NEMICO
PUBBLICO: INTERVISTA A MICHAEL MANN
Abbiamo incontrato il regista Michael Mann nel corso della conferenza
stampa per la presentazione italiana del film “Nemico_Pubblico”,
svoltasi presso l’Hotel Hassler lo scorso 3 Novembre.
Il film è un thriller d’azione diretto dall’acclamato
filmaker di “Collateral”, "Heat-la Sfida",
“Manhunter” e “The Insider”, con protagonisti
Johnny Depp, Christian Bale e la vincitrice del premio Oscar Marion
Cotillard. La pellicola racconta la storia del mitico fuorilegge
nell’epoca della Grande Depressione Economica Americana, John
Dillinger (Depp), carismatico rapinatore di banche reso dai suoi
raid lampo l’obiettivo principale del migliore agente dell’FBI
dei tempi di J. Edgar Hoover, Melvin Purvis (Bale), e divenuto una
sorta di eroe popolare agli occhi degli americani di quel periodo.
Hoover (Billy Crudup) si riproponeva di utilizzare la pubblicità
che la cattura del criminale avrebbe potuto generare in suo favore
per trasformare il suo “Bureau of Investigation” nel
dipartimento di polizia nazionale che è adesso l’FBI.
Il suo è un cinema della
sfida, che ancora una volta ci propone un confronto tra due uomini
che seguono ideali diversi.
Come è riuscito nel 2009 a fare un film classico e così
sperimentale al contempo?
Non so bene come questo film si inserisca nella mia filmografia.
Io sono stato molto affascinato dal concetto di questa vita che
ha brillato per un tempo brevissimo. Mi sono molto interessato all’idea
di immaginarla e, se possibile, di immergere il pubblico all’interno
dell’esperienza di un personaggio come Dillinger cercando
di riportarlo in vita. Se il film funziona ci si trasferisce nella
sua esperienza e questa è la magia del cinema, che ci consente
di vedere le cose dall’interno. Io volevo vedere Johnny Depp
in un ruolo simile, un ruolo che portasse in superficie le emozioni
di Dillinger. E’ stata una sfida.
Durante
le riprese avete avuto in mano gli oggetti di Dillinger. Come è
nato il film, vi siete ispirati a cose vere, per le leggende siete
andati a scavare o vi siete solo attenuti al libro?
Amo molto fare film d'epoca, e quando li giro mi chiedo come possiamo
sentirci trasportati in quegli specifici momenti, giorni e anni.
Per me l'imperativo era riuscire ad essere dettagliato per riportare
tutti nel 1934, in quel momento a quella specifica ora, far sentire
che quel personaggio era vivo...volevo riportare in vita il presente
che è un passato ma con una simulazione molto forte, in modo
che noi del pubblico potessimo viverla come una realtà.
Come pensavano questi personaggi? Io ho cercato di capire la psicologia
di quel periodo, come Billie potesse affidarsi alla fede; ho sempre
amato gli anni ’30 e la fede era importante perché
questa gang affermava di agire sempre come se si trattasse di piccole
operazioni militari, senza avere progetti per il futuro, per cui
sapevano che alla fine il destino avrebbe fatto il suo corso. Non
c’era nessun piano di fuga all’estero e questo mi ha
affascinato, mi ha affascinato usare delle frasi che usavano loro,
come: “bisogna fare ciò che si fa divertendosi”.
Io sono cresciuto proprio nella zona dove c’era il cinema
Biograph, ho visto cosa veniva proiettato in quel cinema e la storia
di Dillinger mi era molto familiare: quando passavamo lì
davanti mio padre mi raccontava spesso la sua storia. Con lui non
c’era una donna in rosso, ma con gonna e camicetta, quel dettaglio
faceva parte della leggenda.
Quando con Johny Depp siamo entrati al Little Bohemia Lodge nella
stanza che lo aveva ospitato, ci siamo sentiti molto emozionati,
perché contribuiva all’immedesimazione. Stessa cosa
vale per Bale, che era appostato tra gli stessi alberi in cui si
era appostato il vero Purvis. Nella parte finale, all’uscita
del cinema, morendo Johnny guarda gli stessi mattoni, lo stesso
muro che Dillinger aveva visto negli ultimi istanti.
Questo
film ricorda molto alcuni western crepuscolari, come “Pat
Garrett e Billy the Kid”, nel suo ritrarre la fine di un mondo
con il passaggio dai gangster isolati, eroici, ai cartelli della
mafia, allo strutturarsi dell’FBI. C’era l’intento
di raccontare un epoca di passaggio?
I punti che ha sottolineato sono parte di una stessa immagine. Credo
sia interessante il contesto della sua vita, con i grandi cambiamenti
della società dell’epoca, questo mi ha interessato.
La liquidità del crimine organizzato ne permise la transizione,
la struttura della polizia si stava centralizzando in qualcosa di
nuovo, quindi avevamo da un lato la polizia federale, dall’altro
il crimine organizzato, entrambi contro Dillinger e parte di uno
stesso contesto. Ma questa non è la storia che racconto,
è solo parte del contesto del tempo. Quello che muoveva Dillinger,
e che mi ha interessato, era la sua sete di vita: un uomo giovane,
chiuso in prigione per 10 anni, che esce e vuole tutto subito e
il fatto che tutto sia avvenuto in nove settimane, questo ha creato
la sua leggenda.
Una
cosa interessante è come ha saputo portarci, grazie all’uso
del digitale, all’interno di una guerra in cui sembra di essere
in prima linea. Come ha lavorato, la incuriosisce anche il 3D?
Mi piacerebbe avere il dialogo in 3D.
Immergendo il pubblico in uno stato di guerra si ha coinvolgimento.
Abbiamo scelto di usare il digitale una notte di pioggia a Los Angels.:
avevamo una Buick e delle comparse vestite con i costumi di scena,
le abbiamo messe contro il muro ed effettuato una ripresa sia in
digitale che in pellicola. Il primo restituiva appieno la realtà
di quello che avveniva in quel momento, mentre la pellicola dava
il sapore del tempo passato.
Essenziale è stato anche far diventare protagoniste le armi:
il museo di arte moderna ha queste mitragliatrici che sono effettivamente
oggetti di grande arte. Quando le si usa se ne sente il rumore,
la forza, si riesce a capire cosa si provava in quel momento. Ci
siamo concentrati su suono, immagine, tutto quello che c'era in
quella situazione. Si coinvolgono gli attori, ad esempio quando
si guida un’auto del ‘30 la sensazione è diversa
dal guidarne una moderna, e per un breve momento si ha la sensazione
di stare lì: abbiamo cercato di far sì che tutto fosse
reale.
Si tratta di una storia già
raccontata, ma le altre volte viene descritta come l’uscita
dalla Grande Depressione. C’è in questo caso un legame
con la realtà odierna?
Si tratta in realtà di una coincidenza sfortunata, non è
stata la crisi economica globale il motivo che mi ha spinto a girarla.
Spesso ci si riferisce ad una storia in particolare perché
c'è un aggancio con la realtà, io sono interessato
agli anni ‘30 da molto tempo, ho anche progetti che riguardano
Parigi e la Spagna in quegli anni, i miei genitori li hanno vissuti
e mi hanno raccontato come fosse viverci, lo stessi XXI secolo è
nato dalla depressione che ha generato le forze che ci hanno mandato
avanti.
Elemento ricorrente nella sua
filmografia è il protagonista che prende tempo per la riflessione.
Qui questo momento emotivamente catartico sembra venire negato ed
è come se il protagonista fosse svuotato dall'elemento emotivo.
Per me era importante quello che era nella sua mente: mi immagino
seduto al suo posto nel Biograph, lo guardo mentre guarda il grande
schermo, lui era l’eroe negativo del tempo, sempre sui giornali
e si rivede nei panni di Gable che era in effetti modellato su di
lui. Cosa penserò in quel momento, quali saranno le mie emozioni?
E’ questo il punto focale della scena e la chiusura del film:
sarebbe stato riduttivo aggiungere un dialogo, o un voice fuori
campo che ne esplicitasse i pensieri. Volevo che il pubblico immaginasse
ciò che Dillinger provava e vedeva.
Ai tempi di “Collateral”
ha dichiarato che era molto faticoso girare con attrezzature così
ingombranti. Oggi è diverso, è per questo che usa
la tecnologia digitale? O solo per restituire quel senso di immediatezza,
come ci ha detto?
In effetti è diventato più semplice, ma per me il
vantaggio principale è ciò che il digitale mi consente
di fare, 8-9 volte di più che con la pellicola. Lì
bisogna sottostare alla chimica, qui ho più capacità
di intervento, una qualità che punta al dettaglio, ma il
digitale è utilizzabile anche in modo che non si veda la
differenza con l’analogico. Il che, però, non significa
che non tornerò alla pellicola, che mi piace molto.
Vorrei tornare alla domanda precedente per rispondere al meglio:
quando Dillinger siede nel cinema, sente che il suo tempo è
giunto al termine? Se sì, come reagisce?
Quando cammina fuori dal Biograph, è una liberazione, perché
sa che il suo percorso si è concluso: questo volevamo esprimere
io e Johnny.
Questo film è libero dal
peso psicologico del cinema passato: è un approccio interessante
perché il protagonista non viene eroicizzato attraverso il
racconto dei suoi problemi. E’ una nuova chiave per raccontare
un personaggio negativo?
Io volevo immergermi nella vita di Dillinger con le sue contraddizioni,
non raccontarne l’infanzia e il passato come in una biografia.
Non si sa niente del suo passato, ma i dettagli ci fanno entrare
nel personaggio: all’inizio c’è l’abbandono
del suo mentore e si percepisce l’intensità del collegamento
con quell’uomo. Anche quando fa evadere i suoi amici, comprendiamo
il suo mondo emotivo, si apprende qualcosa di lui, anche se il pubblico
non se ne rende conto. Questa è stata la sfida interiore
che mi ha motivato.
Quanto
ha pesato la manipolazione dell’opinione pubblica nel trattamento
del soggetto?
E’ così che inizia storicamente. La manipolazione dei
media inizia con una grande propaganda in maniera del tutto innovativa:
nel ’29 a collegare l’America è la Radio, mentre
nel ’33 tutti andavano al cinema. Avviene qualcosa nei cinema
di tutto il paese e Hoover lo usa: invece di usare i media, manda
tramite il grande schermo un’informazione in tutto il paese.
Nessuno lo aveva mai fatto prima. E’ un personaggio estremamente
innovativo, mentre Dillinger sta diventando obsoleto, perché
il mondo va avanti. Lui è il meglio del suo genere, ma è
solo. Non si tratta di un tema nuovo, lo troviamo già ne
“Il Mucchio Selvaggio”.
Cosa ha chiesto a Depp e Bale per il faccia a faccia? E in generale,
come lavora con gli attori?
Lavoro in maniera tradizionale, faccio sì che si immergano
nel personaggio, che ci siano esperienze che li trasportano in quel
momento e li facciano pensare come loro. E loro sono straordinari
e immediati. Noi abbiamo cercato di apprendere il più possibile
da quello che avevamo: con Johnny siamo andati a Crown Point mentre
con Bale, abbiamo cercato di trasformarlo realmente in un aristocratico
del Sud degli anni ’30 come era Purvis.
Featurette
sulla “Tecnologia criminale” usata da Dillinger.
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Featurette
sul rapporto tra Dillinger e Billie.
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Featurette
con Johnny Depp e Michael Mann.
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Leggi
la Recensione del film
(Novembre
2009)
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