suoi simili.
Lo stesso Steve Niles ha collaborato alla sceneggiatura ed
il film, pur eliminando alcune sottotrame, si mantiene abbastanza
fedele al fumetto originale, rispettando pienamente l’iconografia
dei vampiri. Là dove fallisce completamente, invece,
è nel restituire la linea grafica dei suggestivi disegni
di Ben Templesmith, un’operazione di mimesi riuscita
fino ad oggi solo al “Sin City” di Rodriguez ed
al “300” di Zack Snyder, con le tavole di Frank
Miller. David Slade, già autore dell’interessante
anche se ideologicamente discutibile “Hard Candy”,
si conferma un solido narratore, senza troppe alzate d’ingegno
ma in grado di mettere in scena con un certo vigore una classica
situazione da “assedio” carpenteriano (“Distretto
13” e “La Cosa”, ma anche “Fantasmi
da Marte”), irrobustita con qualche irrinunciabile citazione
romeriana.
Non mancano i riferimenti ai classici del genere: la nave
iniziale è un’omaggio al “Demeter”
del Dracula di Stoker, con cui il vampiro arriva in Inghilterra,
mentre il servitore dei vampiri che anela all’immortalità,
interpretato da un ottimo Ben Foster, è una versione
aggiornata di Renfield. Tuttavia i vampiri guidati da Marlowe
-un convincente Danny Huston- sono feroci predatori ben poco
seduttivi, più interessati a pasteggiare con le loro
vittime che ad intavolare frivole conversazioni metafisiche
ed il film non lesina certo sul sangue, sorprendendo con qualche
effetto splatter del tutto inaspettato. Fortunatamente le
creature di “Trenta giorni di buio” hanno una
loro grezza e minacciosa fisicità e la pellicola non
abusa degli effetti digitali, come avveniva con gli pseudo-vampiri
di “Io sono leggenda”. La regia di Slade, anche
se non sempre riesce a tenere la tensione, azzecca almeno
una sequenza davvero riuscita, quella a volo d’uccello
sulle strade della cittadina durante l’ennesima strage,
mentre la fotografia desaturata fa risaltare con vividezza
innaturale il bianco della neve lordato dal rosso del sangue.
Meno convincente sembra invece la sceneggiatura, anche a causa
di dialoghi prevedibili e ben poco ispirati. Il rapporto tormentato
tra Eben (Josh Hartnett) e la sua ex-moglie Stella (Melissa
George) è appena abbozzato e la costruzione dei due
personaggi stereotipata. Lo stesso si può dire degli
altri comprimari, come il fratello minore di Eben (Mark Rendall)
o Beau Brower, che si sacrificherà per permettere ad
Eben di fuggire. Nonostante ciò, rimane il miglior
film prodotto dalla Ghost House ed un horror di impianto classico
tutt’altro che disprezzabile.
Pollice verso, invece, per il titolo italiano. Se il titolo
della serie, che traduce fedelmente l’originale, è
“Trenta giorni di notte”, perché ribattezzarlo
“Trenta giorni di buio”? Forse l’anonimo
titolista non aveva pagato la bolletta della luce.
Nicola
Picchi