AVATAR:
INTERVISTA A JAMES CAMERON
Nell’industria
cinematografica americana ci sono 5 livelli classificati di produzione:
film a low-budget (dai 3-10 milioni di dollari in poi), film di
medio budget (da 40 milioni in su) o large-budget (da 80 milioni
in su), kolossal (a partire dai 110 milioni in poi) ed infine le
super-produzioni. Quest’ultima categoria è rappresentata
da un unico nome, quello di James Cameron: regista, sceneggiatore,
produttore e montatore di origini canadesi, nonché tecnico
e ricercatore di effetti speciali e nuove tecnologie di ripresa.
Con i suoi film, Cameron ha ampiamente dimostrato di saper realizzare
prodotti innovativi e caratterizzati da una commistione di spettacolo,
vicende incredibili e personaggi credibili, con una maestria tecnica
posta al servizio della storia e delle emozioni; il suo è
un cinema millenarista e apocalittico, commerciale e autoriale,
hi-tech e umanista, post-moderno e classico dalle fortissime valenze
etico-morali e pregnanti istanze proto-femministe, oltre che permeato
da uno sperimentalismo tecnico-visivo d’avanguardia.
I film di Cameron hanno aperto nuove strade nel campo degli effetti
visivi e stabilito numerosi primati sia negli Stati Uniti sia all’estero,
a cominciare da “Terminator” (1984), con Arnold Schwarzenegger,
che riscosse un incredibile successo mondiale. Successivamente,
ha realizzato “Aliens – Scontro finale” (1986),
seguito da “The Abyss” (1989), mentre nel 1991 il suo
sequel “Terminator 2 - Il giorno del giudizio” è
campione d’incassi infrangendo il record di pellicola più
costosa della storia del cinema; record superato da Cameron altre
tre volte, rispettivamente con “True Lies” (1994), “Titanic”
(1997) ed infine “Avatar” (2009). “Titanic”
mantiene tuttora il record nazionale e mondiale al box office, avendo
incassato globalmente più di 1,8 miliardi di dollari (recentemente
raggiunto da “Avatar” con 1,6 miliardi), vincendo 11
premi Oscar tra i quali miglior film, migliore regia, miglior montaggio
e migliori effetti speciali.
Fantascienza,
amore e guerra sono gli elementi narrativi di AVATAR, film uscito
a distanza di oltre 10 anni dal monumentale “Titanic”
e che, con un budget record di oltre 400 milioni di dollari (237
spesi per la realizzazione ed il resto per la promozione mondiale),
racconta una storia di fantascienza venata da critiche socio-politiche,
filmata con cineprese ad alta definizione inventate dal team tecnico
di Cameron, oltre ad una nuova generazione di effetti speciali e
tecnologia rivoluzionaria 3D.
Leggi lo Speciale del film
Quali
sono gli obiettivi che si è posto nel realizzare AVATAR?
AVATAR è il film più difficile che abbia mai realizzato.
Volevo creare una tipica avventura in un paesaggio poco familiare
ambientando su un pianeta alieno la classica storia di un nuovo
arrivato in una terra e una cultura straniere. In linea di massima,
la struttura della storia è tradizionale, ma abbiamo molti
colpi di scena in serbo per il pubblico. Ho sognato di realizzare
un film come questo, in un mondo lontano, pieno di pericoli e di
bellezza, fin dai tempi in cui, da ragazzino, leggevo libri di fantascienza
a buon mercato e fumetti in gran quantità e, mentre frequentavo
le lezioni di matematica, disegnavo creature e alieni nascondendomi
dietro al libro. Con AVATAR ho finalmente avuto la mia occasione.
Come
descrive il protagonista Jake?
Jake era diventato un Marine per il lavoro duro e per mettersi alla
prova. Quindi, quando gli chiedono di andare su Pandora, raccoglie
armi e bagagli e parte senza fare troppe domande. La disabilità,
la testardaggine e il coraggio di Jake lo rendono una figura immediatamente
riconoscibile e familiare.
Il personaggio di Neytiri, interpretato
da Zoe Saldana, sottolinea la sua propensione per personaggi femminili
forti, come Ellen Ripley in “Aliens” o Sarah Connor
nei primi due “Terminator”.
Zoë ha colto tutti gli aspetti del personaggio come lo avevo
immaginato, racchiudendo in sé forza, grazia, atleticità,
bellezza, sensualità, vulnerabilità e un’emotività
cristallina. Di lei ho ammirato in particolar modo il connubio di
delicatezza e fierezza e una fisicità incredibile.
Cosa può dirci del concept
design di Pandora?
Non volevamo che la fauna e la flora fossero identiche a quelle
terrestri, solo quanto bastava per ricordare che ci troviamo in
un altro mondo ma, al tempo stesso, volevamo che il pubblico le
trovasse plausibili. Pandora è il giardino dell’Eden
con fauci e artigli. Ad esempio, c’è il Thanator, una
pantera infernale che potrebbe mangiarsi un T-Rex e completare il
pasto con un Alien. Poi ci sono i Viperwolf, privi di pelliccia,
con la pelle lucida che sembra una corazza. Particolarmente impressionanti
sono le zampe, che sembrano mani in cuoio.
Con l’incredibile resa dei personaggi
digitali, sarebbe stato possibile sostituire anche gli attori veri
per i ruoli di personaggi umani?
Gli attori mi hanno domandato [durante le riprese] se stavamo cercando
di rimpiazzarli. Niente affatto, stiamo anzi cercando di dare loro
maggiori opportunità, offrendo nuove modalità per
esprimersi e creare personaggi, senza limitazioni. Non voglio sostituire
gli attori, mi piace lavorare con loro. Come regista, è questo
che faccio. Quello che stiamo cercando di eliminare sono le cinque
ore di trucco, che è il modo in cui venivano creati personaggi
quali gli alieni, i lupi mannari, le streghe, i demoni e così
via. Ora è possibile essere chiunque o qualunque cosa si
voglia, a qualunque età, si può perfino cambiare sesso,
senza le lungaggini e il fastidio di un trucco complicato.
Quanto hanno influito le performance
degli attori per il motion capture dei loro personaggi digitali?
Ogni sfumatura e sequenza di recitazione è stata creata dagli
attori, che compiono tutte le azioni che voi vedete fare ai loro
personaggi CG nel film, fino al più impercettibile gesto
della mano. I personaggi sono precisamente ed esclusivamente ciò
che gli attori hanno creato.
La Virtual Camera le ha dato la possibilità senza precedenti
di vedere effettivamente la versione CG dei personaggi interpretati
dagli attori e l’ambiente creato con la CG attraverso la macchina
da presa. Quanto è stata determinante nel film l’uso
di questa tecnologia?
La possibilità di girare in un set live action e di vedere
nell’oculare della macchina da presa i personaggi e gli ambienti
CG che non si trovano lì mi ha permesso di riprendere quella
scena con la stessa sensibilità che avrei adottato in una
scena live action. Molto tempo dopo che gli attori avevano lasciato
il “Volume”, io ero ancora lì con la virtual
camera, effettuando inquadrature alternative della scena. Riportando
la ripresa all’inizio, potevo osservarla da angoli differenti,
illuminarla nuovamente, fare qualunque cosa.
AVATAR è stato un lungo
working in progress per sviluppare la tecnologia necessaria atta
alla realizzazione del film. Qual è il suo bilancio finale?
Ho sempre cercato di ampliare i confini della tecnologia, ma questa
volta sembravano invalicabili, così abbiamo dovuto impegnarci
molto di più per superarli. Per fare un paragone, realizzare
AVATAR è stato come saltare da un dirupo e cucirti il paracadute
mentre precipiti.
Non
c’è il pericolo che troppi effetti speciali, troppa
tecnologia possano risultare ingombranti e soffocare la storia del
film?
La tecnologia ha raggiunto un tale livello di perfezione da scomparire,
lasciando solo la magia… e la sensazione di essere veramente
dentro la storia, con personaggi ed emozioni reali. Alla fine, tutto
si riduce alla domanda: La storia è buona? Dopo tutto, la
discussione riguarderà i personaggi –alieni e umani–
e i loro percorsi.
Cosa rappresenta per lei il modo
di vivere in simbiosi con la natura dei Na’vi? E’ un
omaggio alla nostra antica natura ancestrale, oppure un esempio
su come potremmo essere migliori con il mondo che ci circonda?
Dal
mio punto di vista, Neytiri e il suo popolo rappresentano la parte
migliore di noi stessi, per il modo in cui vivono nel loro mondo:
in simbiosi e armonia e con empatia. È qualcosa a cui tutti
dovremmo aspirare. In questo senso, penso che la storia celebri
il legame con l’ambiente, in un momento in cui abbiamo forse
perso contatto con la natura che ci circonda.
(Gennaio 2010)
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