Uomini
che odiano le Donne: Intervista a regista e protagonista
UOMINI
CHE ODIANO LE DONNE è l’adattamento cinematografico
del primo capitolo di “Millennium”, la trilogia di romanzi
di Stieg Larsson che ha venduto oltre 8 milioni di copie in tutto
il mondo.
“Uomini che odiano le donne” è stato il libro
più venduto in Europa nel 2008 e in Italia ha raggiunto le
650.000 copie vendute. Stieg Larsson, giornalista e direttore editoriale,
è stato il secondo autore più venduto nel mondo nel
2008 e la sua forza principale sta nel suo stile non artificioso,
asciutto, privo di cliché. La sua è una scrittura
efficace, incisiva e professionale.
Purtroppo, Larsson non è vissuto abbastanza per vedere il
successo del suo lavoro, essendo morto all’improvviso nel
2004, poco dopo aver consegnato il suo terzo manoscritto all’editore
svedese.
Si è tenuta a Roma, al Cinema Fiamma, la conferenza stampa
per la presentazione del film UOMINI CHE ODIANO LE DONNE in Italia,
dove abbiamo incontrato il regista Niels Arden Oplev, la protagonista
Noomi Rapace ed il produttore Soren Staermose, rivolgendo loro alcune
domande sulla pellicola.
Niels
Arden Oplev
E’
vero che lei non era interessato al progetto, che non aveva letto
i romanzi e che, anzi, vedeva con sospetto l’opera di Larson
col suo stile poco “svedese”? E cosa le ha fatto cambiare
idea?
Quando mi proposero di girare questo film, non avevo letto nessuno
dei libri e stavo lavorando alla sceneggiatura di un altro film.
Così non fui molto entusiasta di lavorare a quello che mi
sembrava l’ennesimo thriller svedese, anche perché
i miei film precedenti erano tutti drammatici. Dopo aver letto il
libro, mi sono reso conto che non era affatto un thriller classico,
ma era totalmente insolito e completamente diverso rispetto a quella
che è la letteratura scandinava di questo genere; poiché
conteneva anche un aspetto drammatico, per me molto interessante.
Ho capito quindi di poter realizzare un film che non contenesse
soltanto la parte “gialla” del thriller, ma anche emozioni
vere e questioni importanti della società.
Quando avete deciso di fare il
film, la trilogia di Larson era già conosciuta in tutto il
mondo?
Quando abbiamo cominciato le trattative nel 2005, i romanzi non
erano affatto conosciuti; poi, mano a mano che il successo aumentava,
abbiamo cominciato a sentire le pressioni che venivano dalle aspettative
nei confronti del film. Di conseguenza, anche se sin dall’inizio
avevamo deciso di fare un film di alta qualità, queste aspettative
ci hanno spinto ad investire più tempo e più soldi.
Il mio impegno è stato quello di trovare tutti i fondi disponibili
per farsi si che Niels potesse sfruttare tutto il tempo necessario
per fare un prodotto di qualità.
Avevate la consapevolezza di dover
fare un film che si sarebbe confrontato non solo con la cinematografia
scandinava, ma anche con quella mondiale?
Quando si devono realizzare dei film di queste dimensioni, puoi
farlo in mille modi diversi. Considerate le aspettative, ho scelto
di mantenere sempre l’attenzione sull’ottima qualità
del film in ogni inquadratura. Questo ha significato prendersi molto
tempo con i protagonisti per girare le scene più difficili
e complicate. Penso che per i produttori ciò sia stato particolarmente
pesante, poiché ho preteso di avere il pieno controllo artistico
in tutte le fasi della realizzazione del film, proprio perché
sentivo che per fare un film di successo, io dovevo essere libero
di prendere qualsiasi decisione. Ciò ha aumentato il budget
ed allungato i tempi, infatti le riprese sono durate 85 giorni invece
dei 60 previsti.
Come è stato il suo approccio
iniziale con il libro?
Molti mi hanno chiesto se mi sentivo onorato di essere stato scelto
per dirigere il film Uomini che odiano le donne tratto dalla trilogia
‘Millennium’ di Stieg Larsson. La verità è
che quando il produttore Sören Staermose me l’ha chiesto
la prima volta, gli ho detto di no. Avevo sentito parlare dei libri,
ma non li avevo letti. Inoltre, non avevo né il tempo né
la voglia di girare un giallo per il cinema in quel momento.
Sören è tornato alla carica un anno e mezzo dopo, e
me l’ha chiesto di nuovo. La produzione era stata rimandata
e lui ci teneva che il film lo facessi io. Così ho letto
il libro. Era molto interessante ma non lo vedevo come un giallo.
Lo vedevo piuttosto come un film drammatico a sfondo poliziesco,
con personaggi forti e originali che crescevano nel corso della
storia. La storia della tormentata e ribelle Lisbeth e del giornalista
senza paura Blomkvist mi ha subito conquistato.
Quali sono state le linee guida
che ha seguito per il film?
Volevo fare un film con emozioni forti, personaggi forti e una storia
controversa e intrigante. Questi elementi sono già il mio
marchio di fabbrica, e nel libro c’erano tutti. Volevo che
scenografie e immagini contribuissero a farne un film speciale,
importante. E volevo che ci fossero tutti i dettagli e le sfumature
del libro di Larsson, come le vecchie foto attraverso cui rivive
il personaggio di Harriet, i vecchi filmati di repertorio dell’incidente
sul ponte, la memoria fotografica di Lisbeth. Era importante che
il film conservasse lo spirito tagliente del libro, che avesse il
coraggio di mostrare il lato oscuro della società.
Ho chiesto a due dei migliori sceneggiatori scandinavi, Rasmus Heisterberg
e Nicolaj Arcell, di scrivere la sceneggiatura. Insieme, abbiamo
dissezionato il libro e tracciato la trama. Dopodiché Rasmus
e Nikolaj si sono messi a scrivere come pazzi, quando ormai mancava
poco tempo all’inizio delle riprese.
"Uomini che odiano le Donne"
può essere interpretato come un film che si basa sull’odio
dell’uomo verso l’uomo con un riferimento molto specifico
al nazismo ed alle crudeltà storiche che spesso si riaffacciano
nell’Europa anche in questo millennio?
Nella storia di Stig Larsen credo fosse molto importante tenere
conto del passato e della storia, anche dei rapporti della Svezia
con quella che è stata la Germania nazista, e vedere come
questi elementi influenzino i tempi moderni. Però non so
se definirla proprio come la storia della violenza dell’uomo
contro l’uomo, perchè questo discorso delle crudeltà
è una storia ben nota in Europa; al contrario, quello su
cui personalmente ho posto maggior enfasi è il messaggio
politico dietro l’opera di Stig Larson, ovvero che la società
moderna è crudele nei confronti delle donne; ho voluto, pertanto,
accentuare il comportamento “patriarcale” di questi
uomini al potere.
Come avete deciso il casting del
film?
Io e la direttrice del casting, Tusse Lande, ci abbiamo messo dei
mesi a trovare gli interpreti giusti. Sono un maniaco del casting:
dev’esserci un legame speciale tra l’attore e il personaggio
che interpreta. Nei panni di Blomkvist, l’attore Mikael Nyqvist
esprime tutta l’umanità, l’empatia e la capacità
intellettuale che ci aspettiamo dal suo personaggio. E lo fa così
bene da conquistarci e da rendere il film avvincente dall’inizio
alla fine. Lisbeth Salander è un personaggio drammatico molto
impegnativo, e non era facile trovare un’interprete all’altezza
delle aspettative. Che fortuna avere trovato Noomi Rapace! Ancora
non ci credo. Noomi ha trasformato se stessa fino a “diventare”
il suo personaggio in modo assolutamente perfetto. La sua interpretazione
nel ruolo di Lisbeth è straordinaria.
La lavorazione del film non è
stata semplice. Cosa ci può raccontare in merito?
Ho convinto il direttore della fotografia Eric Kress e lo scenografo
Niels Sejer a girare questo film in Svezia e in condizioni estreme.
Una decisione di cui non mi sono mai pentito neppure per un solo
istante. Hanno dato il massimo, realizzando scenografie curate fino
all’ultimo dettaglio e immagini cariche di inquietante intensità.
Fin dall’inizio mi sono reso conto che ci sarebbe voluto un
miracolo per finire il film nei tempi e nei costi previsti. A quel
punto è entrata in scena la troupe svedese, una squadra che
da subito è stata pronta a lavorare duramente e in condizioni
molto difficili per realizzare un film di qualità. E accidenti
come hanno lavorato, i membri di quella troupe! Insieme agli attori,
naturalmente. Ogni giorno di riprese è stata una battaglia
per la qualità. Una battaglia che eravamo determinati a vincere.
E ora che il film è finito, so che ce l’abbiamo fatta.
Avete notizie sulla pubblicazione
del quarto romanzo? E gli altri due film sono stati girati in contemporanea
al primo?
[risponde il produttore Soren Staermose] Sappiamo che la
moglie di Larson e gli editori non sono intenzionati a pubblicare
il quarto romanzo nonostante siano state scritte 300 pagine delle
400 previste. Noi abbiamo acquisito i diritti di tutti e tre i libri.
Ho chiesto a Niels di occuparsi della regia degli altri due film,
ma lui ha voluto concentrarsi sulla post-produzione del primo, così
abbiamo affidato la realizzazione dei sequel ad un altro regista.
Ora sono in fase di post-produzione e sono previsti in uscita nelle
sale scandinave rispettivamente a settembre e a ottobre.
(Nota:
Gli altri due film della trilogia Millennium usciranno durante la
prossima stagione; LA RAGAZZA CHE GIOCAVA CON IL FUOCO è
previsto per l’autunno 2009 e il terzo ed ultimo LA REGINA
DEI CASTELLI DI CARTA per la primavera 2010.)
Noomi
Rapace
Come si è trovata nei panni
di Lisbeth? Ha avuto difficoltà ad interpretare un personaggio
nato dalla fantasia di uno scrittore?
Credo che nel romanzo Lisbeth venga spesso descritta come un personaggio
di un film d’azione, di conseguenza risulta scarsamente realistica.
Infatti è una donna piccola e anoressica che poi è
capace di correre come un centometrista e di combattere come un
uomo. Quello che ho cercato di fare insieme al regista è
stato renderla il più possibile reale; quindi non troppo
magra, ma, al contrario, un po’ mascolina, anche per mantenere
quelll’idea della ragazza bruttina ma affascinante. Ho fatto
corsi di thai boxe e imparato ad andare in motocicletta. Abbiamo,
insomma, voluto mantenere tutta la complessità del personaggio
ma, al tempo stesso, renderla comprensibile.
Quanto hanno influito su di lei
e sulla produzione le aspettative del pubblico durante le riprese?
Sul set abbiamo deciso di ignorare qualsiasi pressione proveniente
dall’esterno, poiché sapevamo che non saremmo mai riusciti
a soddisfare tutti; e per questo ci siamo concentrati soltanto sul
modo che noi ritenevamo migliore per realizzare questo film.
Qual’è il fascino
di Lisbeth? Come ha vissuto a livello personale la scena della “vendetta”
dopo l’aggressione da parte del tutore?
Penso che alla gente piaccia leggere libri o guardare film sugli
“underdogs”, sulle persone sottomesse. Lisbeth è
una di queste, ma lei non rinuncia mai alla lotta, non si autocommisera.
Anzi risponde alle violenze, cerca di trasformare le cose. Io credo
che quello che lei fa costantemente sia combattere per la sopravvivenza.
Trova sempre un modo per tirarsi fuori dalle situazioni, nonostante
i maltrattamenti della società, del padre, dei servizi sociali.
Quello che colpisce è che, dopo la violenza del suo tutore,
lei non risponde come la maggior parte delle donne che subiscono
violenza, ovvero chiudersi in se stesse e odiarsi, ma ribalta la
cosa e si va a prendere la sua vendetta, e questo piace a molte
donne e anche a molti uomini.
Pensa che il suo personaggio sia legittimato
nel vendicarsi?risposta giusta,
Personalmente sono consapevole che quella di Lisbeth non
sia la risposta giusta, penso che comunque l’importante sia
reagire e trovare un modo per uscirne e sopravvivere.
Ci può raccontare come si è
trasformata in Lisbeth?
Sono un’attrice autodidatta e non ho mai frequentato scuole
di recitazione. Per prima cosa, ho modificato radicalmente il mio
look tagliandomi i capelli, prendendo lezioni di pugilato, facendomi
fare una serie di piercing, al sopracciglio, al labbro, al naso
e alle orecchie. Ho persino preso la patente per la moto! Quello
che vedete sul grande schermo è tutto vero, tranne il grande
tatuaggio che porto, che è stato importato dall’America.
(Maggio
2009)
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