|
IL
CONCERTO: INTERVISTA AL REGISTA RADU MIHAILEANU
Lo
scorso 2 Febbraio si è tenuta la conferenza stampa per la
presentazione del film “Il Concerto”, la nuova commedia
diretta da Radu Mihaileanu (che molti ricordano come regista
dell’acclamato “Train de vie”), distribuita
nelle sale italiane dal 5 febbraio. Era presente in sala il regista.
La commedia, ambientata e girata in Russia, ha come protagonista
un famoso direttore dell'orchestra Bolshoi di Mosca allontanato
in epoca comunista per essersi rifiutato di licenziare i musicisti
ebrei. Venticinque anni dopo l'uomo lavora ancora in teatro come
custode e aiuta la moglie a movimentare finte manifestazioni d'orgoglio
ex-comunista. Un giorno intercetta un invito per il teatro Chatelet
di Parigi e decide di riscattarsi dalle umiliazioni con l'inganno,
accettando l'ingaggio al posto dell'orchestra ufficiale. Riunisce
così i vecchi compagni di concerto e qualche improbabile
new entry. Il film è una commedia grottesca e liberatoria,
tra vecchia Urss e Tchaikowski liberatorio. Ne abbiamo parlato con
l'autore.
In questo film si insiste molto
sulla risata, si ride molto. C'è però, in qualche
modo, una fierezza della rappresentazione dell'emozione, che va'
al di là dell'ironia e delle risate?
Questo
film ha nell'animo il temperamento slavo, e noi dei paesi dell'Est
abbiamo sempre la tendenza ad andare verso gli estremi, a superare
i limiti e i confini. Questo purtroppo in ambito politico non ha
creato delle situazioni particolarmente felici, ma invece in ambito
culturale si, in varie forse di espressione artistiche come la letteratura,
il teatro o la musica, e non abbiamo mai avuto paura di manifestare
e descrivere l'emozione. In tanti paesi europei c'è invece
una certa reticenza a manifestare le emozioni come se avessero di
per sé qualcosa di negativo. In Francia, all'inizio della
mia carriera di cineasta, mi sono domandato che tipo di atteggiamento
adottare nei miei film, finché non mi sono lasciato andare
ed ho deciso che non potevo reprimere me stesso per esprimere quello
che sono. Alcuni definiscono i miei film “melodrammatici”.
Forse è vero, nel senso che comunque sono film che si sentono
liberi di esprimere le emozioni. Io credo che sia importante non
provare vergogna per nulla di quello che si fa' e di quello che
ci succede, siano eventi piacevoli e divertenti o siano tragici.
L'importante è continuare a ricevere e dare emozioni. Ecco
perché la parola emozione è così importante
nel mio cinema, il quale non fa altro che riprodurre la vita, esaltandola
e descrivendola in tutte le sue sfumature emotive, senza alcuna
vergogna. Importante al pari dell'umorismo, che è l'unica
arma che noi abbiamo contro tutte le barbarie, per poterci esprimere
insieme alle nostre emozioni, non solo per noi stessi , ma soprattutto
per il dialogo con gli altri. Io vivo per questo, per vivere emozioni
forti e per farle provare agli altri: non solo emozioni banali o
sciocche, ma anche emozioni intelligenti.
Da
dove nasce il suo amore per la Russia e la cultura russa, e qual
è il suo rapporto con la cinematografia russa?
Molti
paesi dell'est hanno avuto in passato un rapporto di distacco e
lontananza con l'Unione Sovietica, ma adesso questi rapporti sono
sfumati soprattutto per la Romania. Nonostante ciò, alcuni,
tra cui il sottoscritto, sono riusciti a rendersi conto della differenza
tra quello che era la cultura e il popolo russo e il regime sovietico,
sono riusciti a fare dei distinguo ben precisi. E sono riusciti
ad avvicinarsi alla cultura russa, la più grande del mondo,
tant'è che se andate adesso a Mosca, vi renderete conto di
come assomiglia sempre più ad una metropoli americana.
Io sono cresciuto vedendo film russi, per questo ho un legame molto
stretto col cinema russo e con i suoi registi, alcuni dei quali
sono senza ombra di dubbio tra i migliori al mondo.
Come ha scelto il cast?
La
scelta del cast russo ha richiesto due mesi. Volevamo dei grandi
nomi per l'assegnazione dei tre protagonisti russi, volevo assolutamente
i più famosi, le grandi star russe. Il problema era che ogni
volta che facevamo un provino, ognuno diceva: ”Sono io la
più grande star della Russia, sono io l'attore più
famoso”: si comportavano come i personaggi del mio film, sono
tutti dei grandi impostori e dei grandi bugiardi. Alla fine avevamo
individuato tre attori, ma non riuscivamo a capire se erano effettivamente
i più famosi o no, poi ho avuto l'idea di far vedere le loro
foto ad una decine di signorine che tutte le sere frequentavano
il nostro albergo, per accompagnarci in camera a “leggerci
dei libri”, e vedere le loro reazioni per capire se realmente
erano degli attori molto noti in Russia, e quindi in base al volere
del popolo rappresentato da queste signorine sono riuscito a capire
che sono veramente delle grandi star.
Il nucleo di questo film è l'anti-comunismo? Secondo lei
sarebbe stato possibile girare un film del genere una decina di
anni fa, quando, in tema di antisemitismo, si pensava esclusivamente
al nazismo e all'Olocausto, ignorando la situazione dell'URSS ai
tempi di Breznev?
Il
mio film non è una denuncia del comunismo, anche se l'ho
vissuto in prima persona. E' piuttosto una presa di posizione contro
tutti i regimi dittatoriali e totalitari, sia di sinistra che di
destra, che la storia dell'umanità ha visto sorgere in tanti
paesi del mondo, pensiamo a Pinochet, alla Cambogia, l'Unione Sovietica,
l'Italia o la Spagna. Questo film è contro qualsiasi forma
di potere che arrivi a mettere in ginocchio le persone, ad impedire
loro il proprio destino. Un altro tema del mio cinema, infatti,
è quello della “piccola impostura”, un modo che
tanti dei miei personaggi hanno per manifestare la loro reazione
di fronte a un regime, che di fatto li costringe a stare in ginocchio,
e per esprimere la volontà di rimettersi in piedi e riprendere
in mano il loro destino e la loro dignità. Forse il nucleo
centrale è proprio quello dell'importanza della dignità
dell'individuo, della stima che ognuno di noi deve avere in sé
stesso.
In Francia, che è la realtà che conosco io, questo
film poteva essere girato tranquillamente dieci anni fa', perché
sappiamo da tempo che i regimi comunisti hanno perseguitato di fatto
gli ebrei, lo sappiamo dall'epoca di Stalin.
Quanto l'hanno inspirata registi
di origine russa emigrati in Occidente, come ad esempio Billy Wilder?
Non
so quanto mi abbiano inspirato in particolare per questo film, ma
sicuramente una delle caratteristiche dei miei film è quella
di unire l'umorismo con la tragedia. Mi viene naturale perché
sono ebreo, sono di origine romena, e ho queste radici culturali
molto forti. E' vero che tra i cineasti che amo di più ci
sono Chaplin e Billy Wilder, registi che sono stati costretti a
lasciare i paesi dell'Est, per trasferirsi negli Stati Uniti e che
hanno fatto un percorso simile al mio, che ho lasciato la Romania
per andare in Francia, riscoprendo una nuova cultura pur rimanendo
legato alle mie origini naturali.
Qual è il suo rapporto
con la musica? Che importanza ha nei suoi film?
Credo
che la musica sia importante nella vita personale di ognuno di noi,
infatti si dice che la musica è in noi stessi. Credo che
anche chi non è in grado di suonare alcuno strumento musicale,
anche chi non ha orecchio, ha di fatto una musica interiore, perché
la musica è fatta di energia, e l'espressione musicale è
la forma d'arte più vicina all'energia che scaturisce dall'universo.
Io sono abbastanza vicino alle filosofie orientali, e quindi credo
molto a questo scambio di energie. La musica è una forma
espressiva molto pura, universale e libera, completamente libera.
Molto più di quanto non lo siano la letteratura, il teatro
o il cinema. Essa è il linguaggio più universale che
esista, per le suggestioni che è in grado di far nascere
in ognuno di noi. Purtroppo al giorno d'oggi ci troviamo nella condizione
di non riuscire a far uscire la musica che abbiamo dentro di noi.
E non sapete quanto noi all'estero stiamo aspettando che l'Italia
liberi e faccia di nuovo sgorgare la sua bella musica e si sbarazzi
della brutta musica.
Nei suoi film è sempre
presente la componente dell'immigrazione, e quando i musicisti che
arrivano a Parigi sembrano una pacifica “invasione di barbari”.
Cosa possiamo imparare noi da questi migranti? E in particolare
dalla cultura gitana, che ha un ruolo importante in questo film?
Nei
miei film traggo spesso ispirazione dalla mia vita. In questo, in
particolare, c'è l'incontro tra i “barbari dell'Est”
e i “ricchi dell'Ovest”. E' vero che questi barbari
che vengono dall'est conservano un'energia vitale quasi primordiale
e spirituale, è vero anche che l'occidente è riuscito
a raggiungere la propria ricchezza, ma forse corre anche il rischio
di morire a causa di questa ricchezza. L'occidente sembra quasi
assopito, incapace di cogliere la sua energia vitale e di metterla
in sintonia con quella dell'universo e senza questa energia è
difficile vivere pienamente, poiché essa è proprio
il motore stesso dell'esistenza. Credo che in fondo l'armonia suprema
sia proprio questo: sia l'unire ” l'uno” e “l'altro”,
altrimenti non esiste la felicità. Se “l'altro “sta
male anche io sto male: l'altro siamo noi.
Nel caso dei gitani, li sento molto vicini, sia perché da
piccolo ho passato molto tempo con loro, sia perché sento
la loro cultura vicina a quella ebraica, entrambe nomadi e perseguitate
nei secoli.
E' sicuramente un popolo geniale con tante qualità singolari,
spesso disprezzato perché considerato “diverso”
a causa di grandi malintesi e incomprensioni. Sono molto attento
a cosa accade ai gitani in Europa e in particolare in Italia. Prendiamo
la mafia, ad esempio. Essa esiste in moltissimi paesi del mondo
ma ciò non vuol dire che tutti gli abitanti di questi paesi
siano dei mafiosi, ci sono degli individui che lo sono, e lo stesso
vale per i gitani: alcuni commettono dei reati ma ciò non
vuol dire che tutti i gitani commettano dei reati.
In conclusione può parlarci
del suo prossimo film?
Il
mio progetto futuro è un film in arabo sulla condizione delle
donne arabe dal titolo “La sorgente delle donne”.
(Febbraio
2009)
|


|