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INTERVISTA
A KEN LOACH
IN
QUESTO MONDO LIBERO, da Venerdì 28 settembre nelle sale italiane,
racconta la storia di Angie, che insieme alla sua coinquilina Rose
decide di aprire un’agenzia per la selezione del personale,
ma ben presto dovrà fare i conti con una realtà surreale,
popolata dai boss di strada, dalle agenzie per l’impiego e
dagli immigrati in cerca di lavoro. Una storia ambientata nell’odierna
realtà anglosassone, caratterizzata dal “miracolo”
del lavoro flessibile, dalla globalizzazione, dai doppi turni, e
dai tanti, tanti felici consumatori: noi.
Da dove nasce questa storia?
Negli anni ’90 ho girato un documentario sul porto di Liverpool,
dal titolo “The Flickering Flame”, in un momento in
cui i portuali avevano vissuto un lungo conflitto con il governo
per riuscire a preservare l’integrità del loro lavoro
contro la più completa ‘occasionalità’
che sta prendendo piede. Il modo in cui la sicurezza del lavoro
è scomparsa, favorendo la nascita di agenzie di lavoro temporaneo
è, secondo me, un tema molto importante e completamente dimenticato.
E’ un fatto che ha cambiato la vita delle persone, il risultato
di una decisione politica, che potrebbe essere contrastata. Purtroppo
però nessuno si oppone. Tutti i partiti politici, dai laburisti,
ai conservatori, ai liberali, sono a favore di questo mercato. Vogliono
tutti che sia così. La chiamano ‘modernizzazione’
e la considerano una legge di natura, un fenomeno che deve accadere
per forza. Invece io credo che si tratti di una decisione politica
che sta facendo gli interessi di un’unica classe, e che la
gente comune è stata indotta a credere che questo sia l’unico
modo in cui possiamo vivere. Ma non è così.
Nel 2000 avevamo già fatto Bread and Roses, che parlava degli
immigrati messicani a Los Angeles, e poi è uscito Un bacio
appassionato che racconta le vicende della seconda generazione degli
immigrati pakistani; Paul, Mick e gli altri, 2001, parlava invece
di un gruppo di operai della ferrovia che lottano contro la privatizzazione.
Sono tutti temi in qualche modo collegati, che si riallacciano all’attuale
scandalo del crescente sfruttamento dei lavoratori stranieri in
Gran Bretagna. I turni e le modalità di lavoro, l’interesse
nell’immigrazione e negli immigrati, la vita che conducono,
ciò che li spinge a venire: sono tutti temi che confluiscono
in questa storia.
In che modo è stato influenzato
dalle notizie sui giornali, ad esempio dalla tragedia dei Morecambe
Bay Cockle Pickers nel 2004?
Questo genere di storie purtroppo sono spesso presenti nelle pagine
della cronaca. Ma noi non volevamo raccontare una storia solo sulle
vittime. Abbiamo fatto numerosi film in cui le sventure del protagonista
coinvolgono lo spettatore. Stavolta abbiamo pensato che sarebbe
stato interessante rivolgere lo sguardo ai comportamenti e alla
mentalità di chi si trova dall’altra parte: gli sfruttatori.
Fare un film sugli sfruttati ci sembrava troppo ovvio.
Avreste
potuto raccontare una storia più estrema. Perché avete
scelto questa vicenda?
Perché volevamo che il pubblico si identificasse con queste
due donne, Angie e Rose. Se il protagonista è troppo ‘estremo’
la gente può rifiutarlo all’inizio. Invece deve pensare:
“Beh, è una situazione piuttosto comune... se non lo
fa lei, lo farà qualcun altro… il mercato è
molto competitivo, quindi anche lei deve esserlo… deve ricavarsi
un suo spazio, quindi deve essere abbastanza dura all’inizio
…” Lo spettatore deve poter comprendere la sua logica
e, alla fine, scoprirne la malvagità. Angie è una
donna che incarna lo spirito di questa nostra epoca. Nel giro di
qualche mese, verrebbe eletta la donna d’affari dell’anno!
Che
tipo è questa Angie?
E’ una donna sulla trentina, con un figlio, Jamie. Ha fascino
ed energia, e proviene da una famiglia operaia molto rispettabile
e molto orgogliosa. Le sue capacità non hanno mai trovato
uno sbocco; inoltre ha vissuto una serie di relazioni sbagliate,
e la sua ambizione è rimasta frustrata, rispetto a quel che
sognava di ottenere. Ora però ha la sua grande occasione,
sa di potercela fare e ce la mette tutta. Ha raggiunto un punto
nella vita in cui sente che se non farà qualcosa ora, dopo
sarà troppo tardi. In questo momento sente di avere l’età
giusta. Angie è il prodotto della controrivoluzione thatcheriana,
che ha posto l’accento sugli affari e sulle capacità
imprenditoriali, che ha premiato l’atteggiamento in cui ci
si fa strada e si cerca di avere successo sgomitando. E’ una
donna accattivante, ma non la classica buona amica. E questo si
capisce dal modo in cui la trattano gli uomini. E’ vivace,
frequenta i locali. Ma nessuno è disposto a trascorrere con
lei neanche una settimana.
Come
ha scelto Kierston Wareing nel ruolo di Angie?
Insieme a Kahleen Crawford, la direttrice del casting, abbiamo visto
centinaia di persone nel corso di tre o quattro mesi. Abbiamo incontrato
Kierston sei o sette volte e ogni volta la facevamo improvvisare.
Si è rivelata sempre superiore alle aspettative: sempre simpatica,
divertente, briosa e piena di sorprese. Poi è una persona
amabile, cosa che aiuta quando devi lavorare per tanto tempo a stretto
contatto con qualcuno.
Cosa
cercavate nel suo personaggio?
La capacità di essere amabile ma anche spietata. Deve essere
dura. Sentimentalismo e spietatezza, due cose che spesso vanno a
braccetto. Penso che Kierston abbia interpretato benissimo questi
due aspetti. E’ un libro aperto, le si legge tutto negli occhi.
Perchè secondo lei l’industria
del cinema non l’aveva notata?
Ci piace prendere in considerazione quelle persone che l’industria
non ha ancora ‘sfruttato’. Spesso queste persone non
si inseriscono nel facile e blando modello utilizzato dalla televisione.
Kierston esprime spigolosità, una certa intransigenza. Forse
non era mai stata scritturata perché trapela qualcosa di
pericoloso in lei, qualcosa di insolito che non trova facilmente
il giusto corrispettivo nel mondo dello spettacolo.
E’ stata la storia a produrre il personaggio di
Angie o viceversa?
Le due cose vanno di pari passo. Era un personaggio capace di svolgere
quel lavoro e di esistere nel maschile mondo degli affari e della
competizione; inoltre, anche se non lo ammetterebbe mai, Angie inconsciamente
si considera una femminista. Il suo pensiero è: ‘Perché
le donne non possono fare quello che fanno gli uomini?’ La
trovo un personaggio molto contemporaneo. Non avrebbe fatto quello
fa se non fosse vissuta in questo periodo storico.
Il
film offre un giudizio morale su di lei?
Non su di lei. Il film giudica il sistema in cui la sua impresa
può prosperare.
Dopo
diversi film ambientati altrove, perché è tornato
a Londra?
Laverty ed io abbiamo pensato a Londra come al cuore dell’Inghilterra.
Paul è scozzese e ovviamente ama scrivere del suo paese,
ma non voleva che questo problema risultasse radicato esclusivamente
nella realtà dell’est dell’Inghilterra. Si tratta
di situazioni che si verificano ovunque, che sono ormai il cuore
del sistema economico, ed è interessante osservare l’ipocrisia
con cui viene trattato questo problema. Da un lato la gente afferma
che l’economia non potrebbe sopravvivere senza questa forza
lavoro sotterranea; dall’altro, la destra vorrebbe espellere
tutte queste persone dal paese. Una totale ipocrisia.
Lo
scopo di questo film è di scioccare o di indurre a cambiare
comportamento?
Lo sfruttamento è cosa nota a tutti. Quindi non si tratta
di una novità. La cosa che ci interessa di più è
sfidare la convinzione secondo la quale la spregiudicatezza imprenditoriale
è l’unico modo in cui la società può
progredire; l’idea che tutto sia merce di scambio, che l’economia
debba essere pura competizione, totalmente orientata al marketing
e che questo è il modo in cui dovremmo vivere. Ricorrendo
allo sfruttamento e producendo mostri.
Serena
Barracane
www.it.waytoblue.com
Vedi
clip del film
(Ottobre
2007) |


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