127 ORE

Titolo Originale: 127 Hours
Genere: Drammatico, Biografico
Regia: Danny Boyle
Sceneggiatura: Danny Boyle, Simon Beaufoy
Cast: James Franco, Amber Tamblyn, Kate Mara, Lizzy Caplan, Treat Williams, Clémence Poésy, Kate Burton
Produzione: Cloud Eight Films, Everest Entertainment, Darlow Smithson Productions, Pathé
Paese d’origine: GB/USA - 2010
Durata: 90 minuti
Data di uscita: 25 Febbraio 2011

 

“127 Ore” è la storia vera dell’escursionista Aron Ralston (James Franco), rimasto bloccato in uno stretto canyon nello Utah, con un braccio schiacciato da un masso distaccatosi dalla roccia. Durante i cinque giorni successivi, Ralston ricorda gli amici, le amanti (Clémence Poésy), la famiglia e le due escursioniste (Amber Tamblyn e Kate Mara) incontrate poco prima. Combattendo contro gli elementi e i suoi stessi demoni, scoprirà di avere il coraggio e la volontà di liberarsi a qualunque costo, amputandosi da solo il braccio rimasto intrappolato e camminando per oltre 12 chilometri, prima di essere finalmente tratto in salvo.

Il nuovo film di Danny Boyle, regista premio Oscar per “The Millionaire”, è un interessante esercizio di stile, sia da un punto di vista tecnico che da un punto di vista narrativo. Nella prima parte, mostrando il viaggio di Aron nel deserto prima in bicicletta e poi a piedi, la pellicola trasmette una gratificante sensazione di spazio selvaggio e di libertà nel percorrerlo, grazie a riprese ariose e dinamiche che abbracciano in un tutt’uno il cammino del protagonista e il paesaggio sterminato che lo circonda. Quando, poi, si ritrova bloccato in un remoto crepaccio, si ha un senso di vertigine claustrofobica e di fatalità, mettendo a nudo una delle nostre paure più profonde, ovvero morire da soli e dimenticati. Boyle è abilissimo nel provocare emozioni ed empatia nel pubblico, sfruttando al massimo la claustrofobica ambientazione del crepaccio e colmandone la staticità con i sogni e i viaggi mentali del protagonista, che ne arricchiscono la struttura narrativa, evidenziando un personaggio esuberante ed al tempo stesso misantropo. La disavventura del giovane escursionista viene raccontata in tutta la sua crudezza e drammaticità, nel corso di una cronaca di sopravvivenza che assume contorni surreali man mano che ci si addentra nella sfera intima del protagonista; la duplice narrazione si amalgama senza forzature grazie a soluzioni di regia molto originali, con la trama che, ridotta all’osso, si presta alle sperimentazioni di un Boyle che ricorre a tutto il suo background, rischiando di andare un po’ fuori misura con la sua predilezione per i dettagli (il viaggio dell’acqua nella cannuccia della borraccia), e per le tecniche da videoclip, con accelerazioni e rallentamenti di ripresa, spericolate soggettive e sovrapposizioni di quadro (la soggettiva della telecamera di Aron).

Tra sequenze reali e oniriche, il regista riesce ad illustrare con credibilità l’evoluzione del protagonista che, nell’arco delle 127 ore del titolo, arriva a prendere una decisione estrema che, però, è anche la sola che possa garantirgli una chance di salvezza dopo aver vagliato tutte le opzioni possibili. Contemporaneamente, Aron giunge a patti con sé stesso dopo aver percorso un sentiero di auto-analisi, ammettendo i propri limiti ed i lati oscuri del suo carattere che lo avevano portato, in un fatale intreccio di circostanze ed allontanamento dagli altri, a precipitare in quella situazione.
L’emergente James Franco riesce a portare a compimento tutte le intuizioni del regista, incarnando senza sbavature la disperazione, la consapevolezza della morte e la forza di volontà di Aron: la sua interpretazione sfaccettata tocca punte di reale eccellenza, come la sequenza in cui si intervista e si risponde da solo che è un autentico pezzo di bravura.

Marco Valerio