SPLICE:
PARLA
IL REGISTA VINCENZO NATALI
Splice
è un moderno dramma di fantascienza, in ambito di ingegneria
genetica, con protagonisti l’attore premio Oscar Adrien Brody
(Il Pianista, Predators) e Sarah Polley (L’Alba
dei Morti Viventi, Il Mistero dell’ acqua), nei rispettivi
ruoli di Clive ed Elsa, due giovani e ambiziosi scienziati. Segretamente
decidono di mescolare DNA umano e animale: il risultato è
qualcosa di straordinario, un ibrido, una chimera chiamata Dren;
dopo poco tempo quella che sembrava essere una scoperta in grado
di rivoluzionare il mondo della scienza si rivelerà il più
grande errore mai commesso: Dren è una giovane donna in parte
umana e in parte animale, con svariate capacità che la rendono
non solo imprevedibile ed incontrollabile, ma anche molto pericolosa,
a causa anche della sua aggressività da predatrice.
Il film segna il ritorno alla regia di Vincenzo Natali, l’autore
di “The Cube”, ed è prodotto da Guillermo Del
Toro (regista di Hellboy e Il labirinto del Fauno)
insieme a Steven Hoban (Licantropia) ed ai produttori esecutivi
Don Murphy (Assassini Nati, L’Allievo, La vera storia
di Jack lo Squartatore), Susan Montford (Stangers, Shoot
‘Em Up-Spara o muori) e Yves Chevalier (Buena Vista
Social Club, Cavalcando col diavolo, Echi mortali, Austin Power).
Splice ha un cast tecnico di alto profilo professionale, composto
dal direttore della fotografia Tetsuo Nagata (Stand by Me, La
Mummia, Blueberry, La Vie en Rose), il designer artistico Todd
Cherniawsky (Alice in Wonderland, Avatar, La leggenda di Beowulf,
La Guerra dei Mondi, Polar Express), il tecnico Sfx Bob Munroe
(Uno Zoo in Fuga, I Tudors, Tek World) e il truccatore
Howard Berger (Balla coi Lupi, Kill Bill, L’armata delle
tenebre, Sin City, Le Cronache di Narnia).
Regista
e sceneggiatore di fantascienza di nazionalità canadese,
ma di origini italiane, Vincenzo Natali non è
estraneo alla distopia. Natali è balzato sulle scene nel
1997 con il thriller surreale, a basso costo, fantascientifico Cube-Il
Cubo. Il film ha impressionato il pubblico e la critica sia per
la sua estetica claustrofobica e futurista che per la capacità
di ampliare i confini cinematografici con un budget contenuto. Il
film ha ottenuto diverse nomination ai Genie per l’art direction,
il suono e la colonna sonora originale e con il tempo è diventato
un cult.
Con la sua seconda opera Cypher, con Jeremy Northam, Lucy Liu e
David Hewlett, Natali si è insediato stabilmente nel reame
del postmodernismo, a metà tra lo spionaggio ed una traballante
realtà paranoica. Il terzo film di Natali, Nothing, è
descritto dal regista/sceneggiatore come una “commedia con
due amici maschi ambientata nel vuoto”. Anche questo film
è stato acclamato dalla critica di tutto il mondo. Due anni
dopo, Natali ha diretto Getting Gilliam, il documentario sulla produzione
di Terry Gilliam del film Il mondo capovolto-Tideland del 2005,
che è uscito in concomitanza con il film. Natali ha poi partecipato
alla lavorazione di un capitolo del film-à-sketch Paris,
Je t’aime del 2006.
Abbiamo letto che SPLICE è
stato concepito alla fine degli anni 90 …
Sì.
Effettivamente ho lavorato su questo film per più di 10 anni.
L’ho fatto nel 2000, subito dopo CUBE-IL CUBO. Ho lavorato
come un cane per un anno intero al progetto, lo storyboard, ed ero
pronto a girare. Poi, all’ultimo minuto il produttore mi ha
detto che il progetto era troppo costoso. Ho pensato che il film
non avrebbe mai visto la luce, io ero troppo ambizioso e in pochi
erano pronti ad assumersi il rischio di un film come questo.
Mi sembra che la maggior parte dei film siano fatti per le ragioni
sbagliate. E’ così che vanno le cose in questo mondo,
nessuno fa un film solo perché la sceneggiatura è
brillante, quella può essere una ragione non LA ragione!
(Ride). No, i film si fanno per ragioni stupide. Se un anno vanno
di moda le mucche, allora si fa un film sulle mucche. E’ così
che funziona. Io credo che SPLICE sia stato salvato dalla prontezza
degli sceneggiatori. I nostri sostenitori finanziari avevano due
opzioni: fare il film subito o non farlo mai. Se le circostanze
non li avessero obbligati ad agire il film non ci sarebbe mai stato.
Da
cosa è stato scatenato?
In
un certo senso era destino che SPLICE fosse girato oggi. Se l’avessimo
fatto dieci anni fa non avremmo avuto la tecnologia e io non sarei
stato capace di gestire adeguatamente il soggetto. Inoltre, fatto
ancora più importante, la scienza non era arrivata a questo
punto dieci anni fa. I concetti indicati nella sceneggiatura erano
fantascienza più che fatti. La ricerca in campo genetico
ha fatto passi da gigante, ha recuperato rispetto al mio soggetto.
Oggi l’ingegneria genetica è più attuale che
mai. Questi tre fattori e un po’ di fortuna hanno fatto cadere
SPLICE nelle mani giuste e l’hanno fatto diventare una realtà.
Sia
il tuo cortometraggio ELEVATED, che i tuoi film CUBE-IL CUBO e SPLICE
hanno tutti in comune un tema simile: la capacità di un essere
umano di diventare un mostro….
Credo
di essere attratto dal mostro che è in tutti noi. In un certo
senso, quel mostro fa molta più paura di qualsiasi altra
cosa si possa immaginare in un film horror. E in SPLICE i creatori
della creatura sono decisamente più temibili della creatura
stessa. Forse ancora di più perché sembrano essere
persone buone, corrette. Ecco perché ho scelto Adrien Brody
e Sarah Polley. Non puoi non amarli, qualsiasi cosa facciano.
E’
un film su un mostro, come Frankenstein… Hai cambiato genere?
Sono
cresciuto con il FRANKENSTEIN di James Whale. Ma non farei mai un
remake. Quei film appartengono all’epoca in cui sono stati
fatti. Però mi interessava acquisire nozioni da questi classici
e modernizzarle. In realtà più che da un film sono
stato inspirato da un topo. Un topo che sembrava avere un orecchio
umano trapiantato sul dorso. Certo, non era un vero orecchio, ma
un oggetto fatto di polimeri. Il topo poi ha sviluppato cartilagine
che potrebbe essere usata per trapiantare tessuto umano. L’immagine
mi ha colpito. Come un quadro di Salvador Dalì, ho saputo
subito che c’era una storia dietro. Quindi non ho pensato
a Frankenstein, Mary Shelley o al mito di Prometeo, anche se questi
sono i temi esplorati nel film.
Questo dimostra anche il fatto che ci ho messo del tempo per scrivere
la sceneggiatura; gli scienziati ci hanno messo meno tempo a mappare
il genoma umano di quanto non ci abbia messo io a finire la sceneggiatura!
(Ride). Questo dimostra anche i progressi esponenziali compiuti
dalla scienza.
Come
si fa a fare un buon film su un mostro?
Ci
sono tanti film di mostri. Uno dei miei preferiti è ALIEN
di Ridley Scott, un film quasi perfetto. Ma SPLICE non ha niente
a che vedere con questo. In ALIEN il mostro è una minaccia
nascosta, che si annida nell’ombra. Nel mio film il mostro
è sempre sullo schermo, è un altro personaggio. SPLICE
è una pièce da camera. Ci sono solo cinque parti che
parlano. Inoltre è un triangolo amoroso. Man mano che la
storia si sviluppa, cresce la parte emotiva…
Ho deciso di fare questo film subito dopo CUBE-IL CUBO perché
CUBE parlava di un gruppo di innocenti di fronte a un orribile dilemma
che li obbliga a perdere il senso dell’innocenza. La storia
di SPLICE nasce dalle necessità dei suoi personaggi che sono
direttamente responsabili del loro destino. Il mostro nasce dal
desiderio di Elsa di avere un figlio, cosa di cui è incapace
psicologicamente. Alla fine, l’intento di SPLICE è
mostrare come si crea un mostro piuttosto che mostrare l’atto
di ira del mostro.
Ci
parli ancora del rapporto tra Dren, Clive ed Elsa. Sembra che dietro
si celino non poche emozioni disonorevoli…
Il
triangolo amoroso è il motore del film, ne è la raison
d’être. Il rapporto complesso tra le creature e il loro
creatore fa muovere SPLICE in acque inquietanti ma eccitanti. In
superficie, il rapporto tra Clive ed Elsa e il loro rapporto con
Dren è meramente scientifico. Vogliono spingere la tecnologia
un gradino più in su e Dren è il loro mezzo per inventare
nuove cure mediche. La motivazione più profonda però,
alla base della curiosità scientifica, è complessa
e altamente personale. Nel caso di Elsa, deriva da un’infanzia
infelice e un rapporto difficile con una madre violenta. Tutto questo
le impedisce di avere figli con Clive. Creando Dren, Elsa scopre
altri mezzi di soddisfare il suo desiderio di maternità.
Dimostra a sé stessa di poter gestire una situazione che
normalmente non saprebbe gestire. Quando Clive a un certo punto
le dice: “Non hai mai voluto avere un figlio, ma un esperimento
non è la stessa cosa”. Clive, dal canto suo, non considera
Dren sua figlia. Ma quando cresce acquisisce una bellezza esotica
e, soprattutto, una perversa sessualità latente. E’
un triangolo amoroso e un dramma familiare allo stesso tempo. E’
incestuoso, edipico, e assolutamente orribile… E noi scopriamo
che gli esseri umani possono agire più mostruosamente dei
mostri stessi. Ecco ciò che distingue SPLICE dagli altri
film di mostri.
Guillermo
del Toro, il produttore esecutivo di SPLICE, afferma che il vero
horror è moralmente pericoloso e che lei lo ha capito molto
bene …
Credo
che questa sia una delle ragioni per cui ci sono voluti dieci anni
per fare questo film. Nessuno studio voleva finanziare un film in
cui si evoca tanto chiaramente il rapporto sessuale tra un essere
umano e una creatura. Tuttavia io credo che sia una parte eterna,
significativa della psiche umana. L’idea di un centauro o
di una sirena esiste da secoli. Ora forse siamo in grado di dar
vita a queste creature. In Gran Bretagna hanno già creato
un essere metà umano, hanno creato ibridi per metà
animali anche se non si è andati oltre la fase embrionale.
Cosa succederà quando la tecnologia aprirà le porte
della nostra psiche rimaste chiuse per secoli? Io credo che dietro
una di queste porte si nasconda l’idea di accoppiarsi con
qualcosa che non è umano. Forse c’è un legame
con l’evoluzione, con il nostro desiderio di evolvere? Ho
trovato molte entusiasmante lavorare su un soggetto così
antico e profondamente radicato nel subconscio come questo e dargli
fondamento scientifico.
Come
è stato incontrare Guillermo del Toro?
Guillermo
è un grande impresario dell’horror e del fantasy. L’ho
incontrato a un festival del cinema e mi ha detto: “Sai, mi
piacerebbe produrre uno dei tuoi film”. Ho pensato a SPLICE.
Non ho osato dirglielo all’epoca, ma più tardi, Don
Murphy, un altro produttore, gli ha fatto avere la sceneggiatura.
E Guillermo ha deciso di produrre il film. Allo stesso tempo, il
film è stato suggerito ad alcune persone che conoscevo alla
Gaumont, e a Steve Hoban, il mio produttore canadese. Sebbene non
si conoscessero fra di loro hanno trovato il modo di lavorare insieme.
Il risultato è una coproduzione franco-canadese con molte
madri e molti padri. Guillermo non è stato direttamente coinvolto
nel film ma il fatto che il suo nome sia stato associato al film
gli ha dato credibilità e ha contribuito molto a farlo diventare
una realtà.
Come
è andato il casting?
Adrien
Brody è stata una benedizione, ha tutte le qualità
giuste. E’ famoso, naturalmente, ed è un attore eccellente
ma soprattutto è simpatico e sensibile per natura. In circostanze
normali il suo personaggio sarebbe disprezzabile. Ma lui trasforma
Clive in qualcuno con cui si può rapportare. E poi ha l’età
giusta, né troppo vecchio né troppo giovane. Nel fare
il casting per Clive, Elsa e Dren abbiamo dovuto fare delle scelte
estremamente difficili, impressionanti. Il film è franco-canadese
quindi abbiamo dovuto inserire un canadese o un europeo in uno dei
ruoli chiave. Ma quando si tratta di trovare una donna per il ruolo
di una genetista tra i 27 e i 35 anni non c’è molta
scelta. Fortunatamente Sarah Polley, che è canadese, e che
è da sempre stata nel mio elenco, era libera. Alla fine,
sono entrambi credibili, Sarah e Adrien, non solo come scienziati
ma anche come coppia. C’è un’alchimia sorprendente
fra loro.
Avete
deciso di utilizzare una creatura fisica e non digitale. Perché?
In
realtà non è mai stata una scelta. Innanzitutto sarebbe
stato troppo costoso avere una Dren completamente computerizzata.
Ma, cosa più importante, io sono convinto che il legame che
si crea con un personaggio digitale non potrà mai essere
forte come quello che si crea con un attore vero. Ho fatto tutto
quanto in mio possesso per utilizzare personaggi veri ed effetti
speciali meccanici. Sono un grande fan degli effetti speciali digitali
ma li considero migliori quando hanno qualcosa di fisico. Non volevo
che Dren fosse una creatura magica, doveva essere totalmente reale,
totalmente plausibile biologicamente.
La ragione per cui Gollum funziona nel RE DEGLI ANELLI,ad esempio,
è perché è un film eroico fantastico e quindi
noi che lo guardiamo siamo spontaneamente portati a cancellare ogni
incredulità. Un po’ come nei film di Ray Harryhausen.
Ma in SPLICE si parte con l’idea che Dren potrebbe esistere
davvero. Non ho mai smesso di dire alla troupe che non stavamo girando
un film di fantascienza. La storia si svolge nel mondo di oggi e
i laboratori ritratti nel film sono impressionanti. Sono stato molto
attento a NON riprodurre un laboratorio di genetica in stile Hollywood.
Mentre facevo le ricerche per il film ho passato molto tempo nei
laboratori veri, sono molto simili ai laboratori di scienza del
liceo. Forse un pochino più sporchi con le provette, i frigoriferi
e le stufe a gas. Non ci sono poi quelle grandi attrezzature hi-tech.
Volevo restare fedele a tutto questo, volevo che il pubblico sentisse
davvero che siamo nel mondo di oggi e che la creatura è vera
in quell’ambiente. Quando abbiamo fatto il casting per Dren
sapevamo che si trattava di un passo fondamentale.
Che
criteri avete adottato per scegliere l’attrice?
La
linea di confine era molto labile: volevo che fosse amata sia dagli
uomini sia dalle donne. E che tutti si sentissero colpevoli in qualche
modo. Un equilibrio molto difficile. Se mi fossi spinto troppo oltre
con il lato mostruoso di Dren avrebbe potuto diventare un essere
ripugnante, ma se avessimo spinto troppo sul suo aspetto umano non
sarebbe stata abbastanza mostro. Dren doveva personificare questi
due elementi alla perfezione. E Delphine Chaneac aveva entrambe
queste qualità. E’ una donna bellissima con qualcosa
di androgino che le da quel qualcosa di non esattamente umano. Sono
sicuro che un giorno gli uomini muteranno verso una razza più
polimorfa…. Nella mia testa, Dren è il prossimo gradino
sulla scala evolutiva. Eppure, non sapevo esattamente cosa cercavo.
Me ne sono accorto solo quando l’ho vista. L’ironia
è che quando sono andato a Parigi per il casting, la prima
persona ad entrare in quella stanza è stata proprio Delphine.
Ma era troppo perfetta, allora mi sono imposto di vedere altri attori.
(Ride) Alla fine ho comunque scelto lei. E’ incredibile. E
recita in maniera sorprendente.
Come
l’avete preparata per quel ruolo?
In
realtà non l’abbiamo presa subito. E’ venuta
a Toronto. Il team per gli effetti speciali doveva fare dei test,
farle delle foto perché dovevamo sviluppare il progetto di
Dren partendo dalla reale fisiologia di Delphine. Ho deciso che
sarebbe stata Dren solo dopo questa fase. Ho anche testato la sua
resistenza fisica perché il ruolo è molto, molto fisico
e avevo bisogno di qualcuno che fosse all’altezza.
Quanti
effetti speciali utilizzate su Dren?
A
parte Dren bambina (prime due fasi), lei è un mix tra umano,
effetti digitali e protesi. Ho sempre saputo che sarebbe andata
così, anche dieci anni fa. In effetti ho fatto altri test
con un’altra attrice… E’ un aspetto molto sottile.
Per esempio, in che modo cammina l’attore? Sui piedi oppure
sui trampoli? Quanto avanti dobbiamo spingerci?
Alla fine penso che abbiamo fatto la scelta giusta. Abbiamo deciso
di fare il meno possibile. Di sottrarre piuttosto che aggiungere.
Nella maggior parte dei film in cui si utilizzano creature si inizia
con un umano e si aggiunge qualcosa. Noi abbiamo pensato che fosse
più interessante togliere alcuni aspetti e modificarne leggermente
degli altri. Io credo che una leggera modifica al viso di qualcuno,
come quella che abbiamo fatto con Delphine, è più
scioccante di qualsiasi cambiamento importante. E’ diventato
il nostro motto e il tono del film.
Come
si crea una creatura che prima ti tocca e poi ti terrorizza?
Dren
deve fare entrambe le cose. E’ una questione di equilibrio.
Non volevo fare E.T. anche se non posso negare che non ci sia un
po’ di E.T. in Dren. Volevo che la creatura fosse moralmente
complessa. Sa essere molto dolce ma anche pericolosa e vendicativa.
Questa è stata la chiave. Inoltre pensavo che fosse importante
che Clive ed Elisa dessero vita a una creatura in continua evoluzione
in modo che non si sa mai che creatura può diventare.
Solitamente
lei fa film molto grafici, perfino geometrici …
SPLICE
è un po’ così. Ma ho tentato di non farmi influenzare
molto dalla mia regia. Al contrario, CYPHER è stato un esercizio
di stile espressionista. Con SPLICE un approccio più naturalistico
sarebbe stato molto più potente. Ho deciso di essere come
Rene Magritte: volevo dipingere il fantastico come un accademico.
Ho preso questa decisione nel bene e nel male. Per me è più
difficile fare un film più convenzionale. Ho tentato di controllare
la mia strana sensibilità.
Qual
è stata la linea guida del film?
Il
film si divide in due mondi: il laboratorio e il fienile, cioè
la casa di Dren. Due ambienti opposti. Il laboratorio è freddo
e sterile proprio come ci si immagina che sia un laboratorio mentre
il fienile è caldo e organico. Ho pensato che ciò
riflettesse l’essenza del film: i protagonisti creano qualcosa
di cui pensano di avere il controllo, come fanno tutti gli scienziati,
ma, naturalmente, la vita è più complicata. E l’esistenza
di Dren ha un impatto non solo sul mondo ma anche sulle loro vite.
Il film quindi segue l’evoluzione di Dren, dal mondo limitato
del laboratorio a quello poroso, aperto del fienile. E, eventualmente,
nel mondo naturale.
Questo
si percepisce anche nell’atmosfera, soprattutto nella luce…
Assolutamente
sì. Anche se il film si svolge in un ambiente sigillato,
si ha l’impressione di passare da un mondo a un altro. L’ho
provato con CUBE-IL CUBO. Cambiando il colore della stanza, si ha
la sensazione che cambi il posto. Sono assolutamente consapevole
del fatto che le storie con pochi personaggi e poche location devono
evolvere dal punto di vista visivo. E ho applicato questa teoria
a SPLICE.
E’
per questo che ha scelto Tetsuo Nagata (Direttore della fotografia
in LA MUMMIA) come Direttore della Fotografia?
Ci
avevo già lavorato nel mio capitolo di PARIS, JE T’AIME.
Volevo che la luce fosse ricca e piena di poesia. E Tetsuo è
soprannominato “Il Principe delle Ombre”. Non ha eguali
quando si tratta di dare forma alle ombre. E’ stata una scelta
ovvia.
Tra
il suo primo film, CUBE-IL CUBO, e questo, il budget è stato
moltiplicato per 100 ($300.000 per CUBE-IL CUBO contro i 27 milioni
di dollari per SPLICE). E’ cambiato anche il suo modo di lavorare?
Non
c’è assolutamente nessuna differenza. Perché
SPLICE era 100 volte più grande e 100 volte più difficile.
Onestamente la cosa più difficile che mi sia mai capitata
di fare nella mia vita è stata CUBE-IL CUBO. Non posso dire
lo stesso di SPLICE, con il budget che avevamo, ma quasi. Davvero.
Perché Dren non vive nell’ombra. Non potevamo mentire
con lei. Ridley Scott, con la sua brillantezza, fa vedere l’Alieno
solo per qualche secondo ogni tanto, un po’ come Steven Spielberg
ha fatto in LO SQUALO. E’ una tecnica classica. Ma Dren non
può essere nascosta in un angolo buio. E’ un effetto
speciale dal 20° al 110° minuto del film. Questo ci ha portato
via buona parte dei 27milioni di dollari. E doveva essere così
perché Dren doveva essere perfetta. E io spero che lo sia,
tocchiamo ferro! La verità è che quando abbiamo iniziato
il film non sapevamo come sarebbe finita con il budget che avevamo.
Ogni fotogramma di Dren ha un cartellino con il prezzo, e ognuno
di essi contava qualcosa. Alcuni registi dicono di conoscere ogni
fotogramma del film che fanno, io conosco ogni singolo pixel! (Ride).
Mi fa male dirlo ma credo che le restrizioni mi obblighino ad essere
creativo. Tutto ciò non fa che migliorare la storia. Quindi,
in fin dei conti, sono convinto che tutte le frustrazioni tecniche
che mi hanno torturato come regista sono prive di significato se
confrontate a quello che alla fine vediamo sullo schermo. Sono la
storia e i personaggi a contare, a decidere se il film avrà
un pubblico o meno.
(Agosto
2010)
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