12
Giurati, rinchiusi in una palestra scolastica, devono decidere
se condannare un giovane ceceno accusato di aver ucciso il
padre adottivo, un ufficiale russo. Le prove ed i pregiudizi
sono schiaccianti ed il verdetto è quasi unanime. Quasi.
Un solo giurato mostra delle perplessità sul caso ed
i suoi dubbi lentamente influenzano anche gli altri undici,
dando luogo ad una lunga discussione che finisce per fare
da specchio agli animi di ognuno dei presenti.
E’ un gran bel film quest’ultimo lavoro in ordine
di tempo del maestro russo Nikita Michalkov (presente anche
nel cast), ma a patto che il pubblico si immerga in una storia
molto parlata, ricca di sfumature e confronti psicologici,
e soprattutto priva di qualsiasi sensazionalismo tipico delle
pellicole legal-thriller americane.
Nuova
versione cinematografica della piéce teatrale “La
Parola ai Giurati” di Reginald Rose, già portata
sul grande schermo dal grande Sidney Lumet, “12”
ha un’impostazione fedele all’originale, con una
narrazione ricca di tensione e scandita da un serrato confronto
verbale dei protagonisti, durante il quale ognuno racconta
stralci della propria storia che insieme contribuiscono, secondo
una precisa visione del regista, a dare un duro ritratto della
Russia di oggi, con le ferite, le paure, i rancori e le speranze
di un intero popolo, che qui viene incarnato dai dodici personaggi
che danno il volto, senza perdere di credibilità, alle
varie tipologie di cittadini russi come l’antisemita,
il neocapitalista oppure il nostalgico del regime o il religioso
ortodosso.
Come già detto, la messa in atto del film ha una struttura
drammaturgica compatta e tipicamente teatrale, narrativamente
coinvolgente grazie anche ad un’atmosfera claustrofobica
focalizzata sui dodici personaggi in un ambiente ristretto
quale il lungo tavolo di mogano dove sono seduti, all’interno
della palestra. Le riflessioni su un’intera nazione
si mescolano quindi con l’apologia del regista sulla
natura dell’uomo nel corso di un racconto di due ore
e mezzo che rimane sospeso tra humor e dramma, arricchendosi
di flashback sulla guerra in Cecenia.
Michalkov
racconta un caso di cronaca e di coscienza e, grazie ad una
sceneggiatura quasi perfetta ed un gruppo di ottimi attori,
affronta le tensioni della Russia attuale, evidenziando con
poche battute dubbi e fratture insanabili (quelle tra i Russi
ed i Ceceni).
Unici nei di un lavoro quasi perfetto, qualche riflessione
retorica di troppo ed un finale diviso tra il buonismo ed
il paternalistico che, forse nelle intenzioni del regista,
dovrebbe fungere da messaggio di maggiore distensione e comprensione
verso gli altri, oppure essere un semplice escamotage narrativo
furbetto per promuovere l’esportazione della pellicola.
Paolo
Pugliese