Rubrica a cura di Paolo Pugliese

 

 
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IL RITORNO DI “GOLA PROFONDA”: IL FENOMENO DEL PORNO D’ANNATA

A partire da Venerdì 27 Maggio, sarà distribuito anche nei cinema italiani la pellicola celebrativa “Inside Deep Throat” (“Inside Gola Profonda”), il documentario che ha dato inizio ad una recente celebrazione “culturale” del genere Porno, proponendo la rilettura di un film storico come “Gola Profonda” che, nel 1972 (anno della sua uscita), segnò una svolta epocale di costume facendo nascere quello che fu poi definito il “Porno-Chic”. Sono molti, anche in Italia, quelli che si stanno interessando a questo fenomeno: una sorta di nobilitazione galoppante ed inarrestabile del porno d’annata, con opera di studio ed approfondimento attraverso festival cinematografici, convegni, saggi, documentari e perfino corsi universitari e tesi di laurea. Condensando e prendendo in prestito le parole della giornalista Silvia Bizio e del critico cinematografico Paolo Merenghetti, in due articoli rispettivamente pubblicati su L’Espresso ed Il Corriere della Sera, nell’ America puritana di Bush jr. è in atto una rivoluzione che segna un nuovo trend e vede il Porno come genere entrare nel circuito alto della cultura sotto forma di film, libri e studi. Il segnale di inizio è venuto dall’annuale Festival di Sundance a cura di Robert Redford, evento cinematografico d’autore, nella cui ultima edizione è stato presentato al pubblico “Inside Deep Throat”, un dietro le quinte del film-elogio del sesso orale che lanciò (e segnò) l’attrice Linda Lovelace, impegnata in scene di sesso non simulato per la prima volta sullo schermo.
E’ interessante vedere in parallelo come, ad oltre 30 anni dalla svolta epocale costituita dal film “Gola Profonda” –che infiammò l’opinione pubblica e mise in imbarazzo l’amministrazione conservatrice di Nixon- la storia si ripete ancora con una nuova legittimazione del porno –attraverso il documentario proprio su “Gola Profonda”- nell’America attuale, sessuofoba, conservatrice e bigotta dell’amministrazione di Bush jr., simile appunto a quella affondata dallo scandalo Watergate.
Prodotto con un budget da due milioni di dollari da Brian Grezer e Ron Howard, “Inside Gola Profonda” analizza le origini e le conseguenze del film precursore dell’industria pornografica moderna e pietra miliare per le leggi americane sulle oscenità. Il documentario illustra come il film cambiò il modo in cui gli americani si ponevano di fronte al sesso, proponendo sullo schermo la storia di una donna incapace di avere rapporti sessuali soddisfacenti a causa del fatto di avere il clitoride situato in fondo alla gola e che, aiutata da un volenteroso dottore, si affida alla fellatio per arrivare all’agognato orgasmo. Vedere quindi una donna che rivendicava in maniera così semplice ed aperta il proprio diritto al piacere sessuale e che per ottenerlo osava mettere in pratica una “tecnica” considerata a lungo immorale (e perfino bandita per legge in alcuni stati degli USA che, ricordiamolo, amano definirsi il “Paese della Libertà”) fu uno shock per tutta l’America. Una parte della gente leggeva nel film la messa in pratica della rivoluzione sessuale innescata dalle contestazioni degli anni ’60 e dal femminismo; l’altra gridava allo scandalo ed invocava sequestri e processi, cose che avvennero puntualmente con l’amministrazione conservatrice di Nixon che, comunque, non riuscì a portare a termine gli obiettivi di “pulizia morale” perché ci fu la sua caduta a causa dello scandalo “Watergate” le cui prove –ironica e beffarda rivincita- furono fornite da un informatore che scelse di essere chiamato proprio “Gola Profonda”. Il film, quindi, cambiò il lessico comune (viene tuttora definita appunto come “Gola Profonda” un confidente molto informato su determinati fatti) e si vestì anche di un manto di anarchia e rinnovamento, trasformando l’acquisto del biglietto quasi in un atto rivoluzionario contro l’ottusa e detestatissima amministrazione Nixon.
I registi di “Inside Gola Profonda” illustrano, con interviste e fatti d’epoca, non solo i retroscena e l’impatto del film sulla cultura popolare ma anche come divenne fenomeno di costume e come fu oggetto di reazioni e discussioni tra giovani e vecchi, uomini e donne: girato in Florida in appena 6 giorni dall’ex-parrucchiere Gerard Damiano (autore di altre pietre miliari come “The Devil in Miss Jones” e “People”), il film, poco più che amatoriale e della durata di meno di un’ora, uscì prima in sordina e poi –grazie al tam tam di chi lo aveva visto- uscì fuori dal giro sordido-underground dei teatrini soft-core e divenne un “caso” da prima pagina, ottenendo recensioni su quotidiani rispettabili come in New York Times (che coniò per il film il termine appunto di “Porno-Chic”) ed imponendosi come un film di culto per borghesi, radical-chic e celebrità, nonché per femministe ed anche anti-femministe. Un fenomeno trasversale, amato e detestato, lodato e condannato che -costato neanche 25 mila dollari- ebbe incassi vertiginosi, guadagnando la cifra record di 600 milioni di dollari (e pochi sanno che è uno dei più grandi successi commerciali della storia del cinema) e vide code chilometriche davanti ai botteghini, composte non più dagli abituali fruitori di pornografia, ma da gente normale: mariti, mogli, studenti universitari, scrittori, giornalisti ed anche nomi celebri (gli attori Warren Beatty e Jack Nicholson, il regista John Waters, lo scrittore Gore Vidal, l’ex first lady Jacqueline Kennedy-Onassis) tutti curiosi di vedere questo film.
Il rinnovato interesse per la “pornografia d’annata”, scatenato dal documentario, si è allargato a macchia d’olio e vede addirittura una sua consacrazione accademica con un corso dedicato alla pornografia presso la prestigiosa Duke University, una tesi di laurea discussa all’università di Trieste intitolata “Linda Lovelace: immagini di un corpo in frammenti” ed una convention svoltasi a San Diego sul tema dell’eros popolare; ma è solo la punta “colta” di un iceberg popolare, con l’elevazione ad opere di culto dei film del “profeta del porno-soft” Russ Meyer [vedi articolo], le riproposte in Dvd di pellicole manifesto come, appunto, “Gola Profonda” o “il Diavolo in Miss Jones”, la riscoperta dei trascorsi cinematografici di stagionate “star” del settore come Marylin Chambers, Georgina Spelvin, Vanessa del Rio, Marina Lothar o anche l’italica Moana Pozzi e, naturalmente, il proliferare di libri, studi e saggi tra cui perfino una biografia di Jenna Jameson, pornostar italo-americana sulla cresta dell’onda.

(Maggio 2005)

FESTIVAL DI CANNES 2005: LA PREMIAZIONE

La settimana del Festival è continuata senza troppi scossoni –a parte il mix di entusiasmi e polemiche scatenate dalla grottesca crime story “Sin City” del regista Rodriguez- ed ha visto in concorso giovedì 19 Maggio “Don’t Come Knocking”, la nuova pellicola del blasonato (e celebrato dalla folla sulla croisette) Wim Wenders inerente un incontro/scontro tra padre e figlio con protagonista l’americano Sam Shepard; in concorso anche la commedia francese “Peindre ou faire l’amour” dei fratelli Larrieu (divertenti scambi di coppia per arginare la noia matrimoniale con il divo francese Daniel Auteuil), il film coreano “Keuk Jang Jeon” di Hong Sangsoo e l’istraeliano “Free Zone D”, un acclamato road movie ambientato in Giordania e firmato dal grande Amos Gitai con la giovane diva americana Nathalie Portman; fuori concorso sono stati presentati “C’est pas tout à fait la vie dont j’avais revé” dell’attore francese Michel Piccoli e “Cindy, the dolls is mine” di Bertrand Bonello mentre l’evento speciale della giornata è stata la presentazione del film del 1963 “Cronaca Familiare” di Zurlini, restaurato dal Centro Sperimentale di cinematografia italiano. Venerdì 20 è stata la volta invece di “The Three burials of Melquiades Estrada”, opera crepuscolare e politicamente graffiante molto lodata, diretta ed interpretata l’attore americano Tommy Lee Jones ed infine, l’ultimo film orientale in competizione quest’anno: il taiwanese “Three Times” di Hou Hsiao Hsien. Fuori concorso, sono stati proiettati il cine-documentario “Habana Blues” di Benito Zambrano, un viaggio nel mondo della musica e della cultura pop dell’isola caraibica alla cui proiezione è intervenuto a sorpresa l’ex-calciatore Diego Armando Maradona. Per la chiusura del concorso, Sabato 21, è stato compilato il (sofferto) verdetto con le premiazioni, anticipato da una ridda di indiscrezioni, proiezioni e pronostici sui titoli dei film premiati. Domenica 22 c’è stata quindi l’attesa cerimonia di premiazione -frutto di litigi, compromessi e stroncature tra i membri della giuria capitanata dal regista Kusturika- che ha visto inattese “bocciature” come quelle dei film di Wenders, Giordana, Von Trier, Cronenberg e Van Sant in favore dei ben meno famosi fratelli francesi Jean-Pierre e Luc Dardenne che hanno vinto a sorpresa la Palma d‘Oro come miglior film con il loro “L’ Enfant”, mentre il premio “Grand Prix” è andato al regista indipendente Jim Jarmush per il suo “Broken Flowers”.
Ecco la lista completa dei premiati:

Palma d’Oro: “L’Enfant” di Jean-Pierre e Luc Dardenne Grand Prix:

Premio Gran Prix: “Broken Flowers” di Jim Jarmush

Premio della Giuria: “Shangai Dreams” di Wang Xiaoshuai

Miglior attore: Tommy Lee Jones (“I Tre Funerali di Melquiades Estrada”)

Miglior attrice: Hanna Laslo (“Free Zone D”)

Miglior regia: Michael Haneke (“Chachè”)

Miglior sceneggiatura: Guillermo Arriaga (“I Tre Funerali di Melquiades Estrada”)

Miglior Opera Prima: Vimukthi Jayasundara (“La Terra Abbandonata”) e Miranda July (“Me and You and Everyone with know”)

Miglior Cortometraggio: “Podorozhni” di Igor Strembitskyy

(Maggio 2005)

STAR WARS: LA FINE E’ VICINA

Il momento tanto atteso è finalmente arrivato: Venerdì 20 Maggio. Data di uscita in tutto il mondo di STAR WARS EPISODE III.
Giorno in cui poter finalmente assistere all’ultimo atto della nuova trilogia di Guerre Stellari che concluderà il cerchio, collegandosi con la quella precedente (ed il primo, classico “Star Wars”) e raccontando la caduta del cavaliere Jedi Anakin Skywalker destinato a tradire la Repubblica, massacrare gli altri cavalieri e diventare soprattutto il temibile Darth Vader (in Italia Lord Fenner), personaggio simbolo della saga stellare ed anche l’icona più famosa della moderna fantascienza cinematografica. I fan di tutto il mondo non vedono l’ora di assistere al momento più atteso e temuto e cioè il passaggio verso il lato oscuro di Anakin con soprattutto il combattimento finale tra lui ed il suo maestro Obi Wan Kenobi, vero e proprio climax dell’intera nuova trilogia, a seguito del quale ci sarà la trasformazione definitiva nel nero vassallo dell’ imperatore che rovescerà la Repubblica, antecedente la “Nuova Speranza” del primo “Guerre Stellari”.
In “Episodio III: La Vendetta dei Sith”, dal budget di 115 milioni di dollari a cui si aggiungono altri 80 tra post produzione e spese di lancio, ci saranno ben 2300 effetti speciali per raccontare una storia di sentimenti e disperazione, di tradimento e trasformazione: sono infatti l’amore e la paura di perdere la compagna della propria vita e non la violenza o la brama di potere che sviluppano l’aspetto oscuro e distruttivo di Anakin, spiega l’attore Hayden Christensen. Ed è proprio l’attore ventiquattrenne ad essere al centro della cataclismatica conclusione di un’operazione cinematografica iniziata nel 1977 (che finora ha guadagnato tre miliardi e quattrocento milioni di dollari in tutto il mondo), nel ruolo di Anakin e con la responsabilità di reggere sulle proprie spalle l’incipit principale e portante del nuovo film ed accompagnarci per mano lungo la complessa e drammatica trasformazione che dovrà affrontare per diventare la nemesi principale del cosmo di “Guerre Stellari”. Sarà credibile? L’attore ha sicuramente un peso enorme, sia per l’importanza narrativa di questo film all’interno della saga sia anche perché l’impero cinematografico-mediatico del produttore-regista George Lucas ha iniziato a scricchiolare pericolosamente dopo la delusione da parte dei fan dei primi due film, “Episode I” ed “Episode II”, giudicati un caravenserraglio di colori ed effetti speciali ma vuoti a livello di contenuti, con storie puerili ed anche noiose. Non possiamo dare torto agli appassionati, la nuova trilogia finora non si è rivelata assolutamente all’altezza della prima ma l’operazione in sé era abbastanza difficile già in partenza: ricordiamo che, a partire dal lontano 1977, “Star Wars” cambiò radicalmente il volto della fantascienza sul grande schermo, inaugurando il trionfo dei modellini e degli effetti speciali, del mechasinding e delle nuove tecnologie applicate alla realizzazione di un film. Tutto ciò che è venuto dopo deriva in gran parte dal film di Lucas, una pellicola rivestita di un’ aurea di mitologia con una storia veloce e semplice (ma geniale nella sua semplicità) che pescava a piene mani nei generi più disparati, dai film di cappa e spada e di samurai ai western, dai fantasy anni ’50 alla new age. La nuova trilogia non ha aggiunto -né poteva aggiungere- nulla di più di quanto fatto, salvo rispondere alla curiosità dei fan illustrando le origini di personaggi ed eventi precedenti alla Nuova Speranza, all’ Impero colpisce ancora ed al Ritorno dello Jedi. “Episode I, II e III” non è altro che, da un lato, il coronamento di un vecchio sogno da parte di George Lucas di completare finalmente il suo progetto come lo aveva inizialmente immaginato (composto da tre trilogie con ben 9 film) e dall’altro lato portare avanti un’importante operazione economica-commerciale che avesse potuto rinverdire i fasti della prima trilogia, sulla quale stavano gravando impietosi gli anni ed anche l’oblio.
Si spera quindi che quest’ultimo “Episodio III: La vendetta dei Sith” risollevi il livello narrativo dei film precedenti, collegandosi tanto narrativamente quanto qualitativamente alla prima saga al di là delle meraviglie digitali o sia almeno all’altezza delle aspettative. Appuntamento tra qualche giorno per saperlo (con relativa recensione).

(Maggio 2005)

AL VIA IL FESTIVAL DI CANNES 2005

Mercoledì 11 Maggio è avvenuta l’apertura della nuova edizione del Festival del cinema di Cannes. L’edizione di quest’anno, che chiuderà il prossimo 22 Maggio, nelle intenzioni degli organizzatori vuol proporre al suo interno un mix tra qualità, affari e spettacolo e quest’ultimo aspetto è stato enfatizzato dall’evento cinematografico che ha illuminato il Festival nella serata di domenica, ovvero l’anteprima mondiale “Episode III – Revenge of the Siths”, l’attesissimo ultimo capitolo di Guerre Stellari. Il Festival è stato dedicato ai tre giornalisti francesi (Folrence Aubenas, Hussein Hanoun e Ingrid Betancourt), prigionieri i primi due in Iraq e l’ultimo in Colombia, le cui gigantografie (con le date dei rispettivi rapimenti) sono state appese sul frontone del Palazzo del Cinema dove avvengono le premiazioni. Presieduta dall’ironico regista Emir Kusturica (due Palme d’oro all’attivo per “Papà è in viaggio d’affari” e “Underground”), la giuria che dovrà decidere quali film premiare vede la partecipazione degli attori Javier Barden e Salma Hayek, del premio Nobel per la letteratura Toni Morrison, del regista asiatico John Woo, di quelli francesi Agnès Varda e Benoit Jacquot, il regista turco-tedesco Fatih Akin e l’attrice l’indiana Nandita Das. Ben 90 saranno i film –che rappresentano 37 paesi del mondo- proiettati nelle varie sezioni e dei quali 21 si contenderanno la Palma d’oro. I temi dominanti dell’edizione di quest’anno sono estremamente drammatici, con storie di guerra, delitti efferati, ricatti e trame senza lieto fine. Nella cerimonia d’apertura, è stato presentato il primo film in gara, il grottesco francese “Leamming” di Dominik Moll, giovedì e venerdì 12 e 13 Maggio è stata proiettata –fuori concorso- la commedia noir “Match Point” di Woody Allen e poi il nostalgico “Last Days” di Gus Van Sant (attinente non ufficialmente gli ultimi giorni di vita di Kurt Kobain), il thriller erotico “Where the Truth Lies” di Atom Egoyan e poi “Nordeste” di Juan Solanas, “Sangre” di Amat Escalante ed infine l’italiano “L’orizzonte degli Eventi” di Daniele Vicari (con Valerio Mastrandrea). Sabato 14 è stata la volta del noir francese “Caché” di Michael Hanecke e Domenica 15 l’attesissimo “Quando sei nato non puo più nasconderti” di Marco Tullia Giordana ha commosso il pubblico il quale ha applaudito per 9 minuti sui titoli di coda mentre il messicano “Batalla en el Cielo” di Carlos Reygadas ha scandalizzato con una storia a base di sesso, violenza e rimorsi. Lunedì 16, in concorso, sono stati proiettati “Madalay” di Lars Von Trier -secondo capitolo della trilogia del regista sull’America razzista degli anni ’30-, “The History of Violence” di David Cronenberg e l’action movie “Sin City” di Robert Rodriguez mentre in sezioni laterali sono stati proiettati “Down in the Walley” di e con Edward Norton e “Factotum” con Matt Dillon nel ruolo dello scrittore “maledetto” Charles Bukowski. Martedì 17 è stata la volta del divertente “Broken Flowers”, il nuovo film di Jim Jarmush, “L’Enfant” di Jean Pierre Dardenne e soprattutto il quotatissimo “Shanghai Dreams” di Wang Xiaoshuai alle prese con un tema tabù in Cina quale il sesso tra gli adolescenti ma anche con le esecuzioi pubbliche degli anni ‘80. Ben 5, poi, sono i film orientali in gara tra i quali “Bow”, il nuovo lavoro del regista coreano di “Ferro 3” Kim Ki-duk, ed il giapponese “Bashing” che racconta la storia di un ostaggio in Iraq. Molto interesse hanno poi riscontrato il film “Kilométre Zero” del curdo Hiner Saleem, anch’esso incentrato sulla guerra in Iraq, e, fuori concorso, hanno entusiasmato il thriller australiano “Wolf Creek” di Greg McLean e “Cache cache” di Yves Caumon. Solito bagno di folla poi sulla croisette dei divi in passerella come i francesi Daniel Auteuil, Juliette Binoche e Catherine Denuve, le attrici Natalie Portman, Penelope Cruz, Monica Bellucci, Scarlett Johanson, Laetitia Casta e Aishwarya Rai, i registi Woody Allen, George Lucas, Robert Rodriguez, Wim Wenders, Lars Von Trier, David Cronenberg, Jim Jarmush e Luc Besson (che ha annunciato la costruzione di una sorta di Cinecittà francese vicino Parigi) ed ancora gli attori Viggo Morhesen, William Hurt, Mickey Rourke, Willem Dafoe, Tommy Lee Jones e Robert Downey Jr. Appuntamento per domenica 22 con l’attesa premiazione.

(Maggio 2005)

STOP AI BELLONI TELEVISIVI AL CINEMA!

Nato nella trasmissione pomeridiana di Maria de Filippi “Uomini e Donne” e poi protagonista di tante puntate di "Buona Domenica" su Canale 5, il fenomeno mediatico-gossipparo di cotal Costantino Vitagliano approda dal piccolo al grande schermo grazie a "Troppo Belli", una commedia cinematografica prodotta dalla Rodeo Cinema e scritta da Maurizio Costanzo insieme a Stefano Sudrè con la tacita e speranzosa l’intenzione di rinverdire i fasti degli anni ’50, quando si facevano commedie leggere e popolari come “Poveri ma belli” con attori presi dalla strada. Qui, semmai, gli attori sono stati presi dalle discoteche o dai vocianti salotti televisivi e rispetto a chi è venuto prima di loro sono più griffati e smaniosi di apparire quanto desolatamente inespressivi e totalmente privi di umiltà. Nel cast, accanto al Costantino nazionale anche un certo Daniele Interrante (suo amico ed anche lui creatura della De Filippi) oltre a Jennifer Poli e Chara Tomaselli, mentre la regia è stata affidata ad un coraggioso (o disperato) Fabrizio Giordani.
Questa notizia mi fornisce lo spunto per una riflessione non priva di critiche sull’attuale panorama cinematografico italiano: dire che il nostro cinema è in brutte acque è diventato praticamente un eufemismo. In Italia si produce pochissimo, i pochi film campioni d'incassi e super-distribuiti rispetto ad altri sono sempre le solite pellicole natalizie come quelle di Boldi/De Sica o Pieraccioni o il sempre più annacquato Benigni mentre il resto della produzione italiana è penalizzato da una distribuzione superficiale, esterofila e poco lungimirante per i prodotti nostrani. E’ vero che la maggior parte di queste pellicole sono un pò troppo autoreferenziali o poco competitive ed interessanti ma è anche vero che i cosiddetti giovani sono praticamente tagliati fuori e molti bravi registi o attori restano poi a casa (a dispetto di un'ottima preparazione e curriculum) perchè non frequentano salotti importanti, non sono inseriti nei “giri” che contano, non sono “figli di”, non si esibiscono in televisione o non possono contare su amicizie "altolocate" che gli garantiscono notorietà oppure -più praticamente- il modo di avere fondi statali per i propri film (e così vengono finanziate cose inadeguate per essere film “di grosso interesse culturale” e sospettate di amicizie importanti come il pacchiano “Rosa Funzeca” oppure l’orrido “Cattive Ragazze” diretto anni fa dalla devastante Marina Ripa Di Meana).
In questo marasma a dir poco desolante invece di andare avanti e cercare nuove idee, linguaggi, autori ed interpreti per poter davvero rilanciare il nostro cinema si precipita nel buio più totale delle proposte possibili con la controcultura della televisione che, dopo averci rifilato tanti personaggi-spazzatura e paccottiglia trash, invade anche il grande schermo con personaggi come questo Costantino Vitagliano che, senza alcuna preparazione o gavetta, si vede promosso ad attore e pure protagonista di un film. Tutto questo, si suppone, nasce per sfruttare il suo successo mediatico tra le torme di ragazzine urlanti al suo passaggio, che si appassionano alle sue vicende televisive costruite a tavolino e lo eleggono a nuovo "divo" (si è perso ormai il vero valore di questa parola) di consumo mentre gente ben più preparata ed espressiva ma meno “cool” e “sponsorizzata” rimane al palo. Naturalmente, al grande pubblico cinefilo (che, di solito, non coincide molto con gli spettatori televisivi di Costanzo e De Filippi né con quelli che hanno affollato le sale per vedere "Christmas in Love") resta il giudizio finale ed infatti è notizia di questi ultimi giorni che la pellicola, nonostante la distribuzione capillare con ben 300 copie in circolazione si è rivelata un flop micidiale. Questo non cambia comunque la piega negativa che la nostra produzione cinematografica ha preso da ormai troppo tempo.
Non vogliamo fare morale da 4 soldi, piuttosto una riflessione su una questione di principio: eleggere a bersaglio questo Costantino sarebbe troppo facile e riduttivo, piuttosto bisogna cercare di comprendere ed arginare tutto ciò che c’è dietro, ovvero la situazione di grave povertà di idee e coraggio produttivo del nostro cinema che permette l’invasione di una certa fenomelogia televisiva mutuata al cinema. Un sintomo molto grave -a nostro avviso- di come le nostre produzioni siano peggiorate rispetto ad un glorioso passato (siamo stati la patria del Neorealismo, del Pulp, degli Spaghetti Western, dei Peplum movies...) sempre più lontano, per non parlare di quanto sia diventata ormai superficiale ed edonistica la nostra società. Se si continua così, dovremmo aspettarci in futuro i film sulla vita delle sorelle Lecciso o sugli amori di Manuela Arcuri? E’ una provocazione, naturalmente, ma sempre sospesa perché l’esperienza insegna che al peggio non c’è mai fine…

(Maggio 2005)

PREMIO DAVID DI DONATELLO:
IL TRIONFO DI “LE CONSEGUENZE DELL’AMORE”

Venerdì sera 29 Aprile si è svolta la cerimonia di premiazione del cinema italiano con i David di Donatello. Ci sono state numerose, prestigiose presenze, sia dell’industria cinematografica italiana che di quella internazionale. A sorpresa, il vincitore quasi assoluto della manifestazione di quest’anno (presentata da un inossidabile Mike Buongiorno) è stato in bellissimo noir di Paolo Sorrentino “Le Conseguenze dell’Amore”, che ha battuto “temibili” rivali come “Manuale d’Amore” e “Cuore Sacro” –forti di ben 12 nomination ciascuno- oltre ad altre pellicole d’autore come “Le Chiavi di Casa” e “Certi Bambini”. Il film di Sorrentino, una delle pellicole più originali prodotte in Italia in questi ultimi anni, ha avuto una tardiva quanto netta rivincita sulla scarsa considerazione ottenuta al Festival di Cannes ed anche sul suo passaggio inosservato nei cinema nonostante le belle recensioni ottenute dai severi critici italiani. “Le Conseguenze dell’Amore” ha infatti fatto man bassa di premi aggiudicandosi ben 5 David per le categorie di miglior film, miglior attore (premiato il bravo Tony Servillo), miglior regia, miglior sceneggiatura e miglior fotografia.
Per quanto riguarda le altre cateorie, è stata premiata come miglior attrice Barbora Bobulova per “Cuore Sacro” mentre, per la categoria di miglior attori non protagonisti, il David è andato a Carlo Verdone e Margherita Buy per “Manuale d‘Amore”. Come miglior film europeo è stato premiato “Mare Dentro” di Alejandro Amenbar e, per quella di miglior film straniero, l’attrice americana Hillary Swank ha ritirato di persona il David andato a “Million Dollar Baby” che aveva interpretato accanto al grande Clint Eastwood. Il cantante Tony Renis è stato poi il vincitore della categoria miglior canzone da film per la pellicola “Christmas in Love” ed infine un David di Donatello alla carriera è stato consegnato ad un ironico Mario Monicelli, il quale ha scherzato durante la premiazione sulla sua veneranda età (90 anni portati splendidamente). Il giorno prima invece, giovedì 28 Aprile, il presidente della Repubblica Azelio Ciampi aveva incontrato al Quirinale tutti i candidati al riconoscimento cinematografico italiano parlando in favore del cinema italiano: ”Il cinema, il teatro, la lirica sono un carattere indelebile dell’immagine internazionale dell’Italia. E’ per questo che anche le istituzioni debbono interessarsene, non certo per influenzarli a fini di parte ma per promuoverli e sostenerli”. Al termine del suo discorso, Ciampi ha ricevuto per l’occasione un “David “ speciale ad honorem. Tra i presenti alla cerimonia, il produttore Aurelio De Laurentis, i registi Mario Monicelli e Dino Risi, la star americana Tom Cruise insieme alla fidanzata ed attrice Katie Holmes, gli attori Giancarlo Giannini, Nicoletta Braschi, Carlo Verdone e Luca Zingaretti con i quali ultimi due il Presidente si è fermato a scambiare qualche parola.

(Maggio 2005)

IL RITORNO DEI CINEDOCUMENTARI

Diciamocelo, il successo commerciale (ed il conseguente aumento di offerta) di certi documentari cinematografici di denuncia -come "Farhenheit 9/11", ”The Corporation” o “The Agronomist”- è dovuto principalmente alla mai sopita esigenza d’informazione da parte della gente che reagisce alla crisi d’informazione di questi ultimi tempi, mai completa o libera, andando al cinema ed appassionandosi ad argomenti specifici che non vengono approfonditi in televisione. In questo mese di Aprile, l’offerta di cine-documentari è abbastanza ghiotta con 3 titoli di forte denuncia molto interessanti come “The Take”, ”Supersize Me” e “Mondovino”. Distribuiti, i primi due, dalla divisione Fandango Doc dell’omonima società di produzione e distribuzione italiana di Domenico Procacci, “The Take” e ”Supersize Me” affrontano entrambi, ma da angolazioni differenti, il peso sulla società da parte delle multinazionali che detengono un potere economico il cui mantenimento e rinnovamento comporta quasi sempre il calpestare diritti fondamentali a tutela della persona umana come quelli imprescindibili ed inalienabili della salute e del lavoro.

Il primo, “The Take”, è un documentario contro un “cattivo” capitalismo argentino, firmato da Naomi Klein (autrice del libro “No Logo”, divenuto il manifesto del movimento dei No Global) insieme al giornalista Avi Lewis. Il docu-film mostra un paese prostrato da una profonda crisi economica come l’Argentina, percorrendo le vicende di un movimento di operai di Buenos Aires che decidono di occupare la fabbrica dove lavoravano in seguito al loro licenziamento per il fallimento e la conseguente chiusura della stessa. Per tre mesi Klein e Lewis hanno seguito le vicende degli operai il cui esempio si è allargato a macchia d’olio con una ventina di iniziative analoghe per quanto riguarda altrettante fabbriche argentine, autogestite collettivamente dopo la loro chiusura (quasi sempre causate da ammanchi e ruberie delle classi dirigenti), per risollevare il paese dalla crisi che lo attanaglia da oltre 40 anni e che dopo i primi, buoni risultati hanno visto il ritorno d’interesse dei vecchi proprietari che dopo aver abbandonato le fabbriche ne rivendicano ora utili e proprietà.
Alla storia della “presa” operaia, i due giornalisti alternano lo studio dei movimenti sociali di sinistra del paese documentando anche gli attacchi medianici di Bush jr. verso l’Uruguay ed il Venezuela ricchi di questi fermenti anticorporativi (naturalmente contro società americane). “The Take” non documenta solo storia contemporanea ma, al pari del precedente “The Corporation”, denuncia le logiche economiche delle multinazionali che calpestano i diritti dei lavoratori per pure questioni di profitto ed illustra anche il facile e dannoso sensazionalismo dei mass media che quando si occupano di scontri tra operai e padroni spesso lo fanno soffermandosi solo su immagini di violenza con scontri tra manifestanti, lavoratori e poliziotti per lambire l’interesse morboso per i telespettatori senza informarli a dovere.

“Supersize Me” predilige invece una cronaca più divertente (ed anche un po’ più “sensazionalistica” per quanto riguarda il metodo di denuncia) incentrata su una sorta di “Via Crucis” gastronomica con opinioni, diagrammi e referti medici contro l’obesità dilagante e l’omologazione del cibo e del gusto negli USA. Mangiare “all’americana” e cioè nei fast food fa malissimo: è quello che si è prefissato di raccontare Morgan Spurlock il quale si è alimentato per un mese esatto solo da Mc Donald –colazione, pranzo e cena- documentando il suo esperimento con un libro (“Don’t eat this book”) e con un film, quest’ ultimo intitolato “Supersize Me”. Per la cronaca, i “Supersize” sono le porzioni maxi di cibo della catena Mc Donald che Spurlock –vincitore del Sundance Film Festival- ha costantemente mangiato dimostrando di essere ingrassato di ben 11 chili in 4 settimane con tutti i suoi valori biologici (colesterolo, trigliceridi, zuccheri nel sangue) schizzati alle stelle e danni al cuore ed alle arterie. Facendosi seguire da medici, ematologi e dietologi, Spurlock ha realizzato un film al tempo stesso divertente ed allarmante con una denuncia, certo sensazionalistica (ma serve anche questo per attirare l’attenzione), di come non si mangi più con la consapevolezza di un’alimentazione sana e variegata a causa del massiccio bombardamento pubblicitario di certi alimenti “facili”, veloci ed a prima vista economici ma estremamente dannosi per la salute a medio-lungo termine. Spurlock ha aperto un dibattito contro il cibo-spazzatura americano ed una prima vittoria l’ha già ottenuta: come un piccolo Davide ha colpito in pieno viso il Golia/Mc Donald, visto che l’omonima catena di fast food ha ritirato dalla vendita le porzioni “Supersize”.

Più affabile ma non meno di denuncia il film “Mondovino” di Jonathan Nassiter. Il regista per tre anni ha intervistato grandi e piccoli produttori di vino nel mondo, documentandone filosofia e metodi di produzione con un’ indagine sui problemi dell’industria vinicola. Si allarga l’offerta di vini economici ma sofisticati ed artefatti; le grosse produzioni -ma di bassissima qualità- di vino, il cui gusto e colore sono pianificati a tavolino piuttosto che coltivati con cura e pazienza, si oppongono ai vini artigianali dall’essenza vera ed aristocratica; questi ultimi, forse, sono destinati ad essere schiacciati perché non competitivi (per produzione e prezzo) rispetto ai vini industriali la cui presenza appiattisce gusto e memoria storica. L’ arte di produrre vino, antica e passionale, si scontra con le logiche di mercato, arroganti e senz’anima, che sommergono il mercato di prodotti vinicoli che ne stravolgono l’anima: il tutto raccontato dai diretti produttori intervistati da Nassiter, le cui riflessioni ed opinioni si confrontano le une con le altre senza nessuna presa di posizione da parte dell’autore che lascia le conclusioni allo spettatore.

“The Take”, ”Supersize Me” e “Mondovino” sono tre film, insomma, da vedere per saperne un pò di più su come elementi essenziali della nostra vita -quali cibo e lavoro- possano essere condizionati e non essere mai veramente liberi nel mondo di oggi.

(Aprile 2005)

UN MIRACOLO A PALERMO!

“Per sconfiggere Mafia e criminalità bisogna solo saper dire basta alle vendette!”. Questa è la dichiarazione dell’attrice Maria Grazia Cucinotta che sintetizza così il tema del suo nuovo film, distribuito nei cinema dal 1 Aprile. I giornali hanno azzardato, in proposito, di un ruolo alla Anna Magnani o Sofia Loren per l’attrice siciliana che interpreta in “Un Miracolo a Palermo!” la parte dura di una donna, vedova di Mafia (suo marito è stato ucciso per uno sgarro), che si muove con fatica nei vicoli di Palermo, costretta a lavare scale e pianerottoli di vecchi palazzi, a lavare e strizzare i panni altrui per sfamare i due figli che crescono covando vendetta verso gli assassini del padre. Il film racconta una storia di ordinaria sofferenza e miseria, potenzialmente interessante e didattica, che illustra la situazione di degrado materiale e morale entro il quale prospera la mentalità dilagante di omertà che favorisce il sistema mafioso, cercando di andare oltre i luoghi comuni sulla Sicilia e sulla sua gente. La vedova, sofferente e con pochi mezzi per vivere, non rinuncia comunque alla sua dignità e prosegue il suo cammino fiera e risoluta a dare un futuro diverso, migliore ai figli perché è una madre che non vuole vendetta per la morte del marito, che spera nella fine della violenza e non vuole essere né lei né i figli prigionieri di un mondo arido e violento. Alla fine, il miracolo avverrà davvero, con il figlio più piccolo –testimone del delitto del genitore- che recepisce gli insegnamenti della madre e si libera della pistola che nascondeva in attesa di crescere ed uccidere gli assassini del padre. Scritto e diretto da Beppe Cino, regista del film “Diceria dell’ Untore” ed in passato aiuto-regista in alcuni film di Roberto Rossellini, “Un Miracolo a Palermo!” è un omaggio al cinema del neorealismo italiano di De Sica e Rossellini con una storia dura ma raccontata con i toni di una fiaba, vista soprattutto attraverso gli occhi dei due bambini protagonisti di essa. Il film comprende, nel suo sviluppo, tutti gli stereotipi sulla Sicilia che vengono alla fine negati in una storia neo-realistica che contiene al suo interno sia una certa dose di fantastico sia un messaggio di speranza per un mondo migliore di quello che è oggi. Protagonista del film, in un ruolo difficile che potrebbe definitivamente lanciarla come attrice vera e non solo bella, Maria Grazia Cucinotta (“Il Postino”) accanto a caratteristi di lusso come Tony Sperandeo (“I 100 Passi”,”La Scorta”,”La Squadra”), Luigi Maria Burruano (“I 100 Passi”) e l’italoamericano Vincent Schiavelli (era il fantasma della metropolitana nel film “Ghost”).

(Aprile 2005)

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