“28
Settimane Dopo” è l’inatteso sequel dell’horror
“28 Giorni Dopo”
di Danny Boyle.
Il film racconta gli eventi di 28 settimane seguenti alla
mortale epidemia di febbre rabbica che ha trasformato la maggior
parte dei cittadini inglesi in belve feroci prive di raziocinio,
causando anche l’isolamento forzato dell’Inghilterra
ad opera delle altre nazioni europee, per contenere l’infezione.
Sei mesi dopo la fine del contagio, l’Inghilterra è
un paese ormai semi-deserto ed i pochi sopravvissuti fanno
ritorno nella devastata Londra, iniziando un lento lavoro
di ricostruzione e ripulendo le strade da tutti i cadaveri
infetti con l’aiuto delle truppe dell’esercito
americano. Nella prima ondata di ritorno dei rifugiati, una
famiglia si ricompone miracolosamente, ma il padre (Robert
Carlyle) nasconde ai due figli un terribile segreto: quello
di aver abbandonato la moglie durante un attacco da parte
degli infetti. L’illusione di un ritorno alla vita normale
durerà poco perché il virus si manifesterà
nuovamente, in maniera più evoluta e pericolosa.
Il
regista Juan Carlos Fresnadillo (“Intacto”) sostituisce
senza infamia Danny Boyle, sia alla sceneggiatura che alla
regia di questo sequel che, in quanto tale, è migliore
delle aspettative, ma i risultati non sono francamente esaltanti
per poter gridare al capolavoro. Chiariamo comunque che il
film è un discreto survival horror, presentando
diversi pregi e difetti.
Partiamo
dai meriti: la trama del film riprende in parte quanto narrato
da Boyle, dando (fin dall’inizio) un senso di continuità,
ma al tempo stesso evolve la situazione inquadrandola secondo
un duplice punto di vista: quello civile e quello militare;
al primo appartiene la storia del nucleo familiare rinsaldato
padre/figli (fratello & sorella), che saranno involontariamente
artefici e vittime del ritorno dell’epidemia.
Il secondo punto di vista è invece inerente il rapporto
tra la gente e le forze USA, con quest’ultime estremamente
vigili rispetto alla diffusione del virus e pronte a contenerlo
ricorrendo a misure estreme, ovvero falcidiare gli stessi
civili di cui hanno il compito (secondario, non primario)
di proteggere; il film rievoca chiaramente il massacro di
civili in Iraq (ma anche le epurazioni con gas e Napalm in
Vietnam), con una presa di posizione fin troppo netta per
essere casuale, che condanna la logica militare le cui procedure,
per quanto severe e spesso inumane (il fine giustifica i mezzi?),
finiscono sempre e comunque per fallire.
Originale
e tragico, poi, l’elemento causale del contagio, sancito
da un bacio tra un marito ed una moglie ritrovati che segna
tanto una sofferta riappacificazione, quanto l’inizio
dell’incubo.
Il ritmo, soprattutto nella seconda parte, è serrato,
con telecamere a mano e montaggio velocissimo e convulso per
illustrare la corsa e le aggressioni degli infetti che, da
un lato, riprendono efficacemente l’estetica delle riprese
di Danny Boyle in "28
giorni Dopo",
mentre dall’altro riescono a trasmettere la ferocia,
il caos ed il panico che i “rabbiosi” generano.
Coraggioso e spiazzante, infine, l’alternarsi narrativo
dei protagonisti, molti dei quali non riescono a sopravvivere
e la cui progressione rende la vicenda ancora più inquietante,
visto che è cancellata nel pubblico l'abitudinaria
certezza di vedere i protagonisti sopravvivere.
Come
anticipato prima, il film è tutt’altro che perfetto
(ma non lo era neanche il primo capitolo) con varie pecche,
a cominciare dal protagonista Robert Carlyle, poco credibile
sia nei panni di padre che in quelli di belva feroce.
“28 Settimane Dopo” ha poi un inizio esplosivo
ed intrigante, con una drammatica fuga dagli infetti, ma poi
segue una narrazione lenta e sotto tono in attesa dell’esplosione
del contagio, le cui cause logico-scientifiche (un’alterazione
genetica) sono un pò troppo sopra le righe, sconfinando
nella fantascienza e stonando con l’intera vicenda.
Stonata anche l’idea dell’evoluzione del contagio,
causato da UN SOLO infetto che, poco credibilmente, si muove
indisturbato in una base militare urlando ed aggredendo chiunque
senza che soldati esperti ed armati fino ai denti riescano
ad eliminarlo; si tratta di un pressapochismo narrativo non
da poco che finisce per pesare parecchio sulla storia, ulteriormente
gravato dall’ubiquità del personaggio del padre/nemesi
demente.
La minaccia degli infetti è poi raccontata a nostro
modesto avviso con fin troppa enfasi e ferocia (certi particolari
potevano essere lasciati all’immaginazione dello spettatore),
con apparizioni brevissime che lasciano un senso di leggera
insoddisfazione ed uno sviluppo narrativo impostato sulla
fuga di superstiti, le cui dinamiche appaiono in alcuni punti
deboli e gratuite, con alcune esagerazioni che fanno perdere
a questo sequel la connotazione originale di survival
urbano-sociale per scadere in un convenzionale film di
zombie, comprendente anche il classico finale aperto ad un
prossimo episodio (“28 Mesi Dopo?”).
Paolo
Pugliese