Rubrica a cura di Paolo Pugliese

 

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Potiche - La Bella Statuina: Intervista con Francois Ozon


Il termine potiche in francese designa una specie di grosso vaso o altro oggetto decorativo privo di grande valore che si mette su un mobile o sulla mensola del camino al solo scopo di arredare un locale, senza che abbia una vera utilità. La stessa parola, nel linguaggio corrente, viene utilizzata in senso dispregiativo per indicare una donna che non ha un suo ruolo e vive nell'ombra del marito. In Francia, alcune mogli di politici, in particolare Madame Chirac, o, in qualche caso, le donne della politica, come ultimamente Ségolène Royal, sono state spesso criticate e definite delle potiche, delle belle statuine.

Il nuovo film di Francois Ozon, regista di “Il Rifugio” ed “8 Donne e un Mistero”, è ambientato a Sainte-Gudule, Francia del nord, nel 1977. Suzanne (Catherine Deneuve) è una moglie tutta casa e famiglia sottomessa al ricco industriale Robert Pujol (Fabrice Luchini). Robert dirige la sua fabbrica di ombrelli con il pugno di ferro e ha un atteggiamento sgradevole e dispotico sia con gli operai, sia con i figli e la consorte, che considera solo una bella statuina. A seguito di uno sciopero e del sequestro del marito, Suzanne si ritrova a dirigere l'azienda e, con grande sorpresa di tutti, si rivela una donna intelligente, capace e determinata. Importante per Suzanne sarà Babin (Gérard Depardieu), nostalgico innamorato e paralizzato sulla sedia a rotelle. Ma quando Robert torna a casa in piena forma dopo una cura di riposo, la situazione si complica…

 

 

Ci racconti come è nata l’idea del film.

Era da tempo che volevo fare un film sul ruolo delle donne nella società e nella politica. Quando, una decina d'anni fa, ho scoperto la pièce POTICHE di Barillet e Grédy, ho subito pensato che contenesse del materiale straordinario per essere trasformata in un film. Ma ho impiegato molto tempo per assimilare il testo e per decidere come adattarlo e attualizzarlo. Sentivo di poter ritrovare nell'adattamento il tono e la verve di certe screwball comedies, ma non volevo fare un film nostalgico e avulso da una certa realtà. I due fattori decisivi sono stati, innanzitutto, l'incontro con i fratelli Altmayer, i produttori, che mi hanno proposto di realizzare un film politico sulla figura di Nicolas Sarkozy nello spirito di THE QUEEN di Stephen Frears e poi le ultime elezioni presidenziali durante le quali ho un po' seguito il percorso di Ségolène Royal.

 

Come si è svolto il lavoro di adattamento della piéce?

Mi è parso chiaro fin dall'inizio che per adattare al grande schermo la pièce teatrale dovevo fare un lavoro diverso rispetto a quello che avevo svolto nei due adattamenti precedenti, GOCCE D'ACQUA SU PIETRE ROVENTI e 8 DONNE E UN MISTERO. Per quei due film, avevo accettato di inserire nella regia gli ambienti chiusi, senza voler sfuggire a una certa teatralità. Nel primo, la casa rappresentava la chiusura e la costrizione della coppia; nel secondo, gli interni erano consoni all'idea di mettere in gabbia delle donne, delle attrici e di osservarle. Ma POTICHE è la storia dell'emancipazione di una donna ed era necessario fare uscire Suzanne dalla sua prigionia primaria per confrontarla con il mondo esterno. Quindi il film è stato girato in gran parte in ambienti naturali, al contrario degli altri due film, interamente realizzati in studio.
Lavorando sull'adattamento, mi sono reso conto che bastava tirare le fila naturali della pièce per trovare le rispondenze con la società e la politica attuali. Oggi le donne sono un po' più rappresentate nel mondo imprenditoriale e politico, ma molte situazioni e molti ragionamenti non sono realmente cambiati in questi trent'anni.
La pièce terminava con Suzanne che riprendeva in mano l'azienda e metteva alle corde l'amante comunista e il marito. Ho aggiunto un terzo atto in cui il marito riconquista il potere in fabbrica. L'umiliazione e la frustrazione che subisce Suzanne fanno scaturire in lei il desiderio di darsi alla politica e di vendicarsi. Anche nella pièce c'era un accenno all'ingresso in politica. A un certo punto, Suzanne diceva, a mo' di boutade: «Un giorno, potrei candidarmi alle elezioni. Ho diretto una fabbrica, sarei sicuramente in grado di dirigere la Francia!».
Durante la scrittura, ho visto regolarmente Pierre Barillet per fargli leggere le mie diverse versioni della sceneggiatura. Mi ha offerto il suo sostegno e molte idee e non ha mai posto alcun ostacolo alle mie trasformazioni. Anzi, era contento che la pièce trovasse una nuova forma di vita. Aveva l'impressione che non la stessi tradendo, ma che la stessi approfondendo.

 

Perché mantenere il contesto originale degli anni '70?

Il fatto di restare negli anni '70 mi ha permesso di avere maggiore distanza e di creare una serie di riferimenti alla crisi attuale su un tono di commedia al quale tenevo molto. Ambientare la pièce ai giorni nostri avrebbe indurito il tono del film e avrebbe impedito di comprendere l'importanza del personaggio di Babin. In quegli anni il Partito Comunista prendeva più del 20% alle elezioni e, soprattutto, la società era molto più scissa: la gente di destra non frequentava quella di sinistra, appartenevano a due mondi distinti e separati, soprattutto in provincia. La moglie di un importante industriale che va a letto con il deputato comunista era una cosa veramente trasgressiva!
Inoltre ho provato un grande piacere nella ricostruzione. Quel periodo corrisponde alla mia infanzia e mi ha divertito giocare con i miei ricordi. Ma non volevo scivolare in una raffigurazione degli anni '70 troppo nostalgica o stereotipata: pantaloni a zampa d'elefante, arancione psichedelico, liberazione sessuale… Volevo un'ambientazione abbastanza realistica, soprattutto perché la storia si svolge in provincia dove la gente non esibiva tutti i segni della modernità. E infatti, Suzanne ha un look più anni '60, se non addirittura '50.

 

In questo film, lei ha mescolato la commedia del teatro boulevard con il Melò. Come mai?

Quando ho letto la pièce, l'ho trovata molto divertente, ma quello che mi ha toccato di più è stato il rapporto d'amore, quasi tragico, tra Suzanne e Babin. Vi ho subito percepito una vena melodrammatica: esprimere il tempo che passa, le delusioni amorose, la vecchiaia, una certa malinconia… Amavo molto la scena in cui Babin propone a Suzanne di rifarsi una vita con lui, ma lei trova che una scelta simile non si addica alla loro età. Ho sentito che era possibile interpretarla in modo diverso da quello ironico e distanziato del boulevard.
In teatro, la pièce era di fatto un veicolo per Jacqueline Maillan e il suo modo di interpretare il ruolo di Suzanne ne risente: la gente andava a vedere lo spettacolo per lei e voleva ridere. Di conseguenza, fin dall'inizio della rappresentazione, lei era distante e non era toccata più di tanto dall'atteggiamento oltraggioso del marito o della figlia: l'importante era che avesse sempre l'ultima parola.
Nella versione cinematografica, mi sembrava indispensabile che il personaggio sentisse la violenza dei colpi che subisce e che ne fosse realmente umiliata. L'attrice doveva dare corpo soprattutto a questi sentimenti. Le prime scene, che in teatro suscitavano l'ilarità del pubblico, nel mio film sono più crudeli. Accettare fin dall'inizio quella crudeltà poteva rendere a maggior ragione più esaltanti i capovolgimenti di situazione che avvengono successivamente nel film. Volevo che lo spettatore si commovesse e si identificasse in «quella bella statuina tutt'altro che tonta ». Sotto questo aspetto, è un film femminista: lo spettatore prende sul serio il percorso del personaggio, la segue, le vuole bene ed è felice della sua realizzazione, come nelle storie americane di successo.
Il teatro del boulevard gioca con tutte le trasgressioni possibili - sociali, familiari, affettive, politiche – ma, alla fine, ogni personaggio rientra sempre nel suo ruolo. I borghesi hanno voglia di ridere e di spaventarsi, ma a condizione che ogni cosa finisca col rientrare nell'ordine. Nel mio adattamento, ho cercato di far sì che le cose si spostassero e si trasformassero realmente: alla fine Suzanne trova, in quanto donna, un vero posto nella società, l'ordine patriarcale è davvero vilipeso e il figlio è verosimilmente incestuoso…

 

Perché Catherine Deneuve nel ruolo di Suzanne?

Invece di cercare una sosia o una copia sbiadita di Jacqueline Maillan, ho subito pensato di andare agli antipodi, proponendo il ruolo a Catherine Deneuve che ero certo, avendo già lavorato con lei in 8 DONNE E UN MISTERO, avrebbe saputo come incarnare il personaggio dandole lo spessore necessario a un'identificazione dello spettatore. Con lei, ogni situazione è concreta, di una fisicità corporea e in grado di suscitare empatia con il personaggio. All'inizio, Suzanne sembra un personaggio caricaturale come gli altri: una brava donna, della piccola borghesia imprenditoriale di provincia, che si occupa della casa e della famiglia, moglie di un uomo in vista. Ma pian piano si emancipa e non smette più di trasformarsi. Volevo partire da questo personaggio per arrivare alla donna e concludere con l'attrice nell'ultima scena.
È stata una gioia lavorare di nuovo con Catherine. Sul set di 8 DONNE E UN MISTERO, c'erano state alcune tensioni tra noi: era un film corale, io mi ero costretto ad assumere una posizione neutrale e lei era una tra otto. Non abbiamo avuto il rapporto che entrambi avremmo desiderato avere. Per POTICHE, ci ha uniti una grande complicità, dall'inizio alla fine del progetto. L'ho contattata molto presto, prima ancora di avere dei produttori: «La divertirebbe interpretare una "bella statuina"?!» È stata subito disponibile e per me era importante avere il suo consenso di massima per lanciare il progetto. Ha seguito la fase di scrittura della sceneggiatura, la produzione, il casting… Ha dato anima e corpo a un personaggio che ha amato e sul set c'era un'atmosfera piacevole e divertente, molto allegra.

 

Ci parli degli uomini che circondano Suzanne.

Per circondare Suzanne, questa donna squisitamente francese, avevo bisogno di due pesi massimi, di due uomini forti da poter contrapporre, di due attori francesi che rappresentassero due scuole di recitazione diverse.
Quando si immagina l'innamorato di Catherine Deneuve al cinema, spontaneamente si pensa subito a Gérard Depardieu. Considerando tutte le coppie che hanno già formato sul grande schermo, sapevo che insieme avrebbero funzionato, che tra loro c'è una magica alchimia, che avrebbero avuto piacere di lavorare insieme e che gli spettatori sarebbero stati felici di vederli ancora una volta amanti, in età avanzata. Babin è uno dei personaggi che preferisco: è un uomo innamorato e paralizzato, è rimasto cristallizzato nel passato, nelle sue lotte. Ed è al tempo stesso il personaggio più commovente, ha voglia di cambiare la sua condizione, di essere padre, di diventare il compagno di Suzanne, di condurre una vita quasi borghese: «Ho diritto anch'io alla mia parte di felicità…». E non vedevo altri che Gérard Depardieu per incarnare quest'uomo forte, ruvido, che cela una sua vulnerabilità e il fatto di essere un grande sentimentale. Alla prima lettura, Gérard si è molto divertito a scoprire un personaggio che aveva l'impressione di aver già conosciuto. Poco dopo, per la sua pettinatura, ci siamo ispirati al taglio a caschetto del sindacalista Bernard Thibault.
Per interpretare Robert Pujol, invece, si è subito imposto il nome di Fabrice Luchini. Trovavo azzardato, ma interessante, affiancarlo a Catherine Deneuve. Sono davvero agli antipodi nel modo di lavorare, in quello che sprigionano e nei ruoli che hanno interpretato al cinema. Sono una coppia improbabile, come lo è quella di Robert e Suzanne, e sentivo che questo sarebbe stato propizio per la commedia.
Nella pièce, Robert è lo stereotipo del marito e dell'industriale detestabile, reazionario, pieno di mala fede, vicino ai personaggi interpretati da Louis de Funès negli anni '70, che tratta gli operai in modo paternalistico e i suoi familiari come fossero dipendenti della sua azienda. Ma mi sono divertito ad arricchirlo di un'altra dimensione, più infantile: quest'uomo, che dovrebbe rappresentare l'imprenditoria e un certo maschilismo, verso la fine si rivela quasi un bambino che si fa divorare dalla moglie, che raggiunge nel letto per elemosinare un bacio. Sapendo che l'avevo molto apprezzato nei film di Rohmer, Fabrice è rimasto alquanto sorpreso che gli proponessi questo ruolo, ma poi ha subito vestito i panni di Robert Pujol e ha saputo arricchirlo con i suoi eccessi, la sua frenesia e la sua follia di attore che non ha paura di nulla e si diverte con poco.

 

Lei ha ampliato alcuni personaggi rispetto alla Piéce, come i figli di Suzanne e la segretaria. In che modo?

Nella pièce, gli altri tre personaggi, i figli e la segretaria, non erano molto sviluppati e non avevano una vera vita propria. È stato quindi necessario scrivere una storia per loro e arricchirli.
Come in Douglas Sirk, ho voluto mostrare che i figli sono spesso più conservatori dei genitori, soprattutto Joëlle, personaggio che non evolve molto, ma rivela la sua natura. All'inizio, questa "figlia di papà" si considera moderna e rimprovera alla madre di non esserlo, ma nella seconda parte del film, di fronte all'emancipazione di quest'ultima, perde i punti di riferimento e si rende conto del suo conservatorismo, prigioniera delle convenzioni, incapace di divorziare, di abortire, di trovare la sua libertà.
Durante i provini, Judith Godrèche ha subito capito che Joëlle doveva essere una vera peste, capace di dire le cose più atroci con grande naturalezza e il sorriso sulle labbra. Non ha cercato di renderla simpatica a tutti i costi, consapevole del fatto che un ruolo da cattiva paga sempre. Si è ancora divertita a trasformarsi fisicamente in una sorta di reincarnazione di Farrah Fawcett, con vaporosi capelli biondo cenere e un sorriso ultra bright. In fondo, Joëlle è forse il personaggio che porta maggiormente i tratti della modernità degli anni '70, ma alla fine è lei la più conservatrice.
Il figlio, Paul, è un personaggio tipico delle commedie di Molière, tradizione ripresa spesso nei film di Jacques Demy, dove aleggia sempre un incesto tra giovani che si amano in modo innocente, finché un deus ex machina non dipana e risolve le cose. All'inizio non avevo previsto che Paul diventasse omosessuale, ma questo mi ha permesso un capovolgimento finale e di spostare l'idea dell'incesto su una relazione tra due uomini, mantenendo nel sottotesto la domanda: è davvero incesto visto che non c'è il rischio di procreare? La svolta finale non sta nel fatto che sia omosessuale, cosa che credo si capisca piuttosto in fretta, quanto nel fatto che abbia una relazione con il fratellastro. In ogni caso, il dubbio aleggia.
Ritrovare Jérémie Renier dopo dieci anni (LES AMANTS CRIMINELS - AMANTI CRIMINALI, 1999) è stato un vero piacere. È un attore che adoro e che seguo con ammirazione. In questo film avevo voglia di vederlo sorridere, allegro, spensierato, sexy, in contrasto con i ruoli cupi che di solito gli vengono proposti. I suoi capelli biondi e il suo fisico longilineo si prestavano a meraviglia a indossare gli abiti degli anni '70.
Karin Viard ci teneva che anche il suo personaggio avesse un vero percorso politico, che si emancipasse realmente e che non fosse come nella pièce, presente solo per fare delle fotocopie. La segretaria passa dal direttore alla direttrice, ma evolve: «Ho capito che una donna può avere successo senza doverla dare!». Il discorsetto che fa: «Sarai segretaria, figlia mia», con riferimento a “If” di Kipling - «Sarai uomo, figlio mio» - l'avevo sentito in un servizio sulle scuole per segretarie in una trasmissione televisiva. Fino al montaggio, non sapevo se avrei tenuto quel monologo. È un momento un po' surrealista, senza una vera ragione d'essere sul piano narrativo, a parte quella di rappresentare sempre la condizione femminile, ma Karin l'ha impersonato talmente bene che ho deciso di tenerlo. È un'attrice che non ha paura di interpretare uno stereotipo, perché sa di potergli dare un'emozione e uno spessore che lo trascendono. È perfetta per questo ruolo.

 

Le musiche e le canzoni sono infine molto importanti durante il film. Alcuni brani, infatti, aggiungono un valore quasi simbolico alle sequenze che accompagnano. Ci spiega come?

Non vedevo il motivo di trasformare la pièce in una commedia musicale, ma volevo assolutamente che l'ambientazione temporale fosse caratterizzata da canzoni e musiche di quegli anni.
Per la musica originale, ho chiesto a Philippe Rombi di ritrovare lo spirito delle commedie degli anni '70, l’atmosfera delle musiche di Vladimir Cosma o di Michel Magne e di esplorare due filoni: uno prevalentemente comico, legato a Robert Pujol e uno più sentimentale che rinvia alla storia d'amore tra Suzanne e Babin. Il film va in due direzioni: nella direzione di Fabrice Luchini e nella direzione di Gérard Depardieu, con Catherine Deneuve in mezzo che oscilla tra commedia e melodramma.
Emmène-moi danser ce soir di Michèle Torr è stata la canzone più venduta in Francia nel 1977-78. Parla di una donna che chiede al marito di occuparsi di lei, come prima... e ha un riferimento diretto alla situazione di Suzanne all'inizio del film. Quando Catherine balla e canta nella sua cucina, l'idea era di restare ancorati nella realtà del personaggio, che Catherine continuasse a mettere in ordine la cucina come tutte le mattine, un gesto molto concreto e quotidiano che ci fa sentire che questa donna, malgrado tutto, è felice nel suo "regno". Per il ballo al Badaboum, è stato Benjamin Biolay a consigliarmi una canzone di una volta che non conoscevo: Viens faire un tour sous la pluie. Presentava il vantaggio di aderire perfettamente all'epoca nel tipo di arrangiamento e di offrire due tempi diversi per la coreografia: una parte lenta e un'altra disco per i ritornelli, nello spirito dei Bee Gees. Per questo ballo tra Suzanne e Babin, volevo assolutamente mostrare la mitica coppia Deneuve/Depardieu. Qui l'artificio era necessario: guardano nella macchina da presa, è un momento fuori dal tempo, un po' magico. Non siamo più nel realismo, ma nella verità e nell'incarnazione di questa coppia che prova una grande tenerezza e si diverte.
C’est beau la vie, il brano che canta Suzanne alla fine del film, è stato scritto da Jean Ferrat negli anni '60 per Isabelle Aubret, che era scampata a un grave incidente automobilistico. Utilizzandola in un contesto più politico, alla fine del comizio, mi è sembrato di darle una dimensione ulteriore, dopo aver seguito il percorso di Suzanne e la sua emancipazione. Benjamin Biolay e io ci tenevamo molto che la voce di Catherine fosse messa in rilievo, registrata in modo molto realistico, senza ritocchi, in tutta la sua fragilità e la sua verità.
Nella sceneggiatura non era previsto che Babin l’ascoltasse alla radio. Ho improvvisato quella scena con Gérard, un giorno, verso la fine dalle riprese. Avevo voglia che lo si rivedesse un'ultima volta, dopo la loro telefonata, e quindi ho fatto partire la musica per vedere come avrebbe reagito, lasciandolo improvvisare… Vederlo ascoltare la voce di Catherine e allo stesso tempo canticchiare è stato uno dei momenti più commoventi delle riprese.

 

Filmografia di Francois Ozon

2010 POTICHE – LA BELLA STATUINA
2009 IL RIFUGIO
2008 RICKY, UNA STORIA D'AMORE E LIBERTA'
2007 ANGEL - LA VITA, IL ROMANZO
2006 UN LEVER DE RIDEAU (cortometraggio)
2005 IL TEMPO CHE RESTA
2004 CINQUEPERDUE – FRAMMENTI DI VITA AMOROSA
2003 SWIMMING POOL
2002 8 DONNE E UN MISTERO
2001 SOTTO LA SABBIA
2000 GOCCE D'ACQUA SU PIETRE ROVENTI
1999 LES AMANTS CRIMINELS - AMANTI CRIMINALI
1998 SITCOM
1997 REGARDE LA MER (mediometraggio)

 

(Ottobre 2010)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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