THE
AMERICAN: INTERVISTA AL REGISTA ANTON CORBIJN
Anton
Corbijn, nato in Olanda e residente nel Regno Unito da 29 anni,
è molto conosciuto in tutto il mondo come fotografo ritrattista,
avendo lavorato con pittori, registi, attori, scrittori, e musicisti
per oltre 35 anni. Le sue fotografie sono perlopiù in bianco
e nero e sono apparse su oltre 100 copertine di album musicali,
su riviste e libri ed anche in gallerie e musei. Oltre una dozzina
di suoi libri fotografici sono stati pubblicati, con titoli come
Famouz, 33 Still Lives, Werk, e U2&I. Ha pubblicato un libro
sulla realizzazione del suo ultimo film Control, intitolato
In Control, e in coincidenza con l’uscita di The
American pubblicherà un libro intitolato Inside
The American. E’ un libro fotografico, che contiene i
suoi scatti sul o fuori dal set durante le riprese e la preparazione
del film nel 2009.
Corbijn lavora anche come graphic designer, realizzando poster,
copertine di riviste, loghi (il logo della sua città natale
The Hague, in Olanda, è suo), e 10 copertine di album musicali,
tra i quali spiccano quelle dei Depeche Mode e del compositore di
The American Herbert Grönemeyer. Realizza anche scenografie
teatrali, come quelle dei Depeche Mode, avendo curato i loro tour
dal 1993, ottenendo grandi plausi a livello internazionale.
Nel corso della sua attività come regista, Anton Corbijn
ha diretto diversi cortometraggi, compreso Some YoYo Stuff, un’interpretazione
di e con l’artista Captain Beefheart, alias Don Van Vliet,
con David Lynch. Ha diretto più di 75 videoclip musicali.
Tra questi ultimi, una dozzina per i Depeche Mode, come “Enjoy
the Silence” e “Personal Jesus”; il videoclip
dei Nirvana “Heart-Shaped Box”, con il quale ha vinto
un MTV Video Music Award; i videoclip degli U2 “One”
ed “Electrical Storm”, con Samantha Morton; “Dehlia's
Gone” di Johnny Cash, con Kate Moss; “Straight to You”
di Nick Cave; “Hero of the Day” dei Metallica; “All
These Things That I’ve Done” dei Killers; il videoclip
dei Coldplay “Talk” e quello originale del brano “Viva
la Vida”, con la canzone che si basa sul video realizzato
dal signor Corbijn per il brano dei Depeche Mode “Enjoy the
Silence” e che ha girato nella sua città natale The
Hague; e anche molti per Herbert Grönemeyer, tra i quali quello
di "Mensch", la canzone più conosciuta del signor
Grönemeyer. E’ stato il primo regista a ricevere il premio
Golden Frog al Lodz’ Camerimage film festival, nel 2007, per
il suo contributo nel campo dei videoclip musicali. Un’antologia
dei suoi videoclip è stata pubblicata dalla Palm Pictures
nel 2005 nel DVD The Work of Director Anton Corbijn.
The American è il secondo lungometraggio da lui diretto,
dopo il primo film del 2007, Control, vincitore di 5 British Independent
Film Awards (BIFA) oltre ad una dozzina e più di altri premi
in tutto il mondo, tra i quali il premio Best New British Feature
al Festival Internazionale di Cinema di Edimburgo. Control è
interpretato da Sam Riley, un astro emergente del grande schermo
che si è assicurato numerosi premi grazie alla sua interpretazione
del personaggio di Ian Curtis. Tra essi spicca anche un BIFA, vinto
anche da Toby Kebbell, che interpreta il manager. Samantha Morton,
che nel film veste i panni della moglie di Ian, Debbie, è
stata candidata al BIFA e al BAFTA, come anche il film.
Dopo
il successo del suo primo lungometraggio, il pluripremiato "Control",
lei ha dichiarato di voler realizzare un film il più diverso
possibile dal primo.
Ho cominciato a leggere varie sceneggiature di thriller. Mi interessava
molto il tema centrale di The American, un solitario in cerca di
redenzione dai delitti commessi – e mi ha colpito anche la
tensione che c’è nella storia d’amore del romanzo.
Generava suspense, ma offriva anche l’occasione di riflettere.
Ritengo che The American si avvicini a Control nell’idea del
tentativo di cambiare la propria vita; come puoi provare a fare
del bene dopo aver fatto del male? Potrai superare alcune cose che
hai dentro di te e che ti definiscono?
Quali
sono state le sue fonti di ispirazione negli anni della sua formazione?
Per oltre 35 anni ho fatto il fotografo ritrattista; il cinema è
per me una nuova avventura. Sto ancora cercando un mio stile. Non
ho visto poi così tanti film in vita mia, ma i Western mi
hanno definitivamente lasciato un qualcosa dentro, a partire da
– quando ero bambino – Rawhide [la serie televisiva
degli anni Sessanta con Clint Eastwood]. Il look, le storie, la
morale dei film Western mi hanno sempre attratto. Sebbene The American
non sia affatto un film Western, è strutturato come se lo
fosse; uno straniero arriva in un piccolo paese e crea dei legami
con un paio di persone locali, poi, però, il suo passato
viene a galla – e c’è una sparatoria.
Girare
il film, come indicato nella sceneggiatura, in Italia, era cruciale
per la pre-produzione del progetto.
Il paesaggio doveva essere un vero protagonista. Avevo un’idea
molto precisa di come dovesse essere, e volevo utilizzare vere città
e veri paesi per lo sfondo della vicenda. In termini di locations
puramente italiane, tutti siamo rimasti molto affascinati dall’Abruzzo,
una regione montuosa ad est di Roma, remota e maestosa, ricca di
zone selvagge, un paesaggio genuino che raramente si vede nei film.
La terra è impervia e rocciosa; non è quella generalmente
frequentata dai turisti; è una zona meravigliosa che deve
essere protetta. Oltre al terremoto, il suo magnifico paesaggio
è minacciato dalle trivellazioni petrolifere.
Avete
girato proprio nelle zone colpite dal terremoto. Ma l’Aquila
era troppo danneggiata ed avete dovuto spostare il set a Sulmona…
Dopo il terremoto, io e Clooney speravamo che il girare The American
in Abruzzo avrebbe contribuito a risollevare le sorti economiche
della regione, sia grazie al denaro speso in loco durante la produzione
e anche favorendo il turismo in futuro. Però non siamo mai
stati in grado di mettere piede a l’Aquila per poter filmare
all’interno della città. Avevo trovato alcuni luoghi
adatti lì nel gennaio del 2009, ma alla fine non abbiamo
potuto utilizzarli.
Buona
parte delle riprese sono state ambientate a Castel del Monte, un
paesino medioevale annidato tra le montagne a 1600 metri di altezza.
Castel del Monte è molto popolata durante l’estate.
Ma fuori stagione, quando arriva l’autunno e la notte fa molto
freddo, molte abitazioni rimangono vuote, cosa che ho trovato piuttosto
spettrale. Mi sembrava un ambiente perfetto che poteva trasformarsi
in un luogo pericoloso, un po’ come era stato per la Venezia
del film di Nicolas Roeg’s film A Venezia un dicembre rosso
shocking.
Ci
racconti il personaggio interpretato da Clooney.
E’ un tipo di ruolo che George non hai mai interpretato prima;
ed è sempre interessante quando un attore si misura con qualcosa
di diverso. Nei dialoghi è fantastico, e in questo film interpreta
un uomo di poche parole che si guarda sempre alle spalle e vive
in un costante stato di tensione. George conferisce al personaggio
di Jack questa sorta di immobilità, di sospensione, tipiche
di uno che trascorre molto tempo in silenzio. E’ una grande
sfida per un attore, portare sullo schermo la parte interiore del
personaggio.
Come
è stato lavorare con una grande star Hollywoodiana come Clooney?
Il fatto che George sia sempre sul set, e non sprechi tempo nella
sua roulotte è uno straordinario vantaggio per un regista
che, in un certo senso, lo ha così sempre a disposizione.
E’ fantastico che non si limiti a pensare al suo ruolo, ma
che si interessi al film e agli altri attori. Ha uno straordinario
senso della continuità, e ogni volta che ci bloccavamo a
causa di un problema, era sempre lì pronto a suggerire una
possibile soluzione. E’ un attore molto serio ma riesce a
far divertire tutti sul set, così sia gli attori che i tecnici
si trovano bene con lui, e lui, si vede, ama molto il suo lavoro.
Riesce a motivare tutti; mentre l’unica volta che io ho fatto
una battuta, nessuno l’ha capita. George sa anche come comportarsi
quando è al centro delle attenzioni dei suoi ammiratori,
con molta grazia e carisma, cosa fondamentale soprattutto quando
giravamo in un piccolo paese.
Per
il ruolo della prostituta Clara, la donna che fa capire a Jack che
una nuova vita potrebbe profilarsi per lui all’orizzonte,
è stata scelta l’attrice italiana Violante Placido.
Violante è una tipica bellezza italiana, e sa come muoversi
davanti alla macchina da presa. Non è mai sopra le righe
e la sua gestualità è contenuta, cosa importantissima
perché è lei che rappresenta il cuore nel film. E’
molto sensuale sullo schermo, cosa fondamentale per il ruolo che
interpreta, ma possiede anche le qualità delle star di altri
tempi. La stessa cosa vale per George, naturalmente, cosa che ha
favorito un’ottima intesa professionale tra i due attori.
E’ stato un grande vantaggio, perché non ero abituato
a dirigere scene di intimità. Volevo che dalla loro relazione
trapelasse una certa crudezza, vista l’oscurità del
personaggio di Jack. Nella loro prima scena insieme ho deliberatamente
puntato l’obiettivo su Clara; guardando lei, il pubblico vede
quello che Jack vede in lei ed avverte il cambiamento in atto nei
personaggio. Volevo che la scena comunicasse tensione e sensualità,
senza tagli.
Dell’attrice
di origine olandese Thekla Reuten, che interpreta la misteriosa
cliente di Jack, Mathilde, lei ha dichiarato di essere stato colpito
dalla sua qualità camaleontica.
Ho visto molte attrici prima di scegliere lei. Il ruolo era molto
allettante, ma Thekla era perfetta perché esprimeva al meglio
l’ambiguità del personaggio, e così ha ottenuto
la parte. Thekla è in netto contrasto con l’attrice
italiana per il suo modo di recitare, ed è anche fisicamente
molto diversa da Violante, cosa perfetta per il film.
Data
la sua passione di fotografo, durante le riprese lei si portava
dietro la sua Leica per catturare delle immagini che probabilmente
non sarebbero mai diventate parte del film.
Lavoro con la luce naturale e non amo il digitale. Le fotografie
che ho fatto durante le riprese sono istantanee. Alcuni giorni non
ne facevo nessuna; altri, magari ne scattavo cinque.
Per
per comporre le musiche del film, lei ha voluto un altro dei suoi
collaboratori di lunga data, Herbert Grönemeyer, autore della
colonna sonora di “Control”.
Le composizioni di Grönemeyer convogliano le emozioni in alcuni
punti particolari del film. E’ perlopiù pianoforte,
ed aggiunge moltissimo alla storia. La musica di Herbert ti aiuta
anche a capire meglio quello che accade nella testa di Jack, come,
ad esempio, quando è completamente solo e sta fabbricando
le armi.
Quali
sono le cose che ricorda con piacere avvenute durante le riprese?
Sono rimasto colpito dalla disponibilità che tutti in Italia
hanno dimostrato nei confronti degli attori e dei realizzatori.
In Italia, tra i tecnici non esiste una gerarchia. Sono tutti amici
o parenti, e l’atmosfera sul set è quella di una grande
famiglia. La gente dei paesi è onesta e abituata a lavorare
sodo, con una mentalità da montagna e non da città.
(Agosto
2010)
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