Vincitore
di due premi all’ultima edizione dei Golden Globe Awards e
candidato a 5 premi Oscar, tra cui miglior film, miglior regia e
miglior attore protagonista, “Paradiso amaro” (The
Descendants in lingua originale) è il nuovo film del
regista Premio Oscar, Alexander Payne (Sideways, A proposito di
Schmidt), con George Clooney, Shailene Woodley, Amara Miller, Nick
Krause e Beau Bridges. Il film, distribuito dalla 20th Century Fox,
arriverà nelle sale italiane il 17 febbraio 2012
“Paradiso
amaro” racconta le imprevedibili vicende di una famiglia americana
che si trova a un bivio. Dopo che sua moglie entra in coma in seguito
ad un incidente in barca al largo di Waikiki, Matt King (George
Clooney), padre di due figlie, dovrà riesaminare il proprio
passato e affrontare gli imprevisti del futuro. Rimasto solo, cercherà
di ricucire il rapporto con le figlie, la matura Scottie (Amara
Miller) di 10 anni e la ribelle Alexandra (Shailene Woodley) di
17, dovendo allo stesso tempo decidere se vendere o meno la terra
di famiglia: una striscia di spiaggia tropicale di inestimabile
valore, che la famiglia King ha ereditato dai reali hawaiani e dai
missionari. Quando Alexandra rivela al padre che la madre, al momento
dell’incidente, si trovava in vacanza con il suo amante, Matt
inizia a riflettere sulla sua vita e capisce che deve darle una
svolta. Insieme alle due figlie intraprende un viaggio avventuroso
alla ricerca dell’amante di sua moglie, durante il quale farà
incontri divertenti, difficili e spirituali e inizierà a
ricostruire la sua vita e la sua famiglia.
Abbiamo
incontrato il regista Alexander Payne alla conferenza stampa di
presentazione del film, che si è svolta il 25 gennaio a Roma.
Si aspettava le 5 nomination agli
Oscar per questo film?
Non
posso dire che me le aspettavo, però sicuramente avevo dei
sospetti. Devo dire che immaginavo che ne avrei ricevuto 3, 4, anche
5, soprattutto dopo i Golden Globe, che sono un’indicazione
per gli Oscar. Queste candidature mi rendono molto felice, anche
perché sono accanto ad altri grandi registi che stimo molto
come Scorsese, Woody Allen o Michel Hazanavicius dalla Francia.
Nei
suoi film, ama confrontare i protagonisti con eventi difficili,
luttuosi. Cosa c’è in questo tipo di eventi che la
colpisce così tanto?
Credo
che questa sia la condizione di vita di gran parte di noi. Le opere
più valide sia in campo cinematografico che letterario o
teatrale, mettono sempre al centro una persona comune in una situazione
difficile. Io non faccio eccezione in questo. Quindi rifletto la
mia generazione, il mio essere americano, nel far misurare i miei
protagonisti con situazioni difficili, ma anche comiche. La mia
fortuna è stata che grandi attori come Nicholson, Giamatti
e Clooney hanno interpretato i miei personaggi.
Cosa
può dirci delle location del film? Come è stato girare
alle Hawaii?
Uno
dei motivi che mi ha spinto a girare il film è stata proprio
l’ambientazione hawaiana. E non per i motivi che uno si aspetterebbe,
ovvero il clima, la natura, il sole e il mare, ma perché
è un posto unico da un punto di vista sociale e culturale.
L’unicità di questa tradizione culturale è dovuta
alla consapevolezza che ogni hawaiano ha delle proprie radici e
della propria discendenza. Questo discorso vale non solo per l’alta
aristocrazia bianca, alla quale appartiene il protagonista di questo
film, ma anche per i nativi. Le Hawaii sono un piccolo stato a sé,
sui generis, molto remoto, nel mezzo del Pacifico e per questo è
molto provinciale, ma al tempo stesso anche molto cosmopolita, grazie
ai molti turisti che vi si recano ogni anno.
Nei
suoi film riesce sempre a tirare fuori il meglio dei grandi attori
che vi partecipano. Come ci riesce? Quale scambio ha con loro?
Sicuramente
loro sono delle grandi star, ma al tempo stesso sono dei grandi
attori. Questo fa in modo che quando accettano di lavorare ad un
mio film, sanno che io voglio da loro un estremo realismo, perché
ciò fa parte del tipo di film che faccio io. Quindi sanno
che lavoreranno in un film che rispecchia più la realtà
che non il glamour di certe produzioni di Hollywood. Io mi dimentico
del loro lato di star e me ne rendo conto solo durante le interviste
o leggendo le recensioni.
La
qualità migliore della sua regia è la classicità
e il realismo. Quale legame ha con il cinema europeo?
Mi
piacciono i registi classici, la narrazione classica, soprattutto
dei film americani fino agli anni ’80. Devo dire che non conta
lo stile, conta la sincerità nell’adottare quello stile.
La cosa più importante, infatti, penso sia far emergere il
proprio stile con sincerità. Io sono un regista americano
che lavora con un determinato budget, quindi devo lavorare con un
determinato stile. Se fossi stato cecoslovacco, avrei avuto un altro
stile. Dei registi europei adoro il modo di raccontare le storie.
Nel
film è presente anche il tema dell’eutanasia. Qual
è la sua opinione a riguardo? Conosce il dibattito su questa
tematica che c’è stato in Italia qualche anno fa?
E’
una domanda che ho ricevuto anche a Torino, qualche mese fa, al
Festival. Negli U.S.A. il testamento biologico è stato semplicemente
accettato, e anche io lo trovo una cosa normale. In realtà,
non so quante polemiche ci saranno in Italia, vi posso dire che
io, almeno una volta al mese, ho qualcuno che mi dice: “Sparami
se dovesse succedermi una cosa del genere”.
Se
non fosse in gara, quale sarebbe il suo film favorito per gli Oscar?
Ho
adorato “A Separation”, il film iraniano e penso che
avrebbe meritato anche la candidatura come miglior film, non solo
per quella per il film straniero.
Vedi
il trailer del film
Videointervista
a Payne
Videointervista
a Clooney
Gennaio
2012
|





|