Fatta
eccezione per il buon "The Day after Tomorrow",
si potrebbe pensare che a Roland Emmerich piaccia accomodarsi
alla regia di kolossal (o finti tali) basati su di una spettacolarità
rintronante, ma vuota nell'anima. Film da cui qualche volta
si riesce a ricavare pure un pò di sano divertimento,
anche se fine a se stesso e presto dimenticato, dei quali
si parla per parecchio tempo prima dell'uscita nelle sale,
creando attese spesso ripagate da mediocri momenti di evasione
e da una manciata di pop corn.
Ma i miracoli del marketing possono fare ben poco per mascherare
la pochezza di 10000 AC. Le scene corrono via come imbizzarrite,
sfuggono, non fanno parlare di sé. Gli effetti speciali
vorrebbero nascondere il piattume dell'intreccio, ma finiscono
per rimarcare l'ovvio e per risaltare gli stessi propri difetti,
accentuati dal rallentamento di certe scene, scelta tanto
ingenua quanto incosciente.
Pecche
che aggravano la posizione di una pellicola confusa tanto
nella forma quanto nella sostanza.
Il soggetto non offre il benché minimo elemento di
novità. La solfa della libertà dei popoli e
dei travagli dell'amore non è niente più di
una minestra riscaldata, ma ancora appetibile se riscaldata
nel modo giusto. Invece Emmerich veste di epico una carrellata
di eventi e di situazioni che si tengono insieme solo grazie
a qualche svogliata spiegazione, sfruttando spesso l'alibi
di certe bislacche profezie per lasciare scorrere il tutto
in modo subdolo e superficiale. Si percepisce un forte alone
di finzione, rimarcato dallo scarso approfondimento psicologico
di quasi tutti i personaggi, poco più che abbozzati.
Uomini e donne al limite del sintetico, come il bestiario
di altri tempi che si ritrovano contro.
Nonostante
tutto, 10000 AC si sta rivelando un discreto successo di pubblico,
in barba ai pasticci anacronistici e alla grossolaneria di
sceneggiatura, regia ed effetti visivi. Segno che il marketing
i suoi miracoli li sa ancora fare, e che la qualità
viene ancora trattata alla stregua di un extra da dvd.
Simone
Celli